APRE HOTEL CAPPUCCINI – CONVENTO: UNA FONDAZIONE PER QUASIMODO AD AMALFI

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Domani 26 settembre riapre l’Hotel Cappuccini-Convento di Amalfi, come ha anticipato con lodevole e puntuale professionalità questo giornale. Ne sono contento perchè la Costiera amalfitana  tutta si arricchisce di una struttura di eccellenza nell’offerta turistica di qualità.

L’albergo è una prestigiosa pagina di storia che registra la presenza di ospiti di rango, italiani e stranieri: politici, divi del cinema e del mondo dello spettacolo in genere, imprenditori e finanzieri sulla cresta dell’onda e, soprattutto, letterati, che su quella terrezza spalancata sul mare dell’Antica Repubblica con alle spalle, a far da quinta, la montagna odorosa di zagara e macchia mediterranea, trovarono relax ed otium a fecondare ispirazione e scrittura creativa. L’ho frequentato molto negli ultimi decenni fino alla chiusura. Vi raccolsi l’ultimo affannato respiro di Salvatore Quasimodo, sfigurato dal dolore per un improvviso malore, che lo portò rapidamente alla morte. Era il 14 giugno del 1968.

Qui il Nobel aveva scritto qualche anno prima “L’elogio di Amalfi”, una delle più belle e coinvolgenti pagine di letteratura di viaggio. E nella frequentazione dell’Amico e Maestro per me che, già giovane liceale, mi ero avvicinato sgomento ed immaturo alla sua poesia, quelli furono giorni di indicibile godimento spirituale, riempiti dalla scoperta dell’uomo, che dava volto, voce, anima al Poeta.

Ci fui l’ultima volta nella primavera del 2002, quando  mi feci promotore di un “Omaggio a Quasimodo” nel centenario della nascita, con la partecipazione di ben tre Premi Nobel (Rita Levi Montalcini, Derek Walcott, Tony Morrison) ed una folta schiera di intellettuali (narratori e poeti) venuti da mezzo mondo. In quella occasione aggirandomi per i terrazzamenti dei limoneti mi ritmava dentro con dolcezza lacerante la voce del Poeta. “Per descrivere le rive di Amalfi secondo una fotogenia tradizionale dovrebbero bastare le pubblicazioni turistiche, le sequenze dei documentari. Per trattenere la dimensione interiore della sua natura sono necessari gli incontri più sottili della mente: è un paesaggio che coinvolge la nostra anima in una serenità anche fisica, nell’equilibrio. Una misura più facile per segnare il tempo”.

Ed ogni qualvolta torno nella città della mia giovinezza – lo faccio spesso – l’eco mi riporta quella voce: “Lo strapiombo aereo di Amalfi è immerso nelle reti di colori puri… Qui è il giardino che cerchiamo sempre e inutilmente dopo i luoghi perfetti dell’infanzia. Una memoria tangibile che avviene sopra gli abissi del mare, sospesa alle foglie degli aranci e dei cedri sontuosi negli orti pensili dei conventi”.

E di fronte allo spettacolo di Amalfi paciosa e luminosa nella rada la risacca, che canta amore al cuore delle grotte, mi ripete la litania di sempre: “Come rubate al fondale sembrano le case di Amalfi aggrappate alla roccia, bianche o nei contrasti degli smalti, unite ai brevi agrumeti. Sembra di seguire un passaggio di sardine di argento o di alici, un colpo di pinne ed una direzione, tra il ramificarsi delle alghe. Il sole disegna le sue barriere sulle sabbie e le porte delle case sono ingressi alle grotte dove la luce è verdissima tra finestre uguali e curve di fossili. Dietro un faraglione precipita una stella marina, una madrepora si scioglie, le basi e i gradini sono di foraminiferi, le grate dei cancelli, sospesi dentro cornici di conchiglie barocche, ripetono le forme degli scheletri dei pesci. Le scaglie diventano lucide trame di armature medioevali dell’affondata potenza dei velieri. In nessun altro luogo l’incrocio tra terra ed acqua avviene con una reciproca metamorfosi”.

Ed allora anch’io con il poeta ripeto la nenia a perforazione lenta di cuore, anima e pensieri: “Intanto i nostri occhi di pellegrini non si stancano di guardare cadute e salite a vortice verso la superficie dell’acqua di cupole di meduse e pagode di molluschi, minareti di ricci e capelli di anemoni, perchè qui è facile dimenticare la morte e pensarla come eco cangiante delle grotte e dei calanchi o quando il mare è in tempesta e la voce delle sirene diventa di minaccia, e in alto le nuvole si frantumano correndo verso un orizzonte più oscuro”.

Quest’anno ricorre il cinquantesimo anniversario dell’attribuzione del Nobel a Salvatore Quasimodo (1959). Mi piacerebbe che Amalfi ne onorasse degnamente la memoria. Sarebbe un atto dovuto. Mi piacerebbe che l’iniziativa fosse presa e sponsorizzata dalla nuova Società che ha rilevato la gestione dello storico albergo. Qui il Poeta soggiornò a lungo. Qui morì come testimonia una lapide murata all’ingresso, dettata, tra l’altro, da un altro grande poeta, Alfonso Gatto. Spero tanto che lo faccia nella consapevolezza che l’offerta turistica di qualità, anzi di eccellenza, in questo caso, passa attraverso la cultura.

E mi piacerebbe che i tanti amalfitani sensibili alla cultura (amministratori, imprenditori, intellettuali) si battessero per difendere una bella pagina della civiltà letteraria della loro città e che dessero vita ad un comitato per una Fondazione Salvatore Quasimodo, da allocare proprio nell’albergo dove il Poeta morì.

Propongo a questo giornale, che è diventato la voce dell’intera Costa d’Amalfi, di lanciare un sondaggio sul tema. Potrebbe essere una bella verifica su quanto gli Amalfitani amino e difendano la loro storia letteraria.

                                                                                                            Giuseppe Liuccio

                                                                                                        email:g.liuccio@alice.it.

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