BERNABE A CAPRI, LA TELECOM NON STA RIMONOPOLIZZANDO IL MERCATO

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«Parole in libertà, inaccettabili e offensive per la nostra azienda e per i nostri uomini». Dopo il forum pubblicato ieri sul Sole 24 Ore, Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia, risponde duramente alle critiche che gli operatori alternativi – Fastweb, Vodafone, Bt Italia, Wind e Tiscali – hanno espresso a Capri, seguito da positanonews il quotidiano online della costiera amalfitana e penisola sorrentina . Di Telco non parla, «perché è un tema che riguarda l’azionista» ma è un fiume in piena quando si tocca il tema del presunto pericolo di una rimonopolizzazione che vedrebbe protagonista l’azienda. La cornice è quella suggestiva di Capri, dove il numero uno di Telecom Italia interverrà oggi al convegno sulla banda larga organizzato da Between. La prima considerazione emersa nel forum riguarda la rimonopolizzazione. Secondo gli altri operatori, a più di 10 anni dalla deregulation, Telecom controlla ancora l’80% degli accessi della rete fissa. La quota di mercato di Telecom Italia nell’accesso non è pari all’80% ma al 74%, dato di giugno 2009. E questo valore non è assolutamente un’anomalia italiana. In Europa siamo sostanzialmente allineati o addirittura al di sotto, per esempio, di France Telecom, che è al 79%, o di Telefonica, che è al 75% degli accessi, nonostante in questi paesi esista anche un’infrastruttura alternativa via cavo che fornisce servizi di accesso telefonico. Sì, ma proviamo a guardare in casa nostra. Se si considera la quota media a livello nazionale, emerge una fotografia molto parziale della realtà competitiva. Appare più significativo guardare alle realtà geografiche che interessano maggiormente gli operatori alternativi, i quali, non a caso, concentrano i loro investimenti in unbundling e fibra ottica solo su circa 1.500 delle oltre 10mila centrali di Telecom Italia. Nelle “aree di unbundling”, che rappresentano il 60% del mercato nazionale, la quota di accessi di Telecom scende al 66%, sempre a fine giugno. In altri termini, nelle zone in cui gli operatori alternativi hanno investito, hanno già acquisito un cliente su tre. Se poi ci si concentra sulle grandi aree metropolitane – come Milano, Roma, Torino, Napoli – la quota degli accessi di Telecom Italia si colloca poco al di sopra del 50 per cento: un cliente su due è già migrato ad altri operatori grazie soprattutto alla regolamentazione che ha favorito questo modello di competizione. E sulla banda larga? Guardi, se si prende in considerazione il mercato dell’accesso broadband, lo stato della concorrenza e ancora più avanzato: al 30 giugno 2009, gli operatori alternativi detenevano il 42% del mercato nazionale. Ma il prezzo dell’unbundling? In Italia si paga più che negli altri paesi europei? Anche questa è una storia che sento ripetere spesso, ma basta guardare le cifre: gli 8,5 euro al mese dell’Italia si collocano al di sotto della media dei principali paesi Ue di circa il 10 per cento. Nel Regno Unito poi, sempre citata come la patria della liberalizzazione, l’autorità di settore ha stabilito un aumento annuo per il 2010-2011 pari al tasso di inflazione, cioè il 5,5 per cento. Le chiedo ancora: esiste in Italia un rischio di rimonopolizzazione? Con i dati sopra ricordati, come si fa a dire che «nell’ultimo biennio ci sarebbe stata una frenata, se non un rafforzamento del cosiddetto incumbent» e che esista un «concreto rischio di rimonopolizzazione» come qualcuno ieri (mercoledì per chi legge, ndr) ha detto al vostro giornale? Mi sembra che gli sviluppi del mercato e della concorrenza stiano qui a dire che la deregulation non marcia certo a passo ridotto. Anzi, credo che per troppo tempo le asimmetrie a favore degli operatori alternativi, ad esempio nelle procedure di migrazione, abbiano limitato la libertà di scelta dei clienti finali, creando le condizioni per una sorta di “concorrenza assistita”. E sempre in tema di asimmetrie, non dimentichiamo che ancora oggi gli operatori alternativi beneficiano di un livello di terminazione fissa molto più alto di quello di Telecom (più del doppio!) che non si riscontra in alcun paese europeo. Un fattore che in tutti questi anni ha rappresentato una importante fonte di finanziamento per i bilanci degli altri operatori. Ieri è emerso che Telecom Italia non investe a sufficienza sulla rete. Occorre ricordare che il mercato delle tlc è fortemente “capital intensive” e Telecom Italia non ha mai smesso di investire per l’innovazione e la qualità, come dimostrano i dati inviati recentemente ad Agcom sul tasso di guasto della rete di accesso, che ha raggiunto i livelli minimi degli ultimi anni. In particolare, il tasso di guasto sulle linee in unbundling è sceso dal 14,8% al 13,4% tra il 2008 e il 2009. Telecom Italia non ha mai smesso di investire nella rete di accesso in rame, per il cui sviluppo vengono impegnate ancora diverse centinaia di milioni di euro all’anno. Devo precisare poi che Telecom Italia, quanto ad investimenti, sta facendo molto: investiamo una cifra equivalente al 15,4% dei ricavi domestici, contro circa il 9,9% di Telefonica, il 9,7% di France Télécom ed il 9,3% di Deutsche Telekom.