Mi puoi parlare, dettagliamene, del tuo lavoro che ritieni più significativo e che più hai “sentito” nella
realizzazione e nella volontà del “concept”?
Il nome del lavoro è "Cavallo di ritorno", opera in ferro con due parti assemblate al tutto,
provenienti da laterali di vespe originali, le riconosci per il colore nero, da carcasse
abbandonate nei pressi dei bidoni dell'immondizia. Il lavoro è alto 1,65, lungo 1,50 e largo 1,30, realizzato nel 2006.
Il "cavallo di ritorno" è una tecnica abituale usata come dazio doganale a favore di chi per piacere, e non più per
sopravvivenza, tenta di impossessarsi di un bene altrui, temporaneamente, per ricavarne profitto. La proprietà
privata esiste nei termini di vantaggio per qualcheduno e di svantaggio per chi oltre a pagare la proprietà è
costretto a riavere la sua merce, pagandone dell'altro a chi non c'entra niente nell'acquisto. Questa distorsione
mentale, è riassunta nelle lamiere. Chi lo vede può percepire e, semmai, riconoscere in esse, delle parti estranee,
che non possono più, per esigenza diversa, appartenere ad un veicolo. Se ritornassero al proprietario originale,
per quella variazione di programma che l'arte mi ha obbligato a fare, sarebbe un nuovo mobile contemporaneo, in
cui la leggerezza dei piedi non dimentica la pesantezza di quel dramma. Da mobile a immobile, quasi come una
gambizzazione della
propria proprietà, visto che quelle carcasse spogliate vicino ai bidoni, altro non sono, che qualche “cavallo di
ritorno” andato a male. Da funzionalità si ritrova a dover girare intorno ad un pezzo che in lacrime, tenta di
riempire il cuore di una gioia che non sarà la stessa, avuta all'origine dell'acquisto. Da estetica convenzionale ad
estetica inconsueta, per quelli che, nella globalizzazione dei miti, ossia della vespa in questione, come modello in
cui riconoscersi, sentiranno lo spiazzamento di ciò che non hanno mai voluto differenziare, ma che di certo
nell'indifferenza di un sistema banalmente ipocrita, spero, sappiano vedere il dramma che diventa abitudine, e
l'abitudine che diventa dramma.
Hai realizzato, quindi, un oggetto particolare?
Un oggetto quindi, che tenta di rimediare all'insanità mentale, che nel rivestire il danno, si innalza e si porta al
battesimo di un nuovo, che, fino a poco tempo prima, conosceva l'aria addosso e che adesso calmatosi dell'ira che
dentro lo investe, all'interno della casa, al sicuro da facili prede, fà da mobile e da riassunto, a tutto quello che
fuori la finestra accade.
Intervista a cura di Maurizio Vitiello