Le composizioni strutturali di criterio e codice "madi" di Vincenzo Mascia.

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Articolo di Maurizio Vitiello – La pittura strutturale del molisano Vincenzo Mascia.

 

Vincenzo Mascia, nel 1976, si iscrive alla Facoltà di Architettura dell’Università di Roma laureandosi nel 1982.

Durante gli studi segue i corsi di storia dell’arte tenuti da Filiberto Menna appassionandosi all’arte concettuale.

Di questo periodo sono alcune sue opere nate dall’indagine e dall’analisi del lavoro di Magritte, Duchamp e Kosuth.

Presto si convince che l’arte sia soprattutto un fatto mentale, quindi non praticherà mai la pittura in senso tradizionale.

La conoscenza ed il suo grande amore per l’avanguardia costruttivista e neoplasticista lo portano, a partire dal 1986, a comporre i primi lavori concretisti.

Nel 1987 realizza la sua prima significativa personale alla Galleria Comunale di Campobasso.

Prosegue la sua ricerca nel campo dell’astrazione geometrica e nel 1991 realizza le sue prime strutture, si badi bene “ estroflesse”.

Partendo da quella che lui considera “la grande rivoluzione spazialista” esamina il lavoro dell’immenso Lucio Fontana in quanto spazio reale non illusorio, in contrapposizione allo spazio prospettico.

Nel 1992 conosce Anna Canali, direttrice della galleria Arte Struktura di Milano e partecipa alla mostra “L’arte costruisce l’Europa” e alle rassegne organizzate dalla stessa galleria.

Dal 1996 entra a far parte del Movimento Madí e da allora ha partecipato a tutte le manifestazioni promosse in campo nazionale ed internazionale. 

Tra le mostre collettive e personali recenti si segnalano:

2001, Campobasso, Galleria Limiti Inchiusi “Fuoriluogo 6” e, presso il Museo Sannitico, “Rappresentazione continua, il segno e l’energia”; 2003, Comune di Summonte (Avellino) ”Ricomincia il battito” e, alla Galleria Sala Uno di Roma “Fuoriluogo 7”; 2005, Galleria Civica di Arte Contemporanea di Termoli “Genius Loci Arte Contemporanea in Molise” e a Campobasso presso la Galleria Limiti Inchiusi – “Molise Glo/cal Identità”; 2006, personale presso il Museo d’Arte Contemporanea di Santa Croce di Magliano; a Tripoli, presso l’Istituto Italiano di Cultura ha partecipato alla mostra “Il filo conduttore” e a Spoltore (Pescara) ha presentato una installazione nella mostra “I colori del territorio”.

Nel 2007 ha realizzato una personale ad Oratino (Campobasso) dal titolo “Strutture”, ha partecipato a Campobasso ad una mostra organizzata in occasione del duecentenario della fondazione della provincia, presso la Galleria Limiti Inchiusi, dal titolo “Duecentoanni – Fuoriluogo 11” e a Termoli presso la Galleria Civica di Arte Contemporanea ha partecipato alla mostra “Nuova composizione sperimentale”. 

Nelle sue realizzazioni recenti è evidente il richiamo al Costruttivismo da un lato ed al Suprematismo dall’altro, sempre rivolto al superamento del limite, all’indagine pluridisciplinare, al coinvolgimento dell’esperienza conoscitiva relativa ai processi percettivi. Del Neoplasticismo sono invece indagati i principi fondamentali: sintesi, piani, colore, composizione, equilibrio. La sua ricerca rifiuta il dato metafisico e si concretizza nell’insieme di relazioni complesse rese in forme essenziali che tengono conto della particolarità del materiale.

La presa in considerazione della spazialità legata al supporto lo conduce alla creazione di lavori i cui elementi sono indipendenti e componibili.

L’attività artistica è svolta parallelamente alla professione di architetto. Quello con l’architettura è un rapporto che cerca costantemente. L’approccio metodologico è identico: anche l’architettura si esprime attraverso l’unità di forze contrastanti orizzontali-verticali, pieni-vuoti, superfici lucide-opache, concave o convesse.

Non tutti gli artisti di un certo livello risultano conosciuti al largo pubblico. Oggi, nel mondo dell’arte, si sovrappongono agli artisti affermati, ed ampiamente storicizzati, quelli bravi, ma non particolarmente conosciuti, i giovani emergenti dalle buone basi, intenti alla ricerca estetica e a guadagnare margini di successo, e le meteore abbaglianti, ovvero gli effimeri.

Insomma, una discreta babele d’istanze e di linguaggi genera una certa confusione.
Il fruitore educato all’arte sa ben districarsi, ma chi non e’ solito frequentare i salotti ben informati, nonché le gallerie accorsate e i musei propositivi, accusa qualche difficoltà.

Vincenzo Mascia è un operatore serio e tranquillo, poco dedito all’amplificazione della sua attività, indubbiamente di tutto rispetto, da conoscere senz’altro.
Vive e lavora a Santa Croce di Magliano, in provincia di Campobasso, ed ha preferito il codice “madi”, che ha coinciso con la sua evoluzione artistica.

La valida ed interessante produzione di Vincenzo Mascia è possibile vederla ad ogni manifestazione “madi”.

Il “madi” continua il ventaglio di prerogative dell’astrattismo, proponendo l’opera cinetica ed il quadro esagonato, e non raccoglie, perché volutamente elimina, ogni ingerenza dai fenomeni di espressione, rappresentazione, significazione.
Ma le esperienze “madi”, vivificate da varie generazioni di artisti, avvertono i cambi e le flessibilità del tempo e possiamo considerare accettabili nuove formulazioni che prospettano un “post-madi” e addirittura un “alter-madi”.

Le nuove aggettivazioni, inedite, inusuali, inconsuete, attivano una costante metodologia di ricerca per un collegamento tra arte e architettura, tra arte e design.

Mascia nel 1986 realizza le prime opere inoggettive e nel 1991 determina le prime strutture ad orizzonte estroflesso.

Esaminato il lavoro di Fontana, assembla componenti tenendo conto che devono vivere uno spazio reale, e non illusorio, e nega soluzioni prospettiche.
Le sue realizzazioni recenti, pur evidenziando il richiamo al costruttivismo ed al suprematismo, sono parimenti indotte e rivolte ad indagare livelli pluridisciplinari.

Ogni opera di Mascia tenta, altresì, di recepire ed afferrare quegli utili coinvolgimenti dell’esperienza conoscitiva relativa ai processi percettivi.
Le forme neoplastiche precisate rispondono ad essere felici ed assennate sintesi di piani, di colori e di combinazioni compositive. La sua provvida e minuziosa ricerca rifiuta dati figurativi e visioni metafisiche e si concretizza nell’esporre insiemi di rapporti complessi, resi in forme convincenti e capitali grazie alle particolari qualità e margini di affidabilità dei materiali usati.
Per Vincenzo Mascia il progetto è la base su cui poter partire per investigare l’iniziale intuizione della forma e poter, poi, proseguire per intessere e per sovrapporre trame ed orditi geometrici di elementare essenzialità.

La prima mossa è la scomposizione del quadrato in altre figure geometriche elementari, da regolare in accostamenti o in sovrapposizioni.
Da confronti e da scontri tra gli elementi variabili della struttura compositiva si apre un teoria di possibilità estetiche, che tende a compattare un’unità.

Una struttura di Vincenzo Mascia è un appoggio deciso a forme inseguite e, al contempo, uno smistamento di pungoli ottici.
Un’altra struttura è un’àncora cromoplastica lanciata a guadagnare lo spazio e a definire un’architettura nell’architettura divina.

Vincenzo Mascia cerca d’integrare la sagoma con la silhouette, il principio coloristico con la tinta nuova, il volume pieno con la dimensione aperta per aggregare le tensioni delle forze contrastanti in un sana e saggia saldatura che tenga.

Far interagire disciplinatamente forze contrastanti, far valere sagome costruite, motivate di sapienti colori, sottolineare una virtuale inclinazione a superare varchi e ad abbracciare campi di spazio, gestire linee orizzontali e verticali, pieni e vuoti, superfici lucide e opache o concave e convesse è la complessa somma di azioni e di procedimenti attuata da Vincenzo Mascia per sviluppare il superamento dei perimetri e per ammettere dialoghi e contaminazioni.
Sedimentazione di compositi tagli geometrici, sfalsamento dei piani e possibile integrazione di indirizzi di luce sono i punti fermi e qualificanti dell’ultima cosciente e matura produzione di Vincenzo Mascia, che non osa fermarsi per avere ragione delle linee e della materia.

Maurizio Vitiello