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22/04/2007

Gli articoli di Marzo di Agorà: attualità/beni culturali

Luci ed ombre del patrimonio storico maiorese
Un’analisi sulle condizioni delle architetture nobiliari



Si può apprendere la storia di un luogo non solo dai libri, cantori di fatti e avvenimenti, ma anche “leggendo” gli elementi del paesaggio urbano, le architetture, i monumenti, simboli ed interpreti di questa storia.
Nei tipici paesaggi della Costa Amalfitana, una secolare stratificazione urbana rende particolarmente affascinante questa sorta di lettura: restano intatte vedute medievali, scorci settecenteschi, opere contadine e marinare… che restituiscono con forza l’idea del nostro passato e costituiscono la bellezza, e l’attrattiva, del nostro presente.
“Leggere” Maiori in questo modo è un’operazione alquanto complessa: perché essa riesce bene a nascondere le sue bellezze storiche fra le moderne costruzioni (scomoda eredità di un recente passato a cui, purtroppo, non si può ovviare); e perché spesso, troppo spesso, trascura, non valorizza, a volte compromette le sue “bellezze” anche quando queste esistono (errore a cui sarebbe facile rimediare).
Per portare questo discorso su un piano pratico basta prendere l’esempio dell’arteria principale di questo paese, il Corso Reginna, e soffermarsi sugli edifici che lo delimitano ai lati. Scartate quelle moderne, restano architetture dall’enorme importanza artistica e storica, che purtroppo passano inosservate agli occhi di molti e che meritano di uscire dall’anonimato in cui si trovano.
Nella vecchia piazza Dell’Olmo, l’attuale piazza Raffaele D’Amato, accanto agli edifici ottocenteschi che ancora recingono la Scala Santa, eretta nel 1756, sorgeva l’antico Sedile, il luogo in cui si riunivano le famiglie del popolo per discutere di interessi collettivi (una sorta di antico consiglio comunale).
Costituito nel 1468 e convertito poi ad uso privato, conserva ancora sulla facciata una traccia della sua originaria funzione, un’antica arcata decorativa che risale all’incirca al 1400 con sopra incisi alcuni stemmi (attualmente sovrasta la macelleria dell’Olmo).
Poco più su, di fronte al ben noto palazzo Mezzacapo, illustre esempio dell’architettura signorile maiorese, sorge il palazzo Citarella.
L’edificio nasce come casa magnatizia della famiglia Francone ed è stato, nel corso della sua lunghissima vita, più volte ripreso e ristrutturato; la sua origine è da collocare nel XIV secolo, quando fu edificata anche la vicina chiesetta di S.Nicola ai Cicerali proprio come cappella del palazzo; la sua proprietà passò dalla Francone alla famiglia Oliva e poi alla Citarella e nei secoli successivi si sovrapposero pregevoli elementi come la scala interna settecentesca e l’imponente stemma sul portale d’ingresso ( proprio sul portale sono visibili i segni del degrado delle murature).
Sul corso si affacciano altre importantissime strutture, come il palazzo de Ponte (l’edificio ad angolo tra il Corso Reginna e via Tenente Confalone) legato nel nome e nell’origine ad una delle più illustri famiglie nobili maioresi.
Il palazzo risale probabilmente al 1500, con alcuni elementi posteriori, ad esempio il severo portale in tufo, e presenta evidentissimi segni di disfacimento sulla facciata principale.
L’abbandono e il degrado di queste strutture hanno l’esempio maggiore nel bellissimo edificio sito tra il corso e via Roma, un’antica struttura di pertinenza domenicana (infatti è prossimo al noto convento e con questo ne condivide la sorte) conosciuto anche come palazzo Sparano. Uno dei pochissimi edifici maioresi che conserva l’apparato decorativo in stucco del tardo settecento ( e speriamo che i lavori di ristrutturazione che attualmente interessano l’edificio non ne cancellino il valore storico-artistico, come è successo, ad esempio, alla torretta semaforica di Vecite).
Come si vede da questi esempi (e ne esistono molti altri), Maiori presenta un patrimonio storico ricco e importante, ma purtroppo mortificato. La quasi totalità di queste evidenze storiche esige una ristrutturazione che ne metta in risalto gli elementi principali così da garantire una trasmissione del loro valore culturale (inoltre la loro importanza potrebbe essere sottolineata attraverso l’impianto di adeguati pannelli esplicativi).
La cultura va tutelata e divulgata anche quando manca l’elemento lucrativo. Queste evidenze non sono “visitabili” ma presentano comunque un valore tale da imporne la conservazione.
Luca Di Bianco

 

 




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