Canzoni e popolo a Napoli nel primo Novecento

0

Il teatro delle Arti ha affidato l’apertura della sua variegata stagione al rodato lavoro di Bruno Garofalo, festeggiando il taglio del nastro con la sfilata della banda di Acerra in platea

 Si sentiva cantare. A Napoli, forse fino ad una cinquantina di anni fa, si sentiva cantare un po’ da per tutto, senza “chitarre e manduline” e senza alcun accompagnamento. Il canto non era una rappresentazione a beneficio di altri, si cantava per sé: per “sbariare”, per vivere un momento di pausa, per commuoversi o rallegrarsi. Da un balcone aperto o dalla strada veniva, ogni tanto, una canzone, un ritornello, una frase, voci di gente comune, voci isolate, voci di chi, forse, voleva inconsciamente placare una pena o ingentilire per un attimo il tran tran quotidiano. E come chi legge un libro interagisce con la pagina scritta, interpretando in maniera personale fatti e personaggi, così, chi canta, frugando soprattutto nella sua memoria, contribuisce un poco a ricreare quel canto. Così è stato, forse, per secoli, fino a quando la canzone ha fatto parte della memoria collettiva dei napoletani, e, quindi, della loro formazione, della loro cultura e anche della loro vita quotidiana. Poi, si è sentito cantare sempre meno; questo bisogno, nei napoletani e in noi, diventati come tutti, più spettatori che attori e, quindi, più ascoltatori che “cantatori”, oggi sembra quasi estinto. Il canto perduto di Napoli, è rivissuto in un teatro delle Arti che ha fatto il quasi tutto esaurito, in occasione dell’inaugurazione della stagione di prosa. Lo spettacolo era il rodato “Novecento Napoletano che ha visto quale protagonista Gennaro Cannavacciuolo, affiancato da un’esuberante Rosaria De Cicco e da un cast d’eccezione composto da: Franco Castiglia, Salvatore Meola, Susy Sebastiano, il cantante della posteggia, Salvatore Misticone e da giovani talenti quali il tenore Carmine De Domenico e le cantanti Stefania Lai e Alessia Cacace. Risulta non facile fissare la specifica identità della canzone napoletana, perché essa è come un mare che ha ricevuto acqua da tanti fiumi, e Bruno Garofalo ha voluto principiare la sua storia proprio dalla festa di Piedigrotta, con l’entrata trionfale di sette elementi della prestigiosa Banda di Acerra, con al suo attivo un museo e una scuola ospite nel palazzo baronale del paese, da cui sono usciti tanti professionisti, tra cui il clarinettista Giovanni De Falco, guidata da Modestino De Chiara al bombardino, e da quel 1880, anno che viene considerato quale l’inizio dell’epoca d’oro della canzone napoletana, segnato dalla composizione e diffusione della canzone Funiculì, Funiculà, per poi salutare l’entrata in scena di Gennaro Cannavacciuolo, splendido interprete di “Tatonno e’ Quagliarella”, anarchico napoletano, un tema e un “tipo” che non sfuggì certo a Raffaele Viviani, che ne fece il suo cavallo di battaglia. Poi si è avanzato per quadri, con l’idillio marino, eternato da melodie quali “ ‘O marenariello”, “Pusilleco”, “Nuttate ‘e sentimento”, e ancora i quadri dei posteggiatori, chiuso da “Canzone appassiunata”. Continua questo particolare canzoniere, arrangiato dal compianto Tonino Esposito, e affidato alla direzione di Ciro Cascino, una raccolta di musiche e versi che con i loro contenuti hanno raccontato semplicità ed erotismo, esoterismo e magia, rituali sacri e profani, feste popolari. Ed è proprio da qui che trova origine questo incredibile spettacolo in cui le suggestioni, le intonazioni, le evocazioni di un vernacolo che è più una lingua che un dialetto, si trasforma in un canto ora dolente, ora euforico, capace di esprimere l’eterno incanto dei sensi di questa magica Partenope. Ed ecco i “tipi”, rappresentati da urla e grida perfettamente codificati dei venditori di Napoli, Prezzetella a semenzara, ‘o pizzaiolo, l’ostricaro fisico, per poi passare alla macchietta e al Cinema con “Ammore tragico”. Entra in platea il processionale della Madonna dell’Arco, che sposa gli antichissimi canti modali con la Canzone del Piave, simbolo delle grazie per i mariti al fronte, e gli intensi versi di Ernesto Murolo affidati alla De Cicco, un “Oi Marì” e quegli “Uocchi ch’arraggiunate”, resa celebre da Eduardo De Filippo in Gennariniello. Il quadro delle serenate introduce quello della sceneggiata con Guapparia, prima di chiudere il primo tempo. Dopo l’intervallo, il sipario si è riaperto sulla guerra: Napoli ne ha “passate” due di “nottate”, accomunate da un’unica canzone “’O surdato ‘nnammurato” evocato a fil di voce come Anna Magnani in “La sciantosa”. La grande emigrazione è interamente racchiusa in una lettera struggente, ma con lieto fine e ritorno salutato da “Core furastiero” e “’O paese d’ ‘o sole”. Un salto al varietè per incontare Gaetano Pasquariello e omaggio alla tammorra con “Tammurriata americana” di Libero Bovio. Avanza il Cannavacciuolo, elegante Pazzariello, in sciassa e feluca, a capo del popolo napoletano, con una De Cicco, protagonista di “’A tazza ‘e cafè”, prima di iniziare con il coro una passeggiata dalla Napoli di ieri a quella di oggi, con “Popolo po’”, accompagnati da Raffaele Viviani, il quale con il suo teatro musicale ha colto tutte le voci di questa città, attraverso il timbro degli spazi aperti, i colori e i ritmi nella Rumba degli Scugnizzi e chiudendo con “Ammore canta”. Applausi calorosi del pubblico e grande soddisfazione dei patron presenti, Claudio Tortora, Gaetano Stella e Peppe Natella, bis inevitabile affidato alla briosa Rumba.

Olga Chieffi