Il duo Pepicelli tra Romanticismo e Impressionismo

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Al pianista Angelo e al cellista Francesco sarà affidato il X appuntamento dei “Concerti d’estate a Villa Guariglia in Costiera dei Fiori” previsto per venerdì 24 luglio

 

La ricorrenza del centenario della morte di Giuseppe Martucci offre l’occasione per presentare un repertorio della musica da camera italiana poco conosciuto ma importante sia dal punto di vista musicale sia come testimonianza del clima culturale dell’epoca. Infatti, con le Due Romanze op.72 e il terzo dei tre pezzi op.69 verrà inaugurato il programma del rècital del duo Pepicelli, composto dal pianista Angelo e dal violoncellista Francesco, ospiti venerdì 24 luglio (ore 21), della XII edizione dei “Concerti d’estate a Villa Guariglia in Costiera dei fiori”, organizzati da Tonya Willburger, con il contributo del Comune di Vietri Sul Mare, della Regione Campania, della Camera di Commercio e della Provincia di Salerno, della Fondazione Cassa di Risparmio Salernitana, dell’Ept di Salerno, nonché con il patrocinio del Conservatorio di Salerno, della Coldiretti e del Centro Studi “Raffaele Guariglia”. Apertura con le due Romanze op.72, un Andantino con Moto e un Moderato: la prima non è che un adattamento strumentale del duetto: «Perché tristo è questo cuore» dall’Oratorio Samuel: adattamento dove l’espressione, già di per sé un po’ comune, dell’originale per canto, perde ancora d’interesse. La seconda è più riuscita, ma neppure essa si leva a vera genialità, sebbene riveli, nella semplicità e coerenza discorsiva, la mano del maestro. Ascolteremo, poi l’Allegro in La minore dai tre pezzi per violoncello e pianoforte op.69, che sono l’antitesi di quelli per violino. Là è tutto limpidezza scorrevole e soffusa di malinconia; qui domina un’espressione tormentosa, un ardore struggente eppur meditativo e concentrato, una grande complessità armonica e contrappuntistica con prevalenza di cromatismi: tutto un insieme che più che ogni altra opera del Martucci risente dell’influenza di Wagner, senza che per questo venga meno la personalità dell’autore, il quale aveva per questi pezzi una speciale predilezione. La forma è anche qui sempre tripartita, ma nella parte di ripresa vi sono varianti maggiori del solito. Il lavoro tematico è più che mai profondo, minuzioso, irto, se si vuole anche un po’ eccessivo: e ciò costituisce un difetto che i pezzi per violino non hanno, compensato però da un’ispirazione che, nelle pagine di più piena espressione, scava in profondità ancor maggiori. La prima parte della serata verrà chiusa dai Fantasiestucke op.73 composti da Robert Schumann nel 1849. Si può constatare dall’analisi formale dei brani una notevole coesione interna delle tre parti che lo formano, con forte rigore logico nella costruzione e nell’esposizione dei temi. I Fantasiestücke sono pensati come un unico, ininterrotto discorso musicale, condotto sul filo di un Lied suggerito dalla voce del violoncello e del pianoforte; i movimenti in realtà sono tre, concepiti come una progressiva accelerazione, a partire dal tono elegiaco delle battute del primo movimento, continuando nello Scherzo del secondo, fino al gioco di variazioni brillantemente innescate dall’ultimo movimento.
In quest’opera, l’arte di Schumann si eleva e sublima in un fuoco sacro dell’anima, nei tre pezzi in successione, il successivo sempre più veloce del precedente, in un crescendo continuo di tensioni e di conflitti, non solo musicali. Si riprenderà con l’Elégie in Do minore, scritta nel 1883 da Gabriel Faurè, una pagina breve, formalmente limpida, che ha acquisito immediata popolarità per la sua intensa vena patetica, eloquente sino all’esteriorità. Non è certo pezzo fondamentale per capire l’estetica di Fauré, anzi, può considerarsi fuorviante in quanto il musicista francese fu tutt’altro che retorico, e portato per carattere a velare quasi sempre il sentimento con la riservatezza. Tuttavia l’Elegia, che è una delle sei paginette per violoncello e pianoforte che compaiono nel suo catalogo di musica cameristica, esibisce un forte potere di suggestione con una contabilità sofferente, intensa. E’ in forma tripartita, con una sezione centrale più serena dove il pianoforte ha un ruolo di primo piano. “Ne amo le proporzioni e la forma quasi classica nel segno migliore della parola”, dice Claude Debussy della sua Sonata per cello e pianoforte composta nel 1915. Tuttavia, lungi dall’essere un’accademica riesumazione neoclassica, questa sonata, che verrà proposta dal duo Pepicelli, è uno stupefacente esempio della verve e dell’ironia debussiane. Non ci si lasci ingannare dall’indicazione Lent del primo movimento: il Prologue propone figurazioni motiviche vivaci e sempre cangianti, mentre nella Sérénade avviene l’impensabile: frammentaria e nervosa, questa è una serenata interrotta ai limiti dell’aforisma e della brachilogia, sino all’apparire di una specie di habanera, che chiude in una estenuata cadenza. La serata sarà sigillata da un piccolo tributo al Jacques Offenbach  violoncellista e non solo re dell’operetta con “Reverie au bord de la mer” e “La corse en traineau, étude caprice”, in cui ritroveremo accelerazioni, crescendi e sorprese timbriche caratteristiche della sua estetica musicale surreale.

 

Olga Chieffi