Ritardata dal maltempo, da alcune “incomprensioni” e da difficoltà tecniche è avvenuta stamattina la liberazione dei sei impiegati della Chevron (di cui quattro italiani), Alfonso Franza, 46 anni, Raffaele Pascariello, 45 anni, entrambi di Piano di Sorrento, Mario Celentano, 40 anni, di Meta di Sorrento, e Ignazio Gugliotta di Ragusa, John Stapleton, americano, e Juricha Ruic, croato.
I sei sono stati consegnati nei pressi di Yanagoa, la capitale dello Stato di Bayelsa, al governatore Timipri Sylva, entrato uin carica martedì scorso, e al senatore David Brigidi. All’ultimo momento, per motivi di sicurezza, il console onorario italiano a Port Harcourt, Pompeo Pillon, cui è stato tolto il mandato proprio ieri non ha partecipato alla spedizione nella giungla. Dopo la consegna i sei sono stati imbarcati su un elicottero e portati a Yanagoa.Pillon, nonostante sia un uomo che conosce a fondo la Nigeria, i meccanismi politici ed economici del Paese, i capi tribù e la geografia dei vari gruppi di ribelli e criminali che popolano il Delta del Niger, è stato inspiegabilmente e improvvisamente licenziato dal nostro ministero degli esteri che gli ha tolto l’incarico.
Secondo il Mend il rilascio è avvenuto senza condizioni. Anzi, una condizione c’è stata che non fosse offerto denaro per pagare un riscatto non richiesto e che nessuno tentasse di corrompere i miliziani a guardia dei prigionieri. Così è stato. I contatti negli ultimi giorni prima della liberazione sono stati tenuti con il Corriere della Sera che ha anche suggerito il metodo della liberazione. La consegna a un funzionario italiano, Pillon appunto, che fosse in grado di spostarsi per il Paese anche di notte. Il ritardo nella liberazione è dovuto tra l’altro a motivi di sicurezza. Le forze armate nigeriane – contro la volontà del governatore che stava trattando il rilascio - avevano lanciato una vasta offensiva alla ricerca degli ostaggi, ma l’intricata foresta e la rete di centinaia di canali del Delta del Niger è conosciuta soltanto dagli uomini che la abitano e i guerriglieri del Mend (Movement for the Emancipation of the Niger Delta) conoscono a menadito la geografia della regione.
Al momento della presa degli ostaggi, catturati il 1 maggio con l’arrembaggio a una imbarcazione appoggio di una società che lavora in subappalto per la Chevron, Jomo Gbomo, nome di battaglia utilizzato dal capo del Mend, con una mail al Corriere aveva spiegato così la cattura dei sei: “Dicono che noi appoggiamo il nuovo presidente Yar’ Adua e il nuovo vicepresidente Jonathan Goodluck, ma non è vero. Abbiano promesso di libereremo gli ostaggi in modo che il governo nigeriano debba vergognarsi con il mondo”. La liberazione era prevista per il 30 maggio il giorno dopo il giuramento della nuova leadership nigeriana, secondo il Mend “la continuazione di quello vecchio”. In queste settimane Jomo Gbomo ha continuato la sua guerriglia epistolare contro le compagnie petrolifere e contro i governanti nigeriani: “Avvisiamo tutti che continueremo gli attacchi e i sabotaggi e continueremo la nostra lotta finché non raggiungeremo i nostri obbiettivi”.
“Il Mend - assicura Jomo - non vuole l’indipendenza delle regioni petrolifere. Ci presentano come secessionisti per screditarci e come criminali o terroristi perché non ci accettano come interlocutore politico. Noi invece combattiamo la corruzione perseguita dalle compagnie petrolifere, Agip compresa, chiediamo una ridistribuzione delle immense ricchezze derivanti dagli introiti petroliferi e pretendiamo una ricostruzione dell’ambiente sociale e ecologico degradato ai limiti dell’impossibile”.
Il rapimento dei sei tecnici della Chevron sembra assai anomalo ma, secondo il Mend, è servito a fare chiarezza nell’opinione pubblica. “Compagnie petrolifere e governi ci accusano di essere criminali che catturano ostaggi per ottenere in cambio un riscatto. Abbiamo dimostrato che non è vero. Non siamo né criminali, né terroristi. La pace può tornare nella regione del Delta del Niger – ha scritto più volte Jomo – solo quando un po’ di quel denaro che viene dal petrolio finirà nelle tasche delle popolazioni che abitano quelle terre e non in quelle dei politici corrotti”. Gli assalti degli ultimi mesi contro le installazioni petrolifere hanno indotto molte compagnie a chiudere impianti e tagliare la produzione. Ora la Nigeria produce il 30 per cento in meno di quella quota di 2 milioni e 200 mila barili al giorno estratta un paio d’anni fa, per una perdita secca nel 2006, di 4,4 miliardi di dollari. E naturalmente gli speculatori non ci hanno pensato due volte e hanno alzato ancora il prezzo del petrolio, che ieri ha raggiunto quota 65 dollari. Con gli attacchi agli impiegati e agli impianti delle compagnie petrolifere e le elezioni del 21 aprile scorso - considerate dalla comunità truccate e manipolate - con cui ha preso il potere il nuovo presidente, la Nigeria rischia ora di esplodere. I tecnici stranieri sono ridotti all’osso, la produzione di greggio drasticamente tagliata. I politici corrotti, foraggiati dalle compagnie petrolifere rispondono alle richiesta di giustizia e maggiore equità sociale con il pugno di ferro. La Shell ha deciso di chiudere i suoi pozzi sulla terra ferma e di continuare a sfruttare quelli off shore (in alto mare) entro il 2009 se le cose non miglioreranno. Nei piani della Chevron c’è anche quello che prevede di lasciare tutto lì e di andarsene alla chetichella.
L’Agip, i cui impiegati hanno l’ordine di tenere la bocca cucita pena il licenziamento, in una puntata della trasmissione televisiva l’Infedele su La 7, ha ripetuto la solita litania “Noi italiani siamo più bravi” e “Noi siamo lontani dalla corruzione e non paghiamo mazzette a nessuno”. E ha annunciato la firma di nuovi contratti per sfruttare campi petroliferi e di gas. Sembra quasi che la nostra compagnia non voglia tener conto del rapporto compilato dall’Economist Intelligence Unit – e riportato ieri dall’Ansa – secondo cui nella classifica dei 121 paesi più pacifici del mondo, la Nigeria occupa il 118° posto.
Massimo A. Alberizzi
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