Angela Hewitt: semplicemente Bach

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Straordinaria esecuzione della pianista canadese, dinanzi ad una platea disertata dagli anziani abbonati della domenica. Due bis e niente fiori per la concertista

 

Non crediamo sia possibile trasformare Salerno in una piccola Salisburgo se la pianista Angela Hewitt, un regalo preziosissimo che la direzione del teatro Verdi ha offerto a noi e alla nostra città, ha dovuto esibirsi dinanzi ad una platea per metà disertata dagli abbonamenti della stagione lirica del turno C, quelli della domenica, delle ore 18,30, che hanno impedito a chi era effettivamente interessato al grande evento cameristico di poter acquistare il biglietto. Un appuntamento che anche la stessa direzione del teatro non ha preparato scenograficamente come il suo solito: se per  Juan Diego Florez  e Daniel Oren, ci si sbraccia per organizzare il lancio dei fiori dai palchi di proscenio, la pianista, dopo un concerto di eccezionale levatura artistica e intellettuale e due importanti bis, è stata lasciata andar via senza nemmeno una rosa. Certamente la Hewitt ha volato alto, molto in alto come una fenice, sul mediocre senso del comune, principiando il rècital con il suo Bach, quello del Concerto Italiano, esibendo una messa a punto della sonorità che le consente di metamorfosare il pianoforte fino a farlo apparire uno strumento mai ascoltato. Tecnica virtuosistica assoluta della sonorità e della chiarezza estrema, surreale, nella resa dell’intreccio polifonico, la Hewitt ci ha ricordato la Rosalyn Tureck, che negli anni ’50 non aveva in ciò rivali e non aveva predecessori. L’attacco del tasto, molto laborioso e molto graduato, sorvegliato, che le consente di ottenere quelle incredibili sonorità, le permettono di imporre stacchi di tempo molto lenti, una specie di rivelazione esoterica della sacralità di Bach. La Hewitt ha, poi, attaccato le diciotto miniature che compongono  le “Davidsbundlertanze” di Robert Schumann, opera trascinante, ma fra la più alta e complessa, per visione e avventura spirituale, della letteratura musicale e non solo per pianoforte. In questa serie di inimitabili frammenti, la pianista è riuscita a farci respirare quella vertigine di esperienze difficili da esprimere, riuscendo a rendere il particolare ruotare su di un piccolo pugno di note, il gioco dell’infinita melodia schumanniana, polverizzato in una serie di armonici fuori di ogni previsione, lasciando, attraverso l’empatico gioco del pedale di risonanza, lasciandoci intravedere il cuore umano, là dove sembra soltanto di ascoltarlo. La seconda parte del concerto ha salutato l’esecuzione della sesta Suite Inglese di Johann Sebastian Bach, con cui la Hewitt ci ha trasportato in un mondo disegnato con metafisico rigore. La modalità del movimento di danza non vogliamo dire qui sia semplicemente allusa: essa indica una scansione dinamica volta a volta precisa e diversa. Scrisse Leopardi che la bellezza della musica consiste nell’esprimere il “sentimento in persona” che “trae da se stessa e non dalla natura” (Zibaldone, 79). L’esemplificazione, o la conferma, di questo pensiero è per intero contenuta in questa pagina bachiana. Pare, lo strumento ragionare, sulle proprie possibilità tecniche oltrepassandole. Il vertice è stato colto dalla Hewitt, in quello scarto di velocità del preludio, nella Sarabande al nitrato d’argento che ne è il cuore, nella Gigue che la chiude, un vortice emulsionante ogni giga possibile al mondo e che la pianista ha eseguito con lucido, sovrano magistero. Chiusura con la Sonata op.22 di Robert Schumann, in cui i polpastrelli della Hewitt ci hanno offerto l’impressione di una sensibilità d’ultrasuono e la tastiera, per virtù loro, è sembrata smaterializzarsi. Lo Schumann che abbiamo ascoltato è risultato impeccabile. Da un lato, verrebbe da dire che la musica non può che vivere se non al di là dell’interprete; ma se poi l’interprete ci porta quanto mai addentro in un’opera e ce la mostra come mai c’era accaduto di ascoltarla, dovremmo forse rifiutarci alla scoperta? La Hewitt non è di quei musicisti che ci spingono a parlare di arbitrio. Anzi, è di quelli che sembrano, con il loro talento, la loro sensibilità preziosa, sprofondare nell’autore che eseguono. Nello svolgersi dei vari temi e delle loro proiezioni in negativo o d’affanno, chiarori e ombre dell’anima hanno conquistato un’aerea plasticità, un senso polivalente di significati, una processioni d’emozioni senza sosta. Applausi calorosissimi al termine dell’esecuzione alla quale la Hewitt ha ricambiato con due bis l’ Arabeske op.18 in C Major di Robert Schumann e ancora una Giga di Bach.

Olga Chieffi