UN SILENZIO TOSSICO di ANTONIO FIORE Ora che la Campania è stata insignita ufficialmente ( grazie ai dati diffusi dall'Apat) del titolo di pattumiera d'Italia, sarà il caso di chiedersi come sia potuto accadere che per dieci lunghi anni chi ricopriva o ricopre incarichi istituzionali per quanto riguarda la raccolta dei rifiuti, la protezione dell'ambiente, la vigilanza sullo smaltimento di scorie velenose abbia visto nascere, crescere e infine scoppiare l'immondo bubbone senza avvertire il dovere morale e civile di correre ai ripari prima che fosse troppo tardi. Le cifre che vengono fuori dalle rilevazioni delineano infatti un quadro che va oltre l'emergenza, disegnando la mappa di un disastro ecologico che per i danni al territorio e alla salute fa impallidire persino apocalissi ambientali tipo Seveso: la Campania da sola ospita il 43 per cento dei veleni d'Italia, e l'indice di mortalità per cancro al fegato registrato in zone ad alto rischio come Nola, Acerra e Marigliano raggiunge il 36 per cento per i maschi e supera il 20 per cento per le donne, a fronte di una media nazionale rispettivamente del 14 e del 6 per cento. E se dalla mortalità si passa alla semplice « incidenza » di alcune forme tumorali, la percentuale campana schizza al 400 per cento in più rispetto al resto del Belpaese. Numeri terribili, ma che solo negli ultimi giorni — da quando cioè il governo ha emanato il decreto sull'emergenza anche in deroga alle leggi sulla tutela ambientale — sono diventati ( timidamente) argomento di dibattito. Come se fino a ieri l'allarme diossina, le angosce per i rifiuti tossici, la disperazione per l'aumento esponenziale di malattie respiratorie fossero solo il frutto della campagna di abili « untori » mediatici e della suggestione collettiva di comunità esasperate. Col risultato che proteste, prese di posizione, reiterate denunce — che un tempo trovavano nei partiti di sinistra e nei paladini « istituzionali » dell'ambientalismo la natu rale cassa di risonanza — sono state sempre più isolate nel ghetto di un movimentismo radicalmente nobile: capace sì di parlare ai cuori dei già « sensibilizzati » , ma incapace di coinvolgere l'opinione pubblica su temi che invece — come questi numeri drammaticamente rivelano — riguardano la vita ( e talvolta la morte) di tutti. In realtà, sulla questione rifiuti si è stesa in questi anni — malgrado i periodici e ormai rituali allarmi — una rete di silenzio misto a complicità. Se anni e anni di commissariamento straordinario non sono riusciti non si dica a invertire la catastrofica tendenza, ma nemmeno a lanciare un segnale di discontinuità, si deve al fatto che non si è mai davvero creduto che all'emergenza rifiuti si potesse porre un argine; ma la si è cinicamente sfruttata ai soliti fini di opportunità politica e di esercizio del potere: la quantità di immondizia prodotta dalla Campania, ad esempio, risulta essere notevolmente inferiore a quella della Lombardia. Eppure il rapporto numerico tra operatori ecologici in servizio in Lombardia e quelli operanti (?) in Campania è di 25 a 1. Come si spiega l'immane sproporzione? L'obiettivo di chi ha fatto tali scelte era quello di « ripulire » la regione, o semplicemente quello di moltiplicare posti di lavoro e dunque trasformare clientele in voti? Fatto sta che, di fronte a una bancarotta di tali proporzioni, la classe politica che ne è responsabile dovrebbe recitare il mea culpa e darsi subito dopo alla fuga, onde evitare la legittima ira dei cittadini ammalati e inferociti. Invece, niente. Non fanno neppure finta di non sapere: come ad esempio l'assessore regionale all'Ambiente, Nocera. Che di fronte ai dati dell'Apat non fa una piega: si conoscevano già. E allora, perché fino a ora chi come lui sapeva ha taciuto? La fedeltà alla maggioranza impone l'obbligo all'omertà, anche quando è in gioco la salute degli amministrati?