CAMPANIA CHE PASTICCIO QUESTO PD

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Arrivano i risultati dei congressi dei circoli del PD chiamati a scegliere fra le tre mozioni in campo: quella di Franceschini, di Bersani e di Ignazio Marino (vera sorpresa di questa “elezione”). In parole povere gli iscritti sono stati chiamati a decidere sulla nuova leadership del Partito Democratico. I risultati danno stravincente Bersani su Franceschini e premiano Ignazio Marino, che con il suo 7,66%. supera il quorum del 5% necessario per partecipare alle primarie. Bene. Fin qui nulla di strano. Gli iscritti votano e scelgono con chi stare. E come votano e scelgono? Votano in base ai documenti congressuali. Cioè, nel congresso ci si confronta sulle varie posizioni, sulle linee, su quale strada è meglio seguire per attuare il programma del partito (che, per logica, dovrebbe essere unico) e poi, valutata quale è quella che più si confà alle proprie idee e priorità, si sceglie. Così dovrebbe essere. Dovrebbe! Ma la sinistra ci ha abituato a certi meccanismi talmente consolidati che hanno messo paraocchi e paraorecchie a tutti, militanti e dirigenti, al punto che nessuno si accorge che è stato proprio questo modus operandi la causa delle sonore batoste recentemente incassate. Per cui accade una cosa che, pur essendo strana, passa per prassi del tutto normale nell’intero corpo del Pd: al congresso si discutono le mozioni, si vota per una di esse, e quindi per chi la propone (si presume), ma il leader del partito si sceglie successivamente con le “primarie”. I congressi diventano un inutile spreco di carta e di tempo se da queste sedi esce una precisa linea che deve avere il partito (approvata dai delegati che sono stati a loro volta votati dai congressi di sezione, dei comuni, delle regioni), e questa scelta, con annesso proponente, deve essere “ratificata” da votazioni primarie che, per assurdo, potrebbero anche decidere per un leader portatore di una linea diversa da quella votata nei congressi. E se i congressi, organismi di base, continuano a essere svuotati dal loro potere decisionale, se agli iscritti non è data la possibilità di mettere il becco in scelte che vengono calate dall’alto, a questo punto c’è da chiedersi se non sarebbe stato meglio che i candidati fossero andati in giro a presentare le loro mozioni e in base a queste farsi eleggere solo con le primarie. E se a qualcuno fosse finora sfuggito che questi meccanismi farraginosi, non servono a far discutere nessuno, ma solo a contarsi e a stabilire chi ha il potere all’interno del partito, questa è l’occasione per focalizzare l’attenzione. La scelta delle leadership avvengono sempre con un rituale solo propagandistico. Nessuno s’illuda, gli iscritti non decidono nulla. E la conferma di quanto detto è data dalla maggioranza bulgara che si registra in molti circoli a ogni votazione, segno evidente di assoluta mancanza di decisioni autonoma e democratica. E di questo meccanismo fanno parte le mozioni, che per tradizione la sinistra prepara corpose, spesso illeggibili a chi non ha gli strumenti culturali adatti. Non tutti i militanti hanno la laurea, il risultato è che il più delle volte non le legge nessuno. Piene di analisi e di retorica, che di solito dicono ciò che non va partendo da Adamo ed Eva per finire all’economia mondiale; in cui si parla dei massimi sistemi e si filosofeggia; con le quali ci informano, caso mai non lo sapessimo, che c’è disoccupazione, inquinamento, malaffare, politici corrotti, morti sul lavoro, stipendi bassi e, soprattutto “c’è Berlusconi”. Di rimando, però, non dicono come si vogliono combattere questi “mali” se non con una serie “bisogna” “è necessario” “bisogna dire basta” magari aggiungendo il “senza se e senza ma” che tanto piaceva a Bertinotti. Insomma meri proclami, privi di qualsiasi contenuto. Concetti astratti che stridono con la tanto enfatizzata “politica del fare”. Si innesca un meccanismo perverso. I militanti, i più puri, quelli che in modo francescano, gratis et amore dei (quelli, per capirci che fanno politica nei territori e portano acqua al mulino senza mai chiedere nulla in cambio), soprattutto nei piccoli paesi, votano a secondo delle indicazioni del segretario di circolo ( o di quel dirigente che va per la maggiore). Questo a sua volta vota secondo le indicazioni della federazione provinciale, o almeno del suo diretto referente, che a sua volta vota secondo le indicazioni del consigliere regionale o del segretario regionale o assimilati. Questi votano secondo le indicazioni che gli vengono dal referente nazionale che gli garantisce la successiva candidatura, oppure la prima posizione nelle liste e quant’altro. Insomma in tutto questo il dibattito politico, le proposte, i programmi, la crescita, la formazione, non c’entrano nulla. Per non parlare della questione “tesseramento”. Prima dei congressi il numero degli iscritti levita a dismisura, ma poi, alla verifica, ci si accorge che nei circoli a celebrare i congressi sono meno circa il 10% (e sono stata buona). E a questo proposito, sarebbe interressante sapere se e come andrà a votare alle primarie la rimanente parte (corposa) degli inscritti al Pd. Ma tant’è, questi sono i vizi atavici della politica che, da destra a sinistra, accomuna tutti. E, a quanto pare, sradicarli è una missione impossibile. E’ triste constatare che le cose non cambiano. E’ triste essere attraversati ancora dal dubbio che il Partito Democratico più che la “grande opportunità” sbandierata alla sua nascita, è solo un colossale errore politico. La scelta del nuovo leader poteva essere un’occasione per dimostrare che si era riusciti a fare tesoro degli errori del passato e che c’è davvero l’intenzione di volere cambiare rotta. “Un partito capace di parlare con una voce sola, con un’identità definita, radicato e popolare, ma non che discuta solo di sé stesso, ma dei problemi dell’Italia”, recita la mozione del vincente Bersani. Ci piacerebbe che fosse così, ma i meccanismi che hanno scelto per andare verso il “nuovo” sanno di stantìo. Ci piacerebbe un partito che avesse una vera identità, meglio se di sinistra, anche se con i tempi che corrono forse sarebbe chiedere troppo, ma che almeno mostrasse di avere idee chiare sul da farsi, e soprattutto abbandonasse l’idea di dare “un colpo al cerchio e uno alla botte” di veltroniana memoria. Questo in politica raramente pagato e quasi mai ha convinto. Ci sono alcuni punti in cui non si può tentennare, non si può barare, non si può giocare a due tavoli. Su punti, ad esempio, come la laicità dello Stato e i temi etici, un partito che si definisce di centro-sinistra, non può avere dei dubbi. E questo lo ha capito bene Ignazio Marino, che forse deve la sua buona affermazione nei congressi proprio alla posizione netta e chiara che ha assunto su questi temi. Per acquistare credibilità e riconquistare anche quel popolo della sinistra sfiduciato e avvilito, non basta più essere solo contro Berlusconi. Non basta recitare a soggetto; non serve essere buonisti a tutti i costi, non serve essere accondiscendenti per non inimicarsi nessuno in questo partito tanto variegato; non serve calarsi le braghe davanti ai dictat dei teodem, teocon, neodem… e chi più ne ha e più ne metta. Costruire un’identità culturale e politica di questo partito è un compito arduo. Tornare alla concretezza “del fare” dopo anni di politica fatta solo di immagine è quasi impossibile. E dire che questo partito era nato con la speranza del cambiamento. Una speranza che si è arenata nelle vecchie logiche della burocrazia, nei vecchi meccanismi, nelle battaglie per le leadership che continuano a far sprecare energie nelle tanto inutili quanto devastanti battaglie interne. Battaglie che fiaccano al punto che non restano fiato e tempo nemmeno per accorgersi delle tragedie che si consumano fuori le mura dei palazzi; figuriamoci poi, se così “debilitati” si può solo pensare di contrastare l’avanzata della destra più bieca. Una desta che, comunque sia, si presenta più coesa, che ha scelto un leader e se lo tiene stretto. La sinistra, invece, sulla scelta del leader si divide da sempre. Tutti vogliono fare i “re”, alla faccia del protagonismo di Berlusconi, dimenticando che per essere re bisognerebbe possedere un regno, altrimenti, come è successo alla sinistra radicale, dispersa in mille rivoli, si finisce con lo scettro in mano a parlare con lo specchio. E così accade che, mentre Berlusconi, nonostante tutto, continua ad essere forte, la sinistra radicale praticamente non esiste più; il cittadino è sempre più indifferente nei confronti della politica che considera una casta vieppiù privilegiata e lontana; l’elettorato si sposta inesorabilmente verso destra, spesso accogliendo ideologie pericolose come razzismo, xenofobia, omofobia e così via; il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato etico assume sempre più un carattere di inevitabilità; il Pd continua ad essere impegnato in una battaglia fratricida che, per ora, durerà fino al 25 ottobre, applicando alla lettera ciò che Tommaso di Lampedusa ne Il Gattopardo fa dire a Tancredi “Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”, e quel “bisogna che tutto cambi”, a quanto appare, sembra riferirsi solo alle leadership. Eleonora Gitto http://elegitto.blog.kataweb.it