Il primo passo è stato fatto: il governo Monti con gli ultimi provvedimenti ha varato norme che daranno la possibilità di aprire nuove imprese, offrendo ai giovani la possibilità di intraprendere un’attività a condizioni vantaggiose e con la possibilità di usufruire di un regime fiscale agevolato. Sarà snellita la burocrazia, non ci sarà più bisogno di licenze e nulla osta. Insomma, l’Italia si appresta forse a diventare un Paese moderno, più europeo. Vediamo quali sono le novità e vediamo se ci sono ancora ostacoli da superare. Lo sportello unico Va detto, intanto, che alcune norme per rendere più facile l’apertura di un’impresa erano già state varate dal governo Prodi nel gennaio 2007 e tutto era stato demandato alla Commissione attività produttive della Camera. Il presidente della Commissione era l’allora radicale Daniele Capezzone che era andato su e giù per l’Italia a sbandierare le nuove norme e a dire che con la sua riforma sarebbe stato possibile «aprire un’impresa in un giorno». Sono passati 5 anni da quei momenti, il governo Prodi è caduto nel 2008 e Capezzone ha cambiato casacca. Però, nulla si è mosso su quel fronte, se non l’istituzione del Suap, sportello unico attività produttive, che doveva riunire tutte le competenze dei vari sportelli (Asl, vigili del fuoco, vigili urbani, ufficio Iva, Agenzia delle entrate, registro Imprese, ecc...). Di fatto, però, il Suap si è venuto ad aggiungere agli altri sportelli esistenti e poco o nulla è cambiato da allora. Per questo, il Dipartimento della Funzione pubblica ha calcolato che 81 delle procedure burocratiche più impegnative e lunghe, arrivano a costare alle imprese circa 23 miliardi di euro l’anno. Costi che, per forza, le imprese sono costrette a riversare sul prezzo del prodotto finito. Meno burocrazia Cinque anni dopo i tentativi di Prodi, ci prova Monti. La burocrazia, in Italia, è un pachiderma duro da abbattere, intanto perché offre posti di lavoro (chiudere uffici inutili vuol dire anche licenziare chi vi lavora) e poi gli uffici di quel tipo spesso sono un serbatoio di voti per tutti i partiti. Ora, facendo leva sull’articolo 41 della Costituzione, scritto a tutela della «libertà di iniziativa economica», il governo propone 44 norme che dovranno spazzare via limiti numerici, autorizzazioni, licenze, nulla osta o preventivi atti di assenso. E’ evidente che Comuni, Province e Regioni dovranno, fin da subito, accettare la normativa perché sono spesso gli enti locali a gestire queste situazioni. Sui «limiti numerici» c’è già tanto da discutere, perché ci saranno, per esempio, più farmacie e più notai, ma un «limite numerico» è pur sempre presente. Le licenze del commercio, a parte quelle dei bar che possono «somministrare alcolici» erano già libere, ma erano richiesti tanti nulla osta. Via anche quelli, dice Monti. Un euro per la società Con l’entrata in vigore del decreto “salva Italia” i giovani sotto i 35 anni potranno aprire una Ssrl, Società semplificata a responsabilità limitata. Si potrà costituire soltanto con un euro di capitale e non sarà necessario il passaggio dal notaio (che richiedeva un costo aggiuntivo, oltre al versamento del capitale sociale minimo). La misura viene presa per agevolare tanti giovani che, in cerca di lavoro, potranno dar vita a queste”Ssrl” depositando l’atto costitutivo all’Ufficio imprese delle Camere di commercio senza altro adempimento. Dunque, il primo passo si farà a costo zero, ma bisognerà anche semplificare la tenuta dei registri e della contabilità, perché la complessità dei regime fiscale, in Italia, impone praticamente a tutti i cittadini di rivolgersi a un commercialista o a un patronato (con relativi costi aggiuntivi). Va detto che queste “Ssrl” escludono, di diritto, il socio che viene a compiere i 35 anni (e se il requisito dei 35 anni viene meno per tutti i soci, la società si scioglie in automatico, o cambia ragione sociale). Irpef al 5% Dal 1 gennaio è entrato in vigore anche il «Regime fiscale di vantaggio per l’imprenditoria giovanile», che abbatte al 5% l’aliquota fiscale (Irpef) per nuove imprese che soddisfino certe condizioni. Per esempio non devono essere “nuove imprese” che prendono il posto di aziende già esistenti. E poi i giovani imprenditori devono dimostrare di non aver mai lavorato prima e, se dovessero subentrare a un’impresa già esistente, questa non deve aver superato i 30mila euro annui di reddito. Insomma, ci sono dei paletti, ma l’aliquota delle imposte al 5% (e per 5 anni) è un bel vantaggio. Comprimere i costi Ma, una volta messe in piedi, le imprese, soprattutto le più giovani che sfidano il mare aperto della concorrenza, devono essere in grado di continuare. E qui viene il difficile, perché in questi anni di crisi si assiste, purtroppo, alla cessazione di tante aziende. E’ vero, il bilancio fra imprese nate e morte è sempre positivo, ma il numero è ingannevole, perché fra le imprese nate l’Istat conta anche quelle che hanno un unico addetto, cioè il giovane che trova lavoro solo se si fa una partita Iva e, con quella, offre i suoi servizi a un’impresa più grande (i sindacati parlano apertamente di “lavoro dipendente mascherato”). Insomma, una volta nate le imprese giovanili devono essere messe nelle condizioni di sopravvivere, ma questo succederà solo se si riuscirà ad abbattere altri costi: dalle tariffe delle assicurazioni ai costi dei servizi bancari, al prezzo dei carburanti, alle bollette di luce e gas, ecc.. Anche questi settori rientrano nella grande operazione delle liberalizzazioni e - dicono a Palazzo Chigi - una maggior concorrenza porterà a livellare, verso il basso, prezzi e tariffe. Sarà la volta buona? L’ottimismo è d’obbligo, il giovane imprenditore non si perda d’animo.