
ROMA - Silvio Berlusconi forse se lo sentiva. "Non credo che oggi in Senato succederà niente di determinante", aveva detto di prima mattina il leader di Forza Italia. E' stato così solo in parte, perché il governo ha rischiato seriamente di essere travolto dalle votazioni sulla giustizia.
Solo la presenza dei senatori a vita ha evitato il peggio: erano quattro (Emilio Colombo, Giulio Andreotti, Rita Levi Montalcini e Oscar Luigi Scalfaro) e senza di loro sarebbe passato l'emendamento dell'ulivista Roberto Manzione sugli avvocati nei consigli giudiziari sul quale pendeva l'aut aut del ministro Mastella (o viene bocciato o vado via io, aveva detto). Proprio contro il ruolo determinante dei senatori a vita si é subito rivolta la polemica del centrodestra, che ha chiesto l'intervento del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.
"E' un voto legittimo ma politicamente immorale" ha tuonato Gianfranco Fini; "il governo ha trascinato le istituzioni nella crisi", ha fatto eco Sandro Bondi; mentre i capigruppo della Cdl al Senato hanno chiesto al capo dello Stato di ricordarsi di quando aveva chiesto a Prodi di dimostrare di avere una maggioranza politica non fondata sui senatori a vita. Il Quirinale si è limitato a un secco "no comment", ricordando che il rinvio alle Camere del governo era servito a verificare la persistenza del rapporto di fiducia. Invece Anna Finocchiaro, capogruppo ulivista, è andata giù dura contro il centrodestra: "Il continuo negare il diritto di voto dei senatori a vita è eversivo". In più l'Ulivo si è difeso sostenendo che in aula, al momento del voto, c'era anche il capogruppo dell'Udeur Nuccio Cusumano, il cui voto non è stato registrato per sbaglio: con lui presente i senatori a vita non sarebbero stati determinanti. Insomma, lo si sarà capito: la giornata del Senato è stata un'altra tappa del calvario del centrosinistra. Già all'inizio della mattinata il clima in aula non era dei migliori.
Subito urla e insulti, con l'azzurra Anna Bonfrisco che dava dell' "assassino" all'ex pm Gerardo D'Ambrosio e il diessino Goffredo Bettini che faceva gestacci verso l'opposizione. Manzione entrava e usciva dall'emiciclo, assediato dai giornalisti che registravano ogni suo sospiro. Chi credeva che avrebbe finito per ritirare il suo emendamento è rimasto deluso: l'ha mantenuto e l'ha votato, dicendo in aula che non avrebbe ceduto alle pressioni.
Willer Bordon, l'altro dissidente, ha optato per l'astensione, che in Senato vale come voto contrario, guidato dal "senso di responsabilità" e "per impedire una strumentalizzazione politica". Quando i quattro senatori a vita sono entrati in aula nel pomeriggio il centrodestra ha subito cominciato a rumoreggiare. Il leghista Roberto Castelli, in particolare, se l'e presa con la Montalcini: "Ma perché accetta di umiliarsi cosi?", ha chiesto polemicamente alla novantottenne premio Nobel. Alla fine, però, l'emendamento inviso ai dipietristi e al sindacato dei magistrati non è passato, con solo un voto di scarto: 156 no, 155 sì, due astenuti (che però in Senato valgono come voti contrari).
Tre senatori a vita hanno votato contro (Scalfaro, Montalcini e Colombo); il quarto, Andreotti, si è astenuto. Dopo la votazione i senatori del centrodestra hanno abbandonato l'aula per protesta. "Non c'é più una maggioranza politica, votatevela da soli questa legge", ha esclamato Schifani, subito imitato dagli altri capigruppo dell'opposizione, Udc compreso. A quel punto, la strada per il centrosinistra è stata tutta in discesa; e il sì finale alla legge è arrivato nel pomeriggio, con un giorno di anticipo rispetto al previsto.
Passata la buriana, Mastella ha potuto tirare un sospiro di sollievo. "Abbiamo fatto un'ottima cosa per il Paese. E' una buona riforma", ha detto, chiedendo all'Anm di revocare lo sciopero indetto per il 20 luglio. I magistrati prendono atto e domani decideranno: "La magistratura è una realtà riflessiva che sa misurare e distinguere tra diverse soluzioni legislative", spiega, conciliante, il segretario del sindacato delle toghe Nello Rossi Mastella può dunque partire sereno per Ceppaloni. Ora la palla passa alla Camera.
L'assemblea di Montecitorio avrà tempo fino al 31 luglio per approvare il disegno di legge; se non lo farà, entreranno in vigore i provvedimenti della riforma Castelli che vengono ritoccati dal ddl. Ma a Montecitorio il governo può contare su una maggioranza più salda: non dovrebbero esserci sorprese.
www.ansa.it
michele de lucia