Nicole Mitchell e il flauto nel jazz

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Questa sera la flautista con il suo Indigo trio inaugurerà il cartellone del ristorante Il Modo, presentando il suo ultimo lavoro Anaya
Solitamente il flauto viene considerato una specie di “parente povero” degli strumenti maggiormente legati alla storia del jazz. Anche se non è del tutto assente dal jazz tradizionale, il fluto è entrato piuttosto tardi negli organici strumentali più tipici di questo genere musicale e per anni ha svolto un ruolo secondario, se non marginale. Tutto ciò sembra porre in luce una contraddizione: uno degli strumenti più antichi dell’umanità è rimasto a lungo escluso proprio da un sentire musicale di ampio retaggio folklorico quale è quella afroamericana. Le ragioni di questa presenza tardiva, con un recupero addirittura recente delle radici etniche dello strumento, sono, invece solide. In primo luogo nella musica dell’Africa occidentale, il flauto ha registrato una presenza insignificante rispetto agli strumenti a percussione e ai cordofoni. Bisogna, poi, considerare che la presenza di un flauto “etnico” in un organico di jazz tradizionale era incompatibile con i motivi che hanno fatto nascere questa musica, basata sulla strumentazione delle bande militari e su di una timbrica accesa. La debole potenza sonora dello strumento lo avrebbe reso inudibile e quindi un po’ fuori luogo. Ma le regole son fatte per avere eccezioni e dalla prima apparizione nel 1914 di un italiano Clemente Barone, che suonava il flauto nella ragtime band del trombonista Arthur Pryor a Harry Klee anello di congiunzione tra il flauto jazz tradizionale e quello moderno, sino a Frank Wess tra i flautisti più importanti degli anni ’50, per poi passare a Bud Shank e Buddy Collette, al flauto bop di Sam Most, di Herbie Mann e ancora James Moody, sino a giungere alla triade moderna composta da Yusef Lateef, Roland Kirk ed Eric Dolphy, che ha caratterizzato gli anni ’60 e ad oggi con Jeremy Steig, Henry Threadgill, Hubert Laws, Hermeto Pascoal e James Newton, l’unico tra questi ad aver scelto esclusivamente il flauto è trascorso circa un secolo. Tra gli artisti che non lasciano indifferenti per la capacità di conferire significati e intensità alla propria musica c’è sicuramente la flautista chicagoana Nicole Mitchell, musicista totale e consapevole, impegnata a costruire delle narrazioni il cui significato va ben oltre l’aspetto prettamente musicale. L’ascolteremo questa sera, intorno alle 22,30, protagonista del concerto inaugurale della nuova stagione del ristorante il Modo, unitamente al suo Indigo Trio, completato da Harrison Bankhead a contrabbasso e violoncello e da Hamid Drake alla batteria e al tamburo a cornice. La Mitchell latrice di un’espressività carica di una particolare essenzialità dalla dirompente carica poetica, nella quale i riferimenti di Rahsaan, Roland Kirk o di Yusef Lateef, così come quello più articolato di un James Newton o del multistrumentismo con cui la Mitchell si confronta si stemperano su uno sfondo dai colori molteplici. Gli elementi folklorici e quelli di ricerca convivono in un linguaggio nel quale la grammatica improvvisativa degli strumenti viene sfruttata in tutta la sua ricchezza. Anaya,  il suo ultimo lavoro, dal nome della nipotina di Drake, cui il portentoso percussionista dedica due splendidi ritratti, uno solare e l’altro lunare, a partire dalla medesima cellula motivica, diventa così qualcosa di più prezioso di un semplice disco ben riuscito e apre l’ascolto a un orizzonte di commovente condivisione emotiva. I tre musicisti si cercano, si fidano, si affidano, squarciano ipnosi collettive ma stringono tra le mani anche i lembi di un lirismo essenziale spingendo la musica a circondare l’ascoltatore e a renderlo un elemento imprescindibile della forza espressiva della stessa.
Olga Chieffi