Il magistero canadese di Angela Hewitt

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La pianista sarà ospite della stagione sinfonica del teatro Verdi questa sera, proponendo il “suo” Bach unitamente a due opere di Robert Schumann

 Sarà  il pianismo assorto della canadese Angela Hewitt ad elevarsi dal gran coda posizionato sul palcoscenico del teatro Verdi, questa sera, alle ore 21. Un concerto di grande prestigio per il nostro massimo con un programma impegnativo dedicato interamente a Johann Sebastian Bach e Robert Schumann. Angela Hewitt, una delle massime interpreti bachiane del nostro tempo ha scelto di inaugurare la serata con il “Concerto nach italianischen Gusto” BWV 971, che dà l’impressione per clavicembalo di un concerto solista. Il modello seguito è ancora quello vivaldiano, ma ad esso vanno ormai attribuiti altri intenti. Il concerto italiano riassume e chiude, si può dire definitivamente, la gloriosa vicenda che per oltre vent’anni aveva mosso la fantasia bachiana. Dalle trascrizioni dei concerti di maestri italiani o italianizzati realizzate per il solo cembalo ai tempi di Weimar, si è giunti ora alla creazione di un concerto concepito sulla falsariga di quelle elaborazioni, testimonianza finale di un processo di osmosi stilistica che non conosce ostacoli. La pagina rivela l’elastica stringatezza di un virtuosismo sublimato in puro pensiero. Di Robert Schumann la solista ha scelto i “Davidsbundlertanze” op.6, datatati 1837, un vero e proprio polittico in cui è il ritmo di danza a fare da elemento unificante. Sono diciotto piccoli pezzi di ineffabile bellezza, ciascuno firmato o da Eusebio o da Florestano o da entrambi. Vi si intuisce un vero e proprio percorso spirituale che costituisce il senso profondo dell’opera, un percorso non dissimile a quello della fantasia. In apertura Schumann ha posto un significativo motto:” Finchè i mortali vivranno /gioia e dolore si mescolano;/ siate sereni nella gioia/ e affrontate coraggiosamente il dolore”; e forse, con tale opera, egli vuole indicarci la serena accettazione del proprio destino quale soluzione al dolore insito nell’esistenza. Alla concitazione della prima parte, ove predomina l’impeto di Florestano, espresso in brani dalla consueta ritmica ostinata, culminante nelle tre danze centrali, fa seguito una serie di composizioni più liete e scherzose, fino alle ultime quattro, dove ricompaiono le voci che risuonano da lontano, vaghe e immateriali, voci di angeli. La meta è allora raggiunta, la stessa che segnava l’incantevole finale della Fantasia. “Comporre è parlare con l’aldilà” scrive il musicista. : lultima danza lascia attoniti, un valzer smaterializzato, reminiscenza luminosa delle gaie danze carnevalesche, sembra aprirci una prospettiva infinita, nella quale ogni cosa si distende, si dissolve, abbandona la propria individuazione per ricongiungersi al Tutto. Al concerto italiano la Hewitt ha accoppiato la Suite Inglese n°6 in Re minore. L’attributo inglesi non è dovuto a Bach, bensì al suo biografo Johann Nikolaus Forkel, secondo cui tali suite furono forse composte per un nobile inglese. Su una copia fatta da Johann Christian Bach (il figlio più giovane), il quale abitava a Londra, si legge “Faites pour les Anglois” (fatte per gli inglesi).
Altre ipotesi sul nome possono essere spiegate dallo stile e dalla struttura di ogni opera che ricalca una sequenza tipica delle suite: un preludio iniziale e altri movimenti in forma di danza. Ciò era tipico dei compositori francesi residenti in Inghilterra. Johann Sebastian Bach le chiamò inizialmente “Preludi con le loro Suite” e poi “Suite con Preludi”. L’ultima delle Suite Inglesi, la Suite n. 6 in re minore, è la più grandiosa e seria. Le dimensioni inusitatamente abbondanti si rivelano già nell’introduzione, lunga e quasi estemporanea, basata su accordi arpeggiati e sostenuti, e adornati da brani di carattere più melodico. L’introduzione si conclude con un lungo trillo anticipatorio che dà l’avvio al ritornello stesso. Quest’ultimo, come le danze che lo seguono, si rivela inaspettatamente gravoso. Ciononostante, la gavotta II, alla pari di quella della suite n. 3, è una musette pastorale, anche se Bach non la chiama con tale denominazione. La giga, atipica, espone con insistenza una personalità ‘spettrale’ e ossessionante. Finale affidato alla Sonata in Sol Minore, op.22, composta da Robert Schumann nel 1838. L’opera inizia con un più presto possibile ma udiamo ben distinti i due temi, il loro sviluppo e la finale riesposizione. L’Andantino deriva il proprio bel motivo da un Lied, che va arricchendosi nelle variazioni ornate che seguono fino alla ripresa del motivo che restaura la spoglia sonorità iniziale, momento di simmetrico riequilibrio. Dopo il tumulto dell’esordio e l’accorata melodia del tempo centrale, ecco uno scherzo burlesco ed eccentrico, ma equilibrato nella struttura e sintetico nella durata. Infine, un decoroso finale, vivace quanto basta, senza stranezze, e privo di tensioni, il vero finale classico, il “lieto fine”, in cui si dovevano dimenticare e riequilibrare le conflittualità insite nei movimenti precedenti.

Olga Chieffi