SCALA, IL SEPOLCRO DI ANTONIO COPPOLA, UN MAUSOLEO CHE LASCIA DI STUCCO

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Scala, la più antica cittadina della costa d’Amalfi con un patrimonio d’arte unico al mondo che andrebbe valorizzato e potrebbe essere un volano eccezionale per il turismo, come molti lettori continuano a dire su positanonews.

«In essa cappella vi scorge un maesto­so e quasi regio mausoleo di finissi­mo stucco con moltitudine di vari personaggi, lavorati con artificio im­pareggiabile e ornati con oro, oltra­marino e altri finissimi colori». Così l’erudito Carlo de Lellis descriveva nel Seicento il più significativo monumento funerario della Costiera Amalfitana.

È il sepolcro a baldacchino del nobile Antonio Cop­pola, morto nel 1373, che ancora si conserva nel Duomo di Scala che descrive con straordinaria bravura Paola Vitolo oggi sul Corriere del Mezzogiorno. I danni causati dall’umidità e dalla perdita quasi totale della policromia non ne han­no alterato il fascino, e con la stessa impressione di stupore di tre secoli fa premia la curiosità del visitatore moderno che scenda le scale verso l’am­pia cripta dove, insieme ad un altro tesoro d’arte della Costiera, il duecentesco gruppo ligneo della Deposizione, documenta l’alto livello della commit­tenza artistica scalese nel Medioevo. Non sappiamo se Antonio Coppola si fosse gua­dagnato tanto prestigio nei ranghi dell’amministra­zione pubblica, al servizio dei re angioini, o nel set­tore dei commerci con i paesi del Mediterraneo, che da secoli gli abitanti della Costiera solcavano con le loro navi.

Ma non stupirebbe se, pur essen­dosi trasferito altrove per lavoro, avesse scelto di lasciare memoria di sé nella città di origine. In più di un’occasione, infatti, gli abitanti di Amalfi, Ra­vello, Scala e Atrani hanno investito il patrimonio accumulato nella fondazione e decorazione in pa­tria di chiese, cappelle, palazzi, per esibire uno sta­tus sociale ed economico guadagnato al di fuori della comunità. È certo però che a lui era destinato quel sepolcro e non, come una lunga e romantica tradizione ha tramandato, a sua moglie Marinella Rufolo, che pure lo affianca nella preghiera alla Vergine nei rilievi della cassa.

Ed è più che probabile che in quel secolo il nobi­le scalese non fosse il solo a osare tanto. Insieme alla bellissima statua di Santa Caterina della chiesa di San Giovanni del Toro a Ravello e al Crocifisso nella chiesetta di San Filippo Neri a Pontone, la sua tomba è l’unica testimonianza ancora supersti­te di un’ampia e documentata produzione di scul­tura in stucco, un materiale che i contatti con il mondo arabo (come dimostrano anche gli archi in­trecciati di palazzo Rufolo a Ravello) e ragioni squi­sitamente pratiche avevano contribuito a radicare nella tradizione e nel gusto locali. Il territorio acci­dentato della Costiera avrebbe reso ben arduo e di­spendioso il trasporto di marmi e pietre. Lo stucco si impastava invece sul posto e la sua povertà era riscattata dalla decorazione pittorica. In tal modo quei modelli artistici, che da Napoli, la capitale del Regno, si andavano diffondendo ovunque nell’Ita­lia meridionale (soprattutto i grandiosi sepolcri dei reali angioini), venivano ripensati in forme ori­ginali e imitati a costi decisamente contenuti. Il grandioso baldacchino incornicia una preghie­ra figurata, che traduce la devozione mariana di Antonio Coppola e la sua speranza di essere am­messo in Paradiso.

I rilievi sulla parete di fondo della camera funebre svolgono infatti il ciclo della Morte, Assunzione ed Incoronazione della Vergi­ne, un tema di origine bizantina che trova ampia diffusione in occidente nel Medioevo, e che nella non lontana Amalfi troviamo affrescato in due cap­pelle della Chiesa del Crocifisso. Il diretto modello di riferimento per gli stuccatori di Scala fu però una tavola dipinta (oggi in collezione privata), che alcuni decenni prima la stessa famiglia Coppola aveva commissionato al pittore napoletano Rober­to di Oderisio, probabilmente a sua volta ispirata ad un prestigioso modello dipinto a Napoli da Giot­to. La Madonna viene deposta nel sepolcro dagli apostoli piangenti, figure colonnari e variamente atteggiate in dolcissime espressioni di dolore, mentre in primo piano l’ebreo Jefonia viene puni­to da San Michele Arcangelo per la sua empietà con il taglio di quelle mani che avevano tentato di rovesciare il catafalco di Maria. Uno straordinario tripudio di angeli festanti accompagna con la musi­ca e l’offerta di ricchi cesti di frutta l’ascesa dell’ani­ma della Madonna che dalle braccia di Cristo, che l’accoglie in forma di bambina, si eleva al trono ce­leste dove viene incoronata. Le decorazioni del bal­dacchino offrono un contorno di grande sontuosi­tà a queste scene, grazie anche alla duttilità dello stucco, che consente la modellazione di un gran numero di figure. Nell’archivolto otto profeti ac­canto alla Vergine in preghiera prefigurano la venu­ta di Cristo e la salvezza dell’uomo.

Sul lato fronta­le degli spioventi, in clipei incorniciati da eleganti motivi vegetali, dodici ritratti di martiri e santi guerrieri ai lati di Cristo alludono all’attivo coinvol­gimento degli Scalesi nelle crociate e alla leggenda per la quale sarebbe stato un loro concittadino, fra’ Gerardo Sasso, a fondare l’ordine degli Ospedalieri di Gerusalemme (detto poi di Malta). A corona­mento del ciclo, sui pinnacoli del baldacchino, le tre statue dell’Eterno benedicente, di Maria e del­l’Arcangelo Gabriele ricordano l’Annunciazione. Come altre celebri opere d’arte della Costiera Amalfitana, forse più note al grande pubblico, il se­polcro di Antonio Coppola rappresenta un felice momento di incontro fra tradizioni locali e model­li importati dall’esterno. La prontezza di ricezione e la capacità di rielaborazione originale consentiro­no alla produzione artistica di questa zona di non appiattirsi nella stanca ricezione di modelli napole­tani, come avveniva in altre province del Regno. E quest’opera, che sfidando la fragilità della materia di cui è fatta è giunta fino a noi miracolosamente quasi integra, è una sintesi perfetta del carattere e dei gusti delle genti della Costiera, radicate nelle proprie terre, e al tempo stesso proiettate al di là dei loro confini.