DOPO MESSINA LA COSTIERA AMALFITANA A RISCHIO PER I TORRENTI ASSASSINI

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Giampilieri a Messina dista circa 400 chilometri dalla costa d’Amalfi e dalla penisola sorrentina. Ma secondo il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) questa distanza è puramente indicativa dal momento che «i “torrenti assassini” – come vengono definiti da uno studio firmato da un gruppo di ricercatori napoletani, gli omologhi del siciliano Santo Stefano – potrebbero trasformare i paesaggi da cartolina di Amalfi e Vietri in panorami di terrore». A lanciare l’allarme l’Istituto per l’ambiente marino costiero (Iamc) partenopeo con un lavoro curato dal geologo Crescenzo Violante che ha ampliato in un volume pubblicato lo sorso agosto dalla Geological Society of London un lavoro sugli effetti del nubrifagio del 1954 in Campania pubblicato nel 2004 con Eliana Esposito e Sabina Porfido.
PIENE FLUVIALI CATASTROFICHE – Maiori, Vietri e Amalfi, ma più in generale le città sorte a ridosso della costiera sarebbero dunque in pericolo, vista la particolare conformazione geografica dove si sono sviluppati i centri abitati. A tali conclusioni è arrivata l’équipe napoletana dopo aver comparato cronologia, dinamica e grado di severità di eventi alluvionali, tenendo conto della lettura critica di fonti storiche di vario tipo atti notarili, giornali, relazioni tecniche e materiale fotografico a partire dal 1581. E considerando le coste alte, che per il 40 per cento danno forma al litorale della penisola, tipiche non solo di Campania e Sicilia, ma anche di Liguria e di tutta la Calabria. Lì dove semplici piogge possono innescare catastrofi. «Si può parlare di piene fluviali catastrofiche – spiega Violante – sinonimo di torrenti assassini o del termine generico alluvione. In parole povere piove, una frana si stacca dai versanti e genera il rischio, il vero evento catastrofico riguarda i materiali che si riversano nel corso d’acqua principale e dove, come a Giampilieri, ci sono abitazioni ai lati e alla foce. In questi casi si amplia l’alveo fluviale, a Messina è passato dai 2 ai 10 metri».
UNA TRAGICA NUVOLA DI FANTOZZI – Le cosiddette «piogge scatenanti» portano al suolo dai 200 ai 500 millimetri di acque in un breve lasso di tempo e sono generalmente precedute da alcuni giorni di piogge continue. «Insieme all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) abbiamo affrontato la parte meteorologica del nostro studio – continua Violante – Con loro è venuto fuori che le piogge localizzate, una sorta di nuvole di Fantozzi per dirla in termini semplici, sono tipiche delle zone di coste come queste. Perché le coste alte fungono da barriera, un effetto tipico dei rilievi, ma che in prossimità del mare, con il riscaldamento dell’acqua, creano perturbazioni e piogge localizzate».
UNA STORIA DI DISASTRI – La costa campana ha già conosciuto nel passato la furia delle acque. «Il territorio è stato colpito più volte. Le nostre ricerche storiche – sottolinea Violante – partono dal 1531 e hanno individuato 106 eventi calamitosi, di questi sette tra i più disastrosi». La più recente alluvione in costiera si è verificata esattamente 55 anni fa, nell’ottobre del 1954 quando, in seguito agli effetti delle piogge e alla forza dirompente delle piene, le vittime in Campania furono in totale 318: 117 a Vietri sul Mare, 108 a Salerno, 34 a Maiori e 3 a Minori, 25 a Tramonti e 31 a Cava de’ Tirreni. Il torrente Bonea provocò danni cospicui a infrastrutture di tutti i tipi. Danno economico e privato, distruzione di beni architettonici». Logico chiedersi da allora cosa sia stato fatto e quali siano state le misure preventive messe a punto se oggi resta l’allarme.
LE CONTROMISURE APPRONTATE – «A Vietri il ricordo è vivo – risponde Violante – grazie a una schiera di storici locali che ne hanno scritto e per il cinquantesimo anniversario del disastro hanno organizzato persino un convegno, ma per la Costa d’Amalfi c’è ancora da lavorare. Ci sono ancora tratti tombati, ad Amalfi ci sono ancora torrenti tombati come ad Albori, la marina di Albori». Sono i tratti dei torrenti più pericolosi, capaci di far letteralmente esplodere il sottosuolo come spiega il geologo del Cnr: «Visto che le aree per le strutture antropiche sono alla foce di solito, per recuperare più spazio, si tende a coprire il corso d’acqua. Ciò che si dice tombatura. E che nel ’54 a Maiori per la pressione e la sottopressione, con il materiale in carico, ha portato il corso d’acqua a esplodere, sconvolgendo il fondo stradale». P
REVENZIONE E MAPPE DI RISCHIO – La conclusione dei ricercatori napoletani è semplice, per i geologi del Cnr l’evoluzione di queste aree di costa dovrebbe o avrebbe dovuto prevedere un corretto bilanciamento dello sviluppo antropico, ovvero dell’insediamento, con l’impatto edilizio sulla sostenibilità ambientale. La soluzione? Semplice e complicata allo stesso tempo: «Posso solo dire mettere in sicurezza i torrenti con contenimento e argini alti ed evitare di costruire – conclude Violante -. Si possono individuare le aree più a rischio. Ed è possibile creare mappe di rischio, ma serviranno solo se prese in carico dalle amministrazioni locali a evitarvi la costruzione».
 

Sandro Di Domenico Corriere del Mezzogiorno

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