Costiera amalfitana Scala: Città del Castagno.

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Da qualche anno Scala in costiera amalfitana fa parte dell’ Associazione Nazionele Città del Castagno che si occupa della valorizzazione di quelle realtà sul cui territorio è presente la castanocoltura. Il castagno fu importato nel territorio scalese dai Romani che, secondo la tradizione, fondarono la città. Nell’Alto Medioevo, fino a tutto il XIV sec., le fonti attestano a Scala due tipi di coltivazioni: il  castagneto  e  l’inserteto. La prima produceva le castagne zenzale, di grosse dimensioni che venivano esportate anche nei paesi del Nord Africa; la seconda invece era formata da piante giovani, i tigilli, su cui venivano insertate le zenzale. Altri tipi di inserti erano le castagne granaccie e le verole. L’abbondante  presenza di castagneti sul territorio influenzò anche il toponimo di una della chiese di Scala: S. Pietro a Castanea poi chiamata S. Pietro a Campoleone. Le fonti attestano anche le tecniche di raccolta. Per ottenere una produzione soddisfacente il terreno degli inserteta andava zappato due volte l’anno e ad ottobre cominciava la raccolta. Il bosco si popolava allora di uomini e donne di cui di tanto in tanto si sentivano i richiami, si iniziava a lavorare di buon mattino per raccogliere le castagne cadute durante la notte. Spesso le castagne venivano assaporate sul posto, cotte secondo la tecnica del campo o del furnillo. Nel primo caso veniva creato un letto di felci secche a cui veniva dato fuoco e su cui erano adagiate le castagne, nel secondo le castagne venivano cotte in un vero e proprio forno, realizzato con la terra umida. Al termine della campagna i raccoglitori festeggiavano con un grande pranzo, preparato sul posto, a base di baccalà, stoccafisso, pesci fritti e vino che il padrone del castagneto aveva l’obbligo di offrire. Il frescame degli alberi veniva utilizzato per riempire le mangiatoie e per riparare colture più delicate mentre il fogliame secco veniva utilizzato come letto per gli animali. Il legno del castagno era impiegato per costruire credenze, tavoli e botti per il vino; anche i cosiddetti ‘mbuosti erano realizzati con travi di castagno. Con le piante giovani venivano creati ventagli e ceste che le donne portavano sul capo piene di mercanzie o che venivano usate come some per asini e muli ai quali tra l’altro veniva ed è affidato il compito di trasportare a valle  i sacchi di castagne. Dal punto di vista strettamente culinario la farina di castagne veniva utilizzata per la produzione di pasta e pane. Un piatto tipicamente scalese è la zuppa di castagne, fatta con brodo di carne, cipolle, sedano, prezzemolo, formaggio di mucca e purea di castagne. Altre pietanze della cucina nostrana sono i panzarotti, le castagne con i broccoli, il coniglio alla cacciatora con purea di castagne. Nell’ arte dolciaria le castagne vengono utilizzate per la produzione di marmellate, torte, castagnacci e calzoncelli oppure vengono essicate private della buccia, poi messe a bagno e cotte in acqua o latte. Squisite sono anche le castagne bollite, dette allesse o affumicate con tutta la buccia. A Scala le castagne erano chiamate anche lamenti per il fastidio che provocavano alla bocca consumate crude. –Quest’ anno il raccolto è stato ottimo:tante castagne e soprattutto di grandi dimensioni– ci  dicono i castanocoltori di Scala che hanno destinato parte della produzione alla Sagra della Castagna e a cui va il grazie di tutta la cittadinanza.

Chiara Cappuccio.