
I FUOCHI DI TORELLO: UN’ OCCASIONE PER RISCOPRIRE LE TRADIZIONI DELLA PIROTECNICA
Ravello, domenica la magia dei fuochi di Torello. La Costiera Amalfitana domenica alle 21 si illuminerà per i fuochi artificiali più suggestivi del territorio un evento in provincia di Salerno lo spettacolo pirotecnico per i festeggiamenti in onore della Madonna Addolorata nella chiesta medievale di San Michele Arcangelo che vedrà coinvolti tutti gli abitanti del suggestivo villaggio della Città della Musica, da ogni balcone partirà un fuoco che accompagnerà lo spettacolo che coinvolge turisti e cittadini. Fin dall’antichità l’uomo ha visto nel fuoco un elemento carico di simbologia: forza creatrice ma anche elemento distruttore. La tradizione suole attribuire l’introduzione della polvere pirica in Europa a Bertold Schwarz (1310 - 1384), leggendario monaco di Friburgo e consulente bellico dei veneziani durante la guerra contro Genova nel 1380. Un secolo prima, però, la famosa polvere era stata sperimentata da Ruggero Bacone (1214 - 1294), teologo, filosofo e scienziato inglese. Le tre polveri, tra segreti di bottega e dispute varie, divennero così le protagoniste del più rumoroso spettacolo della storia. A Roma, in occasione delle elezioni papali, si usava allestire a Castel Sant’Angelo uno spettacolo di fuochi pirotecnici mentre Venezia, nella seconda metà del cinquecento, accoglieva e celebrava gli ospiti illustri con giochi di fuoco. Si affermarono così due scuole: quella italiana, basata soprattutto su effetti scenografici, e quella tedesca, che puntava su quelli aerei. Celebri gli spettacoli della famiglia Santi a Venezia e dei fratelli Ruggeri, prima a Bologna poi a Parigi, dove furono chiamati dai sovrani francesi. Solo alla fine del XVIII secolo i fuochi d’artificio si arricchirono delle miscele coloranti che da quel momento illuminarono i cieli notturni con bagliori multicolori ed arabeschi sfavillanti. Fino a quel momento i “secoli della polvere nera” avevano partorito le macchine da festa, opere architettoniche guarnite di giochi pirici. A Napoli, nella seconda metà del ‘600, il Viceré Duca di Medinaceli fece costruire un imponente complesso pirotecnico rappresentante il Vesuvio che eruttava fiamme e scoppi continui. A “Largo di Palazzo” (l’attuale Piazza Plebiscito) le feste all’insegna del “fuoco” si susseguirono nel corso dei secoli con cadenza regolare. I fuochisti napoletani avevano anche una “divisa ufficiale” costituita da una camicia bianca, che solo la donna amata poteva lavare, e pantaloni azzurri poiché l’azzurro è il colore del cielo e del manto della Madonna. Tra la fine del XIX secolo e gli inizi del XX molte ditte pirotecniche sorsero a livello artigianale in Campania, in Puglia, in Lucania e in Sicilia. Ancora oggi le famiglie di “fuochisti” tramandano di padre in figlio le ricette e i segreti di questa nobile arte, avvalendosi di nuove tecniche di preparazione che si sono tradotte in una innovazione tecnologica e artistica. Tra gli spettacoli più scenografici figurano certamente gli “incendi” di campanili e di castelli, tradizione risalente al XVII secolo che fu eseguita forse per la prima volta a Napoli, sul campanile della Madonna del Carmine, dopo la rivolta di Masaniello. Fino al 1647, durante la festa della Madonna del Carmine, Piazza Mercato era animata da una lotta tra fazioni popolari (lazzari e alarbi) culminante nell’incendio di una torre in legno. In questo modo la città partenopea commemorava la battaglia della Goletta, nel corso della quale i cristiani avevano incendiato un castelletto presidiato dai turchi per liberare Piazza Mercato dalla presenza degli infedeli. Sconfitto Masaniello, le autorità abolirono il rituale dello scontro e della torre incendiata, temendo che ciò potesse eccitare alla violenza e alla ribellione. La cerimonia del fuoco si salvò trasferendosi allora sotto la materna protezione della Chiesa e diventando "Incendio del Campanile". Rientra certamente nella tipologia dell’”Incendio” il tradizionale spettacolo pirotecnico-scenografico di Torello, offerto nella terza domenica di settembre a chiusura dei festeggiamenti in onore della Madonna Addolorata. In questo caso però “l’area di sparo”, non circoscritta ad un singolo edificio, si estende all’intero borgo medievale, caratterizzato dalle tradizionali case con volte estradossate, che si stagliano tra pergolati di limone e di vite. Uno spettacolo unico nel suo genere curato nei minimi particolari dai membri del comitato feste, sotto la sapiente direzione del prof. Mario Palumbo, con la consulenza tecnica di valenti maestri partenopei. Allo scoccare delle 21.00 un silenzio surreale si diffonde per il villaggio, pochi attimi, interrotti di lì a poco da una bianca scia sibilante, che alla fine della sua corsa verso il cielo si apre in una cascata di stelle multicolori. E’ l’inizio. I fuochi si innalzano dal campanile, dalle case, dai giardini, si rincorrono e, a tratti, sembrano addirittura danzare in un curioso balletto evanescente fatto di luci e colori. Piogge di alluminio e di magnesio illuminano il cielo di una notte di fine estate mentre i bengala rossi avvolgono l’intero borgo in un incendio che ha il sapore acre della polvere da sparo. Le incantevoli coreografie ottengono sempre l’unanime consenso del pubblico e degli esperti per la bellezza degli artifici, la cura dei colori e la ritmicità dei colpi di che fanno dei fuochi dolci melodie. I numerosi “quadri” si susseguono in un ritmo incalzante fino alla chiusura quando “stucchi”, “intrecci” ed “aperture” si innalzano fino al parossismo, dando l’impressione che non ci siano spazi di cielo sufficienti a contenerli, in un crescendo di sorpresa, emozione e stupore. Un’altra tradizione della nostra amata Ravello, che ripropone in uno scenario fortemente suggestivo l’infinita fantasia e l’estro creativo degli antichi maestri del fuoco, origine della vita.
Luigi Buonocore