MORTO RALF DAHRENDORF, FILOSOFO E LORD

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 ROMA – E’ morto Ralf Dahrendorf, uno dei maggiori filosofi contemporanei. Era nato ad Amburgo il primo maggio del 1929. LO ha confermato la Laterza, casa editrice dei suoi libri in Italia. Dal 1988 era cittadino britannico e nel 1993 fu nominato lord a vita dalla regina Elisabetta II. Aveva 80 anni.

LA SUA EUROPA TRA PASSIONE E SCETTICISMO
Con la abituale passione Ralf Dahrendorf si è occupato dei problemi dell’Europa, arrivando, nel segno del suo legare teoria e impegno personale, a far parte dal 1970 per quattro anni della Commissione europea a Bruxelles. Partito dalla convinzione che “la nascita della Cee è stata l’avvenimento politico più rilevante del XX secolo”, dopo quell’esperienza è andata crescendo la sua forte nota critica, con l’intento di mettere soprattutto in guardia dai pericoli di una mancanza di democrazia reale nell’Ue. Così, sin dalla fine degli anni ’80, fu per l’allargamento della Comunità, che vedeva come una questione urgente, perché “come è attualmente, la Comunità economica europea è la migliore possibile, ma non è granché e c’é da essere scettici anche sugli effetti del trattato di Maastricht, che guarda l’Europa dallo specchietto retrovisore, firmato da personalità alla fine delal loro carriera, che in esso hanno visto l’Europa del passato, invece che quella del futuro”.

Così, anni dopo, parlando della necessità di aprirsi al mondo, dichiarava: “l’Europa allargata che sta per realizzarsi costituisce un passo in avanti in questa direzione. Ma dobbiamo spingerci molto più oltre, verso quella che definirei una costituzione cosmopolita della libertà. Tutto ciò richiede cittadini attivi, che si impegnino per la democrazia e la libertà”. Per capire cosa intendesse, basterebbe una affermazione fatta a Roma nel 1992: “Quando l’Italia si trova sola ad affrontare la questione albanese, questa comunità rivela tutti i suoi limiti” e l’Europa dovrebbe imparare a “affrontare i problemi reali quando essi di presentano, anche se non sono compresi nella sua agenda”.

Certo, non sempre le sue note vedevano giusto, anche se partivano da considerazioni al momento interessanti. Ancora nel 1998 Dahrendorf era contrario alla moneta unica, “che dividerà l’Europa più che unirla e e continuerà a farlo in futuro (….) Sarà qualcosa di molto impopolare e non farà bene all’integrazione. Non aiuterà l’occupazione e neanche la crescita”. L’anno in cui l’Euro entra in vigore, Dahrendorf metteva in guardia su una mancanza grave di democrazia all’interno dell’Europa che le faceva perdere consenso da parte dei cittadini: “Le leggi sono fatte in segreto, le riunioni del Consiglio dei ministri non sono aperte al pubblico e non ci sono meccanismi di controllo e alcun tipo di revisione giudiziaria appropriata”. Per molti versi, per le stesse ragioni, non diverso il suo atteggiamento nei confronti della Costituzione, di cui l’Europa riteneva non avesse bisogno, aggiungendo, nel 2002, “mi auguro piuttosto che l’accordo sia realistico e si limiti ad affrontare le esigenze istituzionali di medio periodo”, pur riconoscendo che si trattava “dio un passo importante, ma non decisivo”.

Sino all’ultimo si è quindi battuto per un governo europeo che affrontasse e avesse la facoltà di risolvere i problemi, senza nascondere i contrasti o far finta di essere d’accordo, come, secondo lui, capitava spesso e come il, fatto che davanti ai nodi di questioni importanti di politica estera ognuno finisse per andare per la propria strada. Così auspicava un New deal tra Usa e Europa, ma ammettendo, solo due mesi fa, di pensare che il G20 di Londra “non riuscirà ad essere il momento decisivo per uscire dalla crisi”. “L’Europa non è riuscita a creare ancora una classe dirigente europea” era da tempo uno dei ritornelli fissi dell’autore di ‘Perche’ l’Europa? Riflessioni di un europeista scetticò e di ‘La democrazia in Europa’, ripetuto anche ufficialmente a Roma, alla presenza dell’allora presidente Ciampi: “Bisogna porsi il problema della democraticità delle istituzioni. I popoli europei, finora, non sembrano affatto entusiasti del processo di costruzione dell’Europa. Si dice che bisogna portare i popoli dell’Europa più vicini alle istituzioni. Ma io credo che sia esattamente il contrario: sono le istituzioni che devono avvicinarsi alla realtà di tutti i giorni”, sapendo che “l’ Europa è diversa in tutto, dalle dimensioni degli stati agli interessi economici, dal clima alle tradizioni, dai sistemi elettorali alle lingue. Dobbiamo imparare a convivere con la diversità e guardarci dai tentativi di normalizzazione

ansa.it               inserito da Michele  De Lucia