
Pierfranco Bruni
Nota di Maurizio Vitiello – Riceviamo e, volentieri, pubblichiamo questo contributo di Carmen De Stasio sul libro di Pierfranco Bruni “La bicicletta di mio padre”.
LA BICICLETTA DI MIO PADRE DI PIERFRANCO BRUNI
UN MARINAIO CHE NON CONOSCE UBBIDIENZE
di Carmen De Stasio
La scrittura è una conquista.
E’ a questa scoperta che Pierfranco Bruni si sente legato per una sorta di amore-disamore che lo spinge a confrontarsi costantemente, accidiosamente con le sue vicende, le sue emozioni, i suoi umori. Una scoperta che lo ha condotto per mano in questi anni, nei quali le espressioni di un destino sono apparse tracce da seguire per dipanare nuovi percorsi e distillare il vissuto attraverso la lente della sensazione cosmica che egli riceve nella luce frammentaria di se stesso.
Pierfranco è nelle sue storie, nei trascorsi che ne dilatano il pensiero più in là con i ricordi, che permeano indelebilmente la sua connotazione esistenziale con i colori di uno sguardo che configura in profondità le scelte e le sofferenze procurate dalle scelte. Un connubio di poesia e languore, di vagante tristezza, di parole che rinvigoriscono ricordi.
Un viaggiatore nel vento presso una stazioncina in orario antelucano, quando le luci sono sospensione di memoria, sono proiezioni mentali che impallidiscono il presente storico e si immergono in una luminosità che sa di attesa - il motivo del vivere – il motivo della scrittura. Infreddolito da quel vento che solleva le percezioni avite, il viaggiatore si lascia cogliere dalla frenesia di tanti passaggi esistenziali. Riprende una conversazione muta con i suoi tracciati, fino a raggiungere il punto di inizio di tutto.
"La bicicletta di mio padre", pubblicato dalla Casa editrice Pellegrini.
Una bicicletta come tante. Una due ruote che taglia la dimensione spazio-tempo scindendola in due situazioni che si seguono come la parola segue la memoria. Come l’esistenza segue la percezione. E nel presente la memoria insegue i ricordi.
Il tempo incide lo spazio. Una metafora - elemento caro all’autore, il quale vive ogni granello come una metafora. Un elemento che riconduce ad altro. Ed in questo procedere che incontra il presente con i tanti passati si accede sommessamente alle prospettive paventate senza il rigore della paura di continuare. Con la certezza di ciò che è stato, con le vicende che avviluppano coloro i quali l’autore lungo il suo cammino ha incontrato davvero e coloro con i quali egli è andato misurandosi e misurando le sue potenzialità di uomo e intellettuale. Coloro i quali hanno contribuito ad uno stile, ad una maniera di affrontare la vita. Ne hanno impreziosito i passi. Ne hanno motivato le note meditative, anche quando a gestire la sinfonia delle idee che si mescolano alle intonazioni di parole sono le distorsioni e le amarezze di un ricordo d’amore. O un sogno d’amore.
Paradossalmente, sebbene sovente si incontri nel libro un alito di nostalgia, non è lei la protagonista e l’autore mantiene un distacco: egli non vive i suoi ricordi con un sentore di dolore dell’anima; non vibra alcuna sofferenza o desiderio di ricalcare e ripercorrere quei tracciati; né offre al lettore uno sguardo o un’interpretazione da cui cogliere l’afflato di chi vorrebbe, nel finale di una storia o, soprattutto, nell’affievolimento della fiamma, rintracciare quei suoi distinti momenti. Li ritrova nella memoria, ne assume l’effervescenza e procede, né sconfitto, né altero guerriero, ma concentra il suo dire come rafforzamento dell’esistere e in questo la parola stessa diviene segno. Lettura di simboli e di sinergie, di sintassi della sua vita. La vita di chi annovera percorsi e ne fa memoria. Mai lacero, ma creatore egli stesso di una poesia così come gli appare la vita. Appare al lettore, al quale si rivolge come ad un diario, mettendo a nudo passi di cultura che si sono intrecciati con il percorso di uomo, di letterato, di intellettuale.
La natura egli vive e nella natura trova e scopre l’essenzialità di una sequenza che danza con le sue emozioni. Dentro e fuori. Dentro, sensazioni laceranti di fisicità. Fuori le emozioni, i movimenti che quelle percezioni provocano e rimandano a piccole storie che fanno una Storia. La Sua Storia , nella quale riconoscersi non conta. Pierfranco si apre e chiude costantemente i suoi capitoli. Concede il viatico per penetrare un moto di intenzioni e di eventi circoscritti.
Illumina la scena e si distrae, si ritrae, nega e procede. Un passaggio storico.
Je ne regret rien.
Altri hanno penetrato quest’esistenza; alcuni ci son riusciti talora, ma nessuno ha scalfito l’ambiente della condensazione totalizzante, del nucleo di concessioni spaziali. Nemmeno il padre, punto di inizio e di arrivo. Una linea o una cerchio, più simile ad una spirale, ad una condensazione di elementi che connotano la vivacità di dentro di chi vive la vita come un arcobaleno di colori. Ancora colori di parole, segni cadenzati e illuminanti il pensiero. Un libro di idee che si intrecciano, riempiono di verità l’esistenza. Vivere è pensare.
Pierfranco Bruni parla a Pierfranco di Pierfranco. Parla con se stesso, ma non attraverso il muro di recinzione procurato da uno specchio - troppo lacrimevole e monotono, troppo serrato, autocelebrante. No, egli (tra)sfigura se stesso, sfida un’immagine, la avviluppa di realità e la sprona a guardare con occhio distaccato e diverso quel percorso affrontato insieme. Pierfranco dei tanti trascorsi e Pierfranco delle esuberanti prospettive che si riallacciano determinanti all’eterno presente.
Non è un testamento che somatizza le mancanze e le assenze. Le assenze sono fulcri essenziali per parlare, per dialogare, per discorrere e far scorrere sul nastro il significato intrinseco della vita, attraverso simboli serrati nelle pieghe della quotidianità in un percorso che è antilineare, è antitetico in assoluto perché – e lo rivela l’autore stesso – egli non ha disobbedienze, perché non ha mai conosciuto l’ubbidienza.
I centri pulsanti e le certezze sono spazi vitali per motivare il volo nel vento, segnale di libertà. Nel volo del vento, lui, airone, vola. O albatros che mette in fuga la tempesta. Lui, più Vecchio Marinaio che Ulisse, dal quale si discosta e con il quale continuamente si incontra per segnare una vita che per sortilegio prevede l’abbandono per nutrire la memoria, per recuperare in segni grafici motivanti e giustificanti la scissione e il recupero di frammenti che, a loro volta, vanno a intersecarsi e a mescolarsi in conversazione con tempi minimi incisi come spazi solcati pur in passo affrettato da un tempo lontano, in cui la corsa ad acquisire quanta più vita per vivere si scontra nel presente con le sinuosità di movenze meditanti che sembrano voler recuperare quel vento.
Farsi vento per vagare libero dal momento, fluire verso attimi ormai acquisiti nello scrigno delle memorie. Un grande contenitore in cui le storie private e le storie degli altri e da altri raccontate diventano preambolo di concessione alla riflessione. Giacché questo è il libro: una lunga, arrovellata, eclettica riflessione, un luogo impuro per il piacere di aver assimilato territori umani e circostanziali e integrati come parte fondamentale, necessaria e motivante al percorrimento fino all’oggi, dimensione inevasa di un processo in continuità, nel quale le discordanze inanellano una danza con sbalzi umorali dal cui ritmo si incanalano verso le passionalità percepite che impregnano le pagine così come la mente; i cui spazi sono abissi cromatici, nei quali ogni colore si incanala nell’altro, non dissolvendosi, ma potenziandosi di una verve lucente che sfoggia la sua allure nel momento di memoria.
Pierfranco Bruni parla di tratti malinconici, ma la sua melanconia mi riconduce non ad un senso come sovente viene relegato nella cultura del tempo corto – o accorciato – quanto piuttosto alla Melancholia rappresentata scientemente da Albrecht Dürer in quell’incisione che divenne simbolo significativo – significante + significato – della Rinascenza dell’Uomo. Di Nascita di un Uomo che riscopriva se stesso attraverso simboli veritieri di un compasso, di una sfera, di una scala, di un gesto di divino distante ma da raggiungere per lasciarsi illuminare consapevolmente. Se dovessi traslare alla maniera con cui Bacon tradusse le intemperanze d’animo e del tempo riprendendo gli umori di un Velasquez, Pierfranco mi appare come quell’angelo imbronciato e pensieroso. Tristo, confuso, ostinato, ma non mesto. Rabbioso perché spinto da una passione, da una vita-sofferenza che si intreccia costantemente con la sofferenza-vita, segno stesso del suo procedere.
Se non avesse vissuto non avrebbe assistito al suo percorso.
Se non avesse sofferto la sua scrittura di poeta non avrebbe visto la luce del momento. Se non avesse alitato nel vento, vento mai sarebbe divenuto.
E mai pensatore, riflessivo scrittore che parla del suo tempo.