VIco Equense, discesa a mare diventa uno sport estremo. E i bus non ci sono

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 Scorciatoia sudicia e pericolosa percorsa da ragazzi e famiglie: vetri, frane e persino fili elettrici penzolanti

Vico Equense – Superato il girello dell’uscita della Vesuviana è tutto un risplendere d’azzurro. La “terrazza” naturale di Vico Equense regala panorama generoso e venticello. Viene voglia di tuffarsi da quassù. Non si può, tocca scendere. Passo svelto ma non troppo per l’afa impietosa di giugno. Chi approda in Costiera via treno ha essenzialmente due scelte per raggiungere la spiaggia di Marina di Vico. C’è l’assolato percorso con i tornanti, parecchio lungo, battuto solo da scooter e qualche macchina. Oppure, stringendo i denti, ecco la scorciatoia. Basoli e gradoni smangiucchiati che si biforcano dopo il primo curvone. Viottolo ripido, sudicio, pericoloso. Una discesa a mare da Camel Trophy. Esagerati? Proviamo a incamminarci, tanto non si può fare altrimenti. Tre pullman fanno base alla stazione ma laggiù non ti trasportano. Il baffuto conducente avvisa: andiamo ovunque tranne alla Marina di Vico. «Lì solo dal primo luglio, come ogni anno». L’ufficio autolinee conferma: primo luglio. Diciamo che il Comune rispetta il solstizio d’estate, anche se è piena bella stagione, da anni, già in maggio. Due mesi affollatissimi di bagnanti senza servizio autobus. Accomodatevi alla scorciatoia. Nel pienone del weekend una miriade di ragazzi la sfrutta. Anche famiglie con bambini. Ma la stradina, stretta tra muretti e case, è invasa da monnezza. Penzolano persino fili elettrici e parte di roccia è franata. I giovani fremono, non si fanno tanti problemi. Mamme e papà invece sì a giudicare dai commenti («Una cosa vergognosa», il più carino). Di tanto in tanto anche i teenager però frenano il passo. «Ho le Converse, ci volevano gli scarponi da trekking» ripete una adolescente impaurita dai basoli lisci. L’amica si concentra per non scivolare. «Zitta», le dice. Il problema non è, al limite, cascare quanto atterrare sul tappeto di cocci di vetro. Sono dappertutto. Altre due signorine provano scalze, senza sandali (la suola slitta come sul sapone). Fachiri. Altri 10 metri: un cavo elettrico dondola sulle teste dei bagnanti. Più giù, un drappello di adulti indecisi. «Torniamo indietro, c’è un fosso». In realtà fosso non è, ma una gragnola di massi franati che invade il passaggio. Altri 50 metri e s’intravede il mare. Il vigile che staziona nella piazzetta che dà sull’«Antico Bagno» non concede speranze. «La strada fa schifo? Solleciti richiesta di…». Ma il burocratese vigilesco si perde nelle urla degli scugnizzi. La discesa a mare da sport estremo è terminata, ci godiamo la brezza. Fino a quando, sognando un autobus, scoccherà l’ora della risalita. (Alessandro Chetta il Corriere del Mezzogiorno)

inserito da A. Cinque