Il medioevo sospetto dei “Carmina burana”

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Gran concorso di pubblico nell’area spettacoli di Molo Manfredi, allestita dall’autorità portuale di Salerno,  per l’esecuzione da parte dell’Orchestra e coro “Sergei Rachmaninov” del capolavoro di Carl Orff

Ottimo concorso di pubblico nell’area spettacoli del Molo Manfredi, allestita dall’Autorità Portuale di Salerno per il suo Sea Sun, lunedì sera, per applaudire la grande orchestra sinfonica e coro “Rachmaninov” diretta da Piero Gallo interprete dei Carmina Burana di Carl Orff. Il soprano Svetlana Sicencova, il baritono Carmine Monaco e il tenore Carlo Putelli con Floriana Alberico e  Leonardo Quadrini  al pianoforte, hanno schizzato soddisfacentemente quel particolare insieme dinamico in cui l’autore ha posto i suoi pannelli statici  Carlo Orff, alle soglie del ‘900, è stato interprete di un codice, quale quello di Benediktbeuren, su cui non sta scritto il ritmo del canto, né chi debba cantare (soli, pochi, tanti; voci acute, voci gravi), né tanto meno se questo canto sia arricchito da strumenti, e , se sì, quali. Uniche certezze: l’altezza delle note e soprattutto, un testo rutilante di immagini salaci, di ritmi verbali travolgenti. Partendo, dunque, da così scarse – per quanto sostanziali – indicazioni, ecco svilupparsi la sua interpretazione: non solo di una serie di canti, certamente; ma dell’era lontana da cui ci sono pervenuti, che è un Medioevo colto (che parla latino) e, nello stesso tempo profano, se non pagano, nel suo inno alla Fortuna. Orff non ha avuto dubbi: “quel” medioevo è corale, affollato. Sul prato stanno a centinaia, in festa ; e ballano. Chierici e frati stanno in mucchio, stipati all’interno della taverna. La corte d’amore è piena di ragazzini petulanti. Mai visti i mucchi, appunto, di teste e di membra che riempiono ogni formella di bassorilievo dell’Antelami? Come in quelle formelle, qualcuno anche qui sembra ogni tanto divincolarsi ed emergere: il controtenore che frida “miser, miser”, o il baritono che ballonzola su “ego sum abbas”; e il soprano, soprattutto, che incoraggia “iuvenes” e “iuvencule”, affinché “coniugantur”, dando subito il buon esempio nel grido orgasmico di “dolcissime”. Attorno a questi solisti sta, comunque, e sempre una folla alitante e sudaticcia. Il che, in termini musicali, si risolve in un continuo emergere di piccoli organici (vocali e strumentali) che poi vengono sommersi dalla sonorità piena e gridata di un coro disinibito, sostenuto da un’orchestra chiassosa. Tutto si svolge di fronte a tutti. E’ il Medioevo che i sociologi chiamano “epoca organica”, perché le feste erano di tutti, così come i lutti e le ricorrenze. Carl Orff “interpreta” questi canti come parte di un teatro globale, dove tutti sono spettatori e attori, tutti cantano e danzano e giustamente sono stati scelti per chiudere la quattro giorni del Sea Sun, la festa del mare organizzata dall’autorità portuale. Il fascino maggiore dell’opera risiede nel suo acceso vitalismo, che si manifesta soprattutto nel gusto per un’insistita, persino ossessiva iterazione ritmica. Ne deriva un clima spesso sospeso, incantatorio, di quadri statici. Ma Orff conosce vari modi per riscattare questa staticità. Il più evidente è l’estremo dinamismo dei suoi ritmi. Ogni pannello della sua opera è si un quadro statico, ma proprio la differenziazione timbrica, la diversa orchestrazione, diventa molla essenziale per la vitalità dell’insieme. Il coro rumeno ha avuto a che fare con recuperi di modelli arcaici, quale quello del cantus planus, con l’uso di intervalli di quarta e quinta paralleli alternati a intervalli di terza, a capricciosi andamenti ritmici delle voci in Floret Silva, con l’ansia erotica di Veni, veni, venias, in stile di canto spezzato e sillabico, scrittura di non facile esecuzione, per la quale occorre una solida preparazione musicale. Non certo esaltanti i solisti scelti per l’occasione. Per l’ Estuans interius, parodia della confessione, anche se avremmo gradito un tempo leggermente più veloce e scandito,  seguita, però, dall’ interpretazione ironica e indovinata dell’abate ubriacone “Ego sum abbas”, parodia della benedizione di bevitori e giocatori da parte dell’abate, resa dalla parodia del tono salmodico, al duetto col soprano Tempus est iocundum , infantilmente giocoso, schizzato insieme al coro delle voci bianche,  alla soddisfacente esecuzione della pittura del lamento del cigno arrostito, all’ eterea in Stetit puella, di impronta iberica, seducente nel lungo melisma sull’interiezione “eia”, preziosa In trutina, in cui il soprano ha saputo ben sottolineare gli inattesi echi pucciniani, insicura, però, nel registro acuto nell’esecuzione dell’estatico melisma di Dolcissime.

Olga Chieffi