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28/11/2007

FISH VOGLIO PORTARE WAGNER IN ISRAELE E A RAVELLO

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Donatella Longobardi Napoli. Quando dal San Carlo gli telefonarono per offrirgli la direzione del «Parsifal» al posto di Jeffrey Tate, ammalato, non ebbe nessun dubbio. Disse subito di sì, anche se poi ha dovuto cancellare alcuni concerti a New York. «Il motivo è che questa è la “mia” opera. Poi mi attraeva il fatto di lavorare a Napoli, al San Carlo, e salire sul podio dell’orchestra diretta per anni dal mio maestro, Gary Bertini». Asher Fisch, nato nel 1958 a Gerusalemme, dal ’95 è direttore musicale dell’Opera di Israele. Da qualche mese è anche direttore principale ospite all’Opera di Seattle e continua a girare il mondo come una trottola. Ha già diretto l’opera wagneriana sei volte, da Berlino a Copenaghen, da Vienna a Dresda. Ora, per la prima volta a Napoli, passa le sue giornate al lavoro, in teatro, in attesa del debutto di domenica prossima, sempre che, come appare probabile dopo la rivolta di gran parte del personale, rientri lo sciopero nazionale proclamato dai sindacati e s’inauguri regolarmente la stagione. «Ma poi voglio andare a Capri e a Pompei», annuncia il direttore israeliano, «e naturalmente a RAVELLO, a vedere il panorama che ispirò Wagner». Maestro, lei è un israeliano con una fama di wagneriano, non è un po’ strano? «Le teorie che vogliono Wagner e la sua musica vicine a Hitler e al nazionalsocialismo non mi convincono. Ho letto tutto, studiato nei dettagli. Pensi che davanti a Theodor Herzl, uno dei padri di Israele, al primo congresso sionista che si tenne a Basilea nel 1897, suonarono l’ouverture del “Tannhäuser”. Allora?». Ma lei dirige Wagner anche in Israele? «Ci hanno provato Barenboim e Metha, ora è il mio turno, ho molti argomenti per discutere con i detrattori, sono certo che ce la farò. Ma non un pezzo mascherato dentro un concerto. Un’opera vera». Quale? «Penso all’“Olandese volante” o al “Tristano e Isotta”, forse è più adatto, non ci sono complicazioni religiose». Il suo primo incontro con Wagner? «Nel ’92, andai a Berlino come assistente di Barenboim. C’era da preparare proprio “Parsifal”, io non l’avevo neppure mai ascoltato». E come andò? «È diventata una delle opere wagneriane che ho diretto con più frequenza». Ora è qui a Napoli, che cosa deve attendersi il pubblico del San Carlo? «Vorrei che nel nostro spettacolo risaltasse bene il suono wagneriano. Come tutti i musicisti alla fine della loro vita, anche Wagner quando scrisse questo “Parsifal”, il suo ultimo capolavoro, toglieva più che mettere, riducendo tutto all’essenziale. Qui non ci sono le tube, l’organico orchestrale non è esagerato, tutto è molto semplice».. Eppure parliamo di un’opera kolossal, quattro ore circa di musica, il percorso del giovane Parsifal verso la purezza, la conquista del Graal. «Per me, però, questa è un’opera profana, non ha nulla di sacro. I tre atti sono completamente diversi tra loro, è come se fossero tre opere diverse: il secondo ha una musica sensuale, impressionista, il terzo è più profondo, Wagner ci ha messo l’anima, trovando una bellezza nuova che non c’è in altre opere. E trova colori nuovi nella strumentazione, come se tutti gli strumenti fossero dei solisti, è una cosa fantastica».
Da Il Mattino




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