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14/10/2007

LA FALSA PARTENZA DEL PD CAMPANO

Di Vincenzo Iurillo

All’uscita di una manifestazione sorrentina per il Partito democratico un signore mi interpella così: “Dopo averli sentiti parlare, viene voglia di votare Forza Italia”. Aveva appena ascoltato per un’ora una filippica contro i metodi clientelari della giunta regionale governata dal centrosinistra e sull’imposizione a tavolino di un candidato alla segreteria campana – quello rivale, naturalmente - deciso con l’unico scopo di preservare lo status quo e impedire una ventata di rinnovamento che poteva mettere a rischio gli equilibri di potere.
Era la punta di un iceberg di una campagna giocata in Campania quasi tutta sugli argomenti sbagliati, a prescindere dai candidati. Con un sostanziale silenzio su quello che doveva essere il tema centrale del Pd, e cioè l’idea di partito nuovo da mettere in campo, le sue priorità, i suoi valori. Urla e parole grosse, invece, sui temi dei governi locali; sulla credibilità dei candidati a ricoprire il ruolo di segretario; sulla loro indipendenza dai padroni del vapore, o sulla loro autorevolezza a rivestire i panni del nuovo dopo anni trascorsi nelle pieghe della classe dirigente.
Oggi si aprono gli 890 seggi campani delle primarie a conclusione di una campagna brutta, tesa, suonata sulle corde sbagliate. Una falsa partenza, per il Pd campano. Un cumulo di errori, contraddizioni, lacune, piccole e grandi arroganze. Se avessero voluto assegnare a uno sceneggiatore il compito di scrivere uno spettacolo con lo scopo di scoraggiare la partecipazione dell’elettorato di opinione e favorire solo quello delle truppe cammellate, avrebbe messo in scena esattamente quello che è accaduto nell’ultimo mese. Compreso il tocco finale del mistero che ha circondato fino all’ultimo la dislocazione dei seggi, una tela di Penelope che di giorno si tesseva e di notte si disfaceva, un segreto per pochi intimi, una guerra nella guerra combattuta per accontentare i desideri dei feudatari dei territori.
Il primo errore, dal quale forse a cascata sono dipesi tutti gli altri, è stato l’arroccamento del potere regionale, semplificato nell’asse De Mita-Bassolino, che ha voluto decidere il candidato ‘condiviso’, Tino Iannuzzi, solo al proprio ristrettissimo interno, senza dare voce ai Ds e ai Dl critici e perplessi per i recenti insuccessi delle esperienze di governo. Di lì in poi è stato un crescendo. I furori antibassoliniani di Vincenzo De Luca hanno trasformato la campagna di Salvatore Piccolo in un referendum pro o contro la giunta Bassolino. Referendum che potrebbe sminuirne il consenso e l’autorevolezza. Pericolo percepito, eccome, a Palazzo Santa Lucia, dove si è respirato un clima di chiamata alle armi contro l’invasore. Clima nel quale è maturata l’assurda circolare dell’assessorato ai Lavori Pubblici per precettare i dipendenti regionali a un convegno elettorale di Bassolino. E poi l’esasperazione dello scontro, qualunque sia il risultato di queste primarie, rischia di lacerare la tenuta di tutte le maggioranze di centrosinistra, in Regione, nelle province, nei comuni. Quanti sindaci si dimetteranno o verranno sfiduciati nei prossimi mesi a causa dei postumi dei veleni di queste primarie? Era questo lo scopo di una forza che puntava a consolidare la coalizione? E se il Pd doveva nascere mettendo al centro la legalità, perché ha lasciato impunite le clamorose violazioni delle quote rose compiute dalle liste Iannuzzi-De Mita-Bassolino? A proposito: come mai Emily non ha protestato, anzi ha avallato l’operazione? Sempre a proposito di legalità, i toni durissimi e la conseguente ricerca del voto a tutti i costi hanno lasciato la porta aperta a un altro pericolo: quello di andare a chiedere consensi negli ambienti di camorra. Ci auguriamo che nessuno sia caduto in tentazione. Si era poi detto che il Pd era un partito federale, autonomo nelle regioni. Per quale motivo allora da Roma si è imposto a tavolino che il segretario campano doveva essere per forza della Margherita? Stroncando nella culla le ambizioni di Andrea Cozzolino e impedendo in partenza la costruzione di una candidatura che poteva mettere d’accordo tutti, quella di Luigi Nicolais, si è ottenuto l’effetto di privare le primarie del contributo di una candidatura di sinistra, e di produrre ben tre candidati ‘veltroniani’, un’assurdità avvenuta solo in Campania. Grazie anche a Francesco Rutelli e alla sua decisione di misurare le sue forze campane. Di qui la candidatura di Sandro De Franciscis, uno che ha saputo mantenere la sua campagna nei binari, senza deragliare. Il quadro dei candidati si completa con Eugenio Mazzarella, dell’area Letta. Ha chiesto di tagliare il numero dei consiglieri regionali e nessuno dei veltroniani gli ha risposto. Ha chiesto di tagliare le consulenze e questo è un punto che Piccolo e Nicolais hanno avuto il coraggio di affrontare, quest’ultimo con l’autorevolezza che gli deriva dall’averlo già fatto concretamente in Consiglio dei Ministri. Sì, è vero: sono temi che c’entrano poco con la nascita di un nuovo partito, sono piuttosto dettati dall’agenda locale. Ma sono temi che potrebbero restituire fiducia in un elettorato stanco e deluso come quel militante che è uscito dal comizio del Pd con la voglia di votare Berlusconi.

Editoriale di Metropolis 14 ottobre 2007




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