
Leo Gullotta
Trionfo assoluto di Leo Gullotta e della Compagnia del Teatro Stabile Eliseo al massimo cittadino con “Le allegre comari di Windsor”. Domani alle ore 18,30 l’ultima replica
Di Olga Chieffi
La prima dell’evento clou della stagione di prosa del teatro, “Le Allegre comari di Windsor”, di William Shakespeare, con Leo Gullotta nei panni e nella pancia di Sir John Falstaff, supportato splendidamente dalla Compagnia del teatro Eliseo di Roma, è stata vissuta da un finalmente entusiasta pubblico salernitano. Gran colpo d’occhio sin dall’abbassamento delle luci, con i personaggi, abitanti di Windsor, sciamanti in platea ad invocare la temutissima regina Elisabetta, la regina Vergine, che è apparsa troneggiante e incombente sul palcoscenico. Intrigante trovata quella del regista Fabio Grosso e dello scenografo Luigi Perego, che finemente hanno sottolineato come l’Inghilterra elisabettiana guardasse al sesso con un certo compiacimento, come risulta appunto da diversi personaggi del teatro shakespeareano, quali la nutrice di Giulietta, le allegre comari o le coppie amoreggianti di “Come vi piace” della “Bisbetica domata e della “Tempesta”. Infatti, la gigantesca statua della regina Elisabetta fa da quinta, da osteria, da giardino, da stanza da letto, da quercia e tra le sue gambe si gioca l’intera commedia. La felicissima pièce è ad azione multipla, con un intrigo principale, le beffe a Falstaff, e due sottotrame, gli imbrogli dei tre pretendenti alla mano di Anna, e il conflitto tra l’oste e i suoi due beffati Evans e Caio. I tre plots son fatti affiorare alternativamente, coi medesimi personaggi in funzioni diverse. I perni dell’azione sono i tre appuntamenti beffardi di Falstaff, ed essi sono immersi nello sviluppo corale dei due altri intrighi, risolti in un’agnizione simultanea dalle ricche connotazioni. Giocando d’ironia più abilmente e sottilmente delle sue ipotetiche fonti narrative italiane con la loro scoperta amoralità sessuale, Shakespeare inventa una commedia d’ambiente inglese che, al suo solito, permette fruizioni diverse su due piani. Il primo è quello che maggiormente ha inteso evidenziare il regista, anche attraverso la sua traduzione e riduzione, in coppia con Simonetta Traversetti, sapientemente contaminati di modi di dire nostrani, il piano superficiale, gaio, esilarante e farsesco dell’azione esterna o del punto di vista di Windsor: le mogli che possono essere insieme allegre e oneste, la lussuria venale dell’intruso frustrata e punita, e insieme curata la gelosia di Ford e sventate le trame dei Page per malmaritare la figlia; si tratterebbe, di una parabola gaia, senza moralismi sentenziosi o seriosità inappropriate, ma con un messaggio ben preciso, esemplificato nella sana vita della provincia: celebrazione delle virtù borghesi, del matrimonio, della famiglia e della gerarchia d’uno stato ben ordinato e meglio diretto. Niente dunque satira o ironia cattive, nient’altro che gente normalissima come i Ford e i Page, e innocui personaggi “eccentrici” di contorno, in una commedia di perdono e di riconciliazione e non di punizione e di smascheramento sardonico. Ma una ben diversa lettura, s’impone ad un livello appena più profondo: che tenga in conto l’azione linguistica, la centralità del linguaggio, la vera natura dei caratteri, l’ironia delle situazioni, la complessità dei motivi (basta, per esempio, qualche riflessione di Falstaff per comunicarci che dopotutto egli gioca le sue ultime chances ed è ormai, per così dire, cosciente di essere nel braccetto della morte), le risonanze intertestuali, e il combinarsi di questi elementi in un effetto e in un senso complessivi. Piano che è stato un po’ messo da parte anche per dar spazio alle diverse entrate musicali, firmate da Germano Mazzocchetti, capaci di sintetizzare ancor più il testo e di sottolineare il carattere dei personaggi. Ritmo, eclettismo vocale, padronanza del palco, per tutti gli attori a cominciare dal ritardato Slender; (Fabrizio Amicucci) a cui si aggiunge, il prete gallese don Hugh Evans, murato nel suo infantilismo puritanesco e nel suo inglese storpiato, brillantemente interpretato da Paolo Lorimer, il medico francese Caius (in Shakespeare i francesi son quasi sempre i nemici storici da sfottere appena possibile) affidato ad un convincente Alessandro Baldinotti, il furbo, gioviale, sventato e beffabile oste locale, Vincenzo Versari, mentre sulla truppa dei servitori domina la governante vissuta Mistress Quickly, Mirella Mazzeranghi, donna venale e pronta a tutti i servigi, donnescamente astuta e moralmente malfamata, che unisce in sé tratti comici, grotteschi e sinistri: una figura davvero machiavellica. Questo è il mondo di Windsor, che gira attorno dalle due coppie dei Page e dei Ford, Germano Fiorenzano e Rita Abela , con la figlia Annetta, Cristina Capodicasa e Fabio Pasquini con Valentina Gristina. Su tutti, naturalmente, il regista in scena, Sir John Falstaff, Leo Gullotta, capace di andar oltre questo allegro spettacolo d’intrattenimento, riservandosi il finale con la sua contro-morale, il Sonetto 121 di Shakespeare, che recita «Io sono quel che sono e chi mira/ai miei errori, colpisce solo i propri», che gli ha regalato l’affettuoso e ammirato applauso del pubblico.