
Nella mostra per Benedetto Croce che si tiene a Salerno una riflessione sulla nascita della Luogotenenza voluta da Forza, Croce e De Nicola, una notte tempestosa a Ravello, quando la Costiera Amalfitana e la Penisola Sorrentina erano il cuore, e la mente, della nuova Italia.
Le istituzioni della Repubblica nacquero attraverso un difficile processo di transizione avviatosi all'indomani della caduta del fascismo e della liberazione dell'Italia del Sud. Ricordiamo bene che nell'"Italia divisa in due", titolo che Benedetto Croce diede alle sue memorie degli anni 1943/1944, si vedeva Napoli e tutto il Mezzogiorno come l'Italia già liberata, mentre il Centro ed il Nord erano sotto il tallone dell'occupazione tedesca.
Verso la fine del 1943, tuttavia, la situazione italiana, che si sperava destinata a una rapida ripresa di normalità democratica o pre-democratica, era però giunta ad un punto morto per il dissidio sui tempi e sui modi di soluzione del problema istituzionale.
C'erano partiti che ponevano come assoluta pregiudiziale la soluzione della questione Monarchia - Repubblica, prima di procedere sulla via della riorganizzazione delle istituzioni del Paese. E fu allora, nello sforzo di uscire da quel punto morto, che si ebbe la invenzione della Luogotenenza, come ci ha ricordato Franco Casavola. Una invenzione, che nacque nella ristrettissima cerchia di tre personalità - Carlo Forza, Benedetto Croce ed Enrico De Nicola - e di cui Croce parla molto in quel suo diario. Croce, che aveva grande ammirazione non solo per l'ingegno giuridico di Enrico De Nicola, ma anche per la sua finezza politica, aderì a quell'idea con qualche perplessità perché - scrisse - temeva che l'istituto della Luogotenenza potesse facilitare la fine della Monarchia e l'avvento della Repubblica. In realtà, risultò la sola soluzione perseguibile.
Alla ricostruzione che di quel momento ha dato Franco Casavola, io vorrei solo aggiungere un particolare che dice molto sul carattere dell'uomo De Nicola. Dopo che si svolse quel colloquio tra De Nicola e il Re - un colloquio che vide a lungo il Re praticamente muto, fino a quando non fu associato all'incontro il Ministro della Real Casa, il quale appena ebbe sentore della proposta di De Nicola e vista la perplessità del Re gli disse "Accettate subito" - De Nicola avrebbe potuto lasciare Ravello; ma quella notte rimase lì, anche per le condizioni del tempo (non era tanto facile nel 1944 scendere da Ravello a Napoli). La mattina dopo, nel congedarsi, il Ministro della Real Casa gli disse: "Il Re ha accettato". Già la sera aveva avuto comunicazione dell'accettazione da parte del Re, ma non ci fu nulla da fare. De Nicola ripeté quella mattina: "Dovete pensarci ancora e portarmi la risposta definitiva del Re stasera a Torre del Greco". Il Re si dovette piegare a questa ferma volontà di De Nicola: la sera del giorno seguente il Ministro della Real Casa si recò apposta da Ravello a Torre del Greco per dare la definitiva risposta e accettazione da parte del Re.
Si mise in moto, così, quel seguito di avvenimenti che avrebbe portato a dei governi di larga unità democratica, con la partecipazione di tutti i partiti antifascisti, alla convocazione della Consulta e, infine, alla convocazione delle elezioni per l'Assemblea Costituente insieme al referendum Monarchia - Repubblica. E De Nicola fu Capo provvisorio dello Stato e primo Presidente della Repubblica.
Ho parlato della importanza di una riflessione, di un dibattito e di uno sforzo di conoscenza innanzitutto sulla nascita delle istituzioni repubblicane, ma penso in modo particolare alla Presidenza della Repubblica e alla Presidenza della Corte costituzionale come le maggiori istituzioni di garanzia previste dalla nostra Carta costituzionale. Ebbene, come primo Presidente della Repubblica e come primo Presidente della Corte Costituzionale, Enrico De Nicola segnò il profilo di quelle istituzioni di garanzia. Lo segnò anche per la sua straordinaria personalità, dalla - come hanno scritto degli studiosi - "inflessibile indipendenza di giudizio unita ad uno scrupolo di imparzialità incoercibile".
Michele Cinque