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04/02/2011

Disputa a quattro sul ‘Caso’. Terza e ultima parte.

Estrazione del Lotto
Estrazione del Lotto

Questo è il terzo e ultimo capitolo della disputa sul ‘Caso’ fra due supporters del Caso: Giuseppe dalla Sicilia e Paul dalla Brianza e due simpatizzanti del determinismo: Marco Bottini dalla Svizzera italiana e Luigi Di Bianco dall’Alto Adige. 

Per leggere la disputa dall’inizio  clicca qui

 

Il secondo capitolo si è concluso con la riproposizione da parte di Luigi del famoso esperimento mentale noto comeesperimento del gatto di Schroedinger”.

 

La disputa riprende con Giuseppe.

 

 

Giuseppe:

Vorrei rispondere ed esporre a ciascuno i miei pensieri e le mie osservazioni, ma ho l’impressione che sia preferibile fermarci tutti un attimo e fare un passo indietro. Fermarci perché stiamo correndo il rischio di affrontare discorsi troppo dispersivi e in definitiva inconcludenti, vedi soprattutto dio e più in generale la metafisica. A mio avviso dobbiamo cercare di ritornare sui nostri passi e quindi sul discorso casualità nella natura.

 

A tal proposito, Luigi, tu fino ad ora hai difeso a spada tratta la causalità mettendo in discussione il “Caso”, lascia che io metta in discussione la “Causa”.

 

I signori Caso e la signora Causa in realtà non esistono. Ontologicamente parlando, essi, non hanno alcun valore: sono unicamente nostre interpretazioni fenomenologiche. Nella realtà vi sono solo interazioni di forze. Che una forza causi un effetto sulla seconda è solo una nostra inferenza logico-cognitiva data soprattutto da una contiguità temporale.

 

Noi inventiamo una formula meccanica per esprimere un modo di successione che ritorna sempre: con ciò non abbiamo scoperto alcuna “legge”, e ancor meno una forza che sia la causa del ritornare delle successioni. Il fatto che una cosa avvenga sempre in un determinato modo è qui interpretato come se un essere, per obbedienza a una legge o a un legislatore, agisse sempre in un certo modo.” (La volontà di potenza, Nietzsche)

 

E ancora:

Due stati che si succedono, l’uno Causa, l’altro Effetto: è sbagliato. Il primo stato non ha alcuna influenza da esercitare, nulla ha influito sul secondo. Qui si tratta della lotta fra due elementi di potenza differente: si raggiunge un raggiustamento delle forze a seconda della quantità di potenza di ciascun elemento. Il secondo stato è fondamentalmente diverso dal primo (non è “effetto” del primo): l’essenziale è che i fattori in lotta ne escano con altre quantità di potenza.[..] Non ci sono leggi: ogni potenza trae in ogni istante le sue ultime conseguenze” (Ibidem)

 

Le leggi della fisica che noi abbiamo formulato e che tanto presuntuosamente crediamo essere la quintessenza della comprensione della natura, sono cioè solo delle induzioni date dalla ripetitività dell’osservazione ma con ciò non abbiamo spiegato nulla:

 

E’ illusione che qualcosa sia conosciuto quando abbiamo una formula matematica per ciò che è avvenuto: abbiamo soltanto designato, descritto: nulla di più. Quando traduco in una formula un evento che si produce regolarmente, mi sono agevolato la definizione dell’intero fenomeno, l’ho compendiata. Ma non ho constatato nessuna “legge” [..] pensare che qui delle forze obbediscano ad una legge in modo tale che ne consegua che da questa obbedienza otteniamo ogni volta il medesimo fenomeno è pura mitologia.” (Ibidem)

 

Nella natura non esistono delle “leggi” scritte da qualcuno che vengono “rispettate”, ma scherziamo?

 

Io mi guardo bene dal parlare di “leggi” chimiche: c’è come un retrogusto di morale. Piuttosto ne va di una fissazione assoluta di rapporti di potenza: ciò che è più forte si impadronisce di ciò che è più debole, nella misura in cui questo non può conservare il proprio grado di autonomia.” (Ibidem)

 

Piuttosto che “leggi naturali” esistono dunque degli avvicendamenti di forze che, in determinate condizioni, si è notato, ritornano, ma, che queste si comportino sempre in un determinato modo, seguendo delle leggi fisse da noi svelate, è una assoluta forma di arroganza: “l’invariabile succedersi di certi fenomeni non prova alcuna “legge”, ma un rapporto di potere tra due o più forze [..] Qui non si tratta di una successione, ma di una inserzione di fenomeni l’uno nell’altro, di un processo in cui i singoli momenti che si susseguono non si condizionano come cause ed effetti” (Ibidem)

 

E’ anche a causa della ripetitività osservata dei fenomeni (ma soprattutto di schemi mentali innati, che esporrò meglio più avanti), che pensiamo che questi interagiscano sempre come abbiamo già osservato: ma tutto ciò, ripeto, è solo un’induzione basata sulla ripetitività.

 

La “Legge”, la “Causa”, sono mere invenzioni, interpretazioni, artifici:  “è solo l’abitudine che ci fa attendere che un certo accadimento, sovente osservato, segua ad un altro.” (Hume, Dialoghi sulla religione naturale). Siamo cioè noi a trasformare la successione (il post hoc) in connessione (il propter hoc) con il pericolo di cadere negli eccessi della superstizione. Pensiamo al “piccione superstizioso”: quando un piccione viene rinchiuso in una gabbietta dove il cibo è somministrato a tempo irregolare, dopo un po’ questo assumerà comportamenti stereotipati, credendo di assicurarsi così, in base a quelli, la somministrazione del cibo (Il piccione associa cioè, per esempio, il girare su se stesso al cibo, poiché in una occasione a quello era succeduto l’altro: associazione radicale di causalità).

 

Dunque, in generale, e non solo per l’esempio del piccione: “La fede nel nesso causale è pura superstizione” (Wittgenstein, Tractatus Logico-philosophicus)  

 

Cosa significa tutto ciò?

 

Significa che non esiste alcun determinismo fenomenico, esiste invece solo un modello causale-cognitivo nostro che noi, in base a innate modalità cognitive (frutto dell’evoluzione), applichiamo ai fenomeni esterni per interpretare il mondo che ci circonda.

 

In altre parole tali schemi mentali di causalità sono approssimazioni di ciò che avviene fuori di noi, approssimazioni che si sono evolute ed affinate nel corso di migliaia e milioni di anni sotto la spinta dell’ interazione con il macromondo e con gli agenti intenzionali (entità dotate di intenzioni), poiché è da questi ultimi che ci siamo dovuti difendere con maggiore assiduità e accortezza (quindi animali feroci, altri uomini: ricordiamo il ramo spezzato?):

 

Io noto una cosa e ne cerco una causa: ossia, in origine, cerco un’intenzione, e anzitutto cerco uno che abbia un’intenzione, un soggetto, un autore: ogni evento è un’azione – un tempo si vedevano intenzioni in tutto ciò che avviene: questa è la nostra più antica abitudine. [..] Ciò che ci dà una credenza nella causalità così straordinariamente stabile non è la grande consuetudine al succedersi degli eventi, ma la nostra incapacità di interpretare un evento vedendolo altrimenti che come prodotto da intenzioni. E’ la credenza che ogni evento sia un’azione, che ogni azione presupponga un agente, è la credenza nel soggetto” (La Volontà di potenza, ibidem)

 

Nietzsche, nonostante la sua epoca, ha colto qualcosa di essenziale. E cioè che l’intelletto umano si basa sulla relazione Causa (originata da un agente causale/intenzionale) => Effetto.

 

Il nesso causale-cognitivo si ritiene, oggi, sia innato e non dipenda esclusivamente dalla ripetitività del fenomeno (la citazione precedente di Hume riguarda più la formulazione umana del meccanicismo nelle leggi scientifiche, che abbiamo già definito sempre induttive, ma non ha strettamente a che fare con la causalità-cognitiva). Ovvero: “gli organismi possono, anche in assenza di ripetute esperienze di co-occorrenza tra due eventi, inferire in modo spontaneo l’agente causale di una certa trasformazione fisica. Fanno ciò in buona parte guidati da principi e meccanismi innati.” (Nati per credere, ibidem)

 

Interessante è, a tal proposito, l’esperimento dei neonati che osservano per più tempo (mostrando dunque più attenzione) il video di un evento che, da un punto di vista causale-cognitivo,è impossibile(un oggetto che invece di cadere dal tavolo verso terra fa il contrario).

 

Nessun nesso causale-fenomenico, dunque, in natura, ma solo un nesso causale-cognitivo interiore, nostro, per riproporre, per difetto,ciò che avviene approssimativamente fuori di noi.

 

Riepilogando: La nostra cara Causalità ha dunque una genealogia evoluzionistica. Essa è frutto dell’evoluzione, esiste dentro di noi e non fuori, e si è sviluppata a livello cognitivo per permettere a noi di rapportarci efficientemente con la natura e con gli agenti intenzionali.

 

Con questa casualità-cognitiva possiamo dunque sì comprendere e descrivere (sebbene molto relativamente) il “mondo esterno” ma solo il mondo per il quale questa si è adattata (calibrata) a fare e cioè quello macroscopico, poiché è qui che noi abbiamo vissuto e ci siamo evoluti, ed è qui che il nesso causale si è dimostrato essere il più adeguato. Gli eventi del micromondo che sembrano inspiegabili, effettivamente lo sono, ma lo sono solo in relazione ai nostri schemi mentali fortemente deterministici, non calibrati  dunque a tal fine (ecco spiegata l’incomprensibilità di questi eventi fisici). Tali eventi possono essere dunque definiti anche come assenza cognitiva di cause, non rispondendo ai nostri schemi, ma ciò non significa che al di sotto vi siano misteriose cause deterministiche.

 

La necessità psicologica di credere alla causalità si trova nell’impossibilità di rappresentare un evento senza intenzioni.”(La volontà di potenza,ibidem)

 

Sebbene non potremo mai conoscere, come abbiamo detto precedente, l’in-sé dei fenomeni, tuttavia possiamo provare a descriverli. L’importante è ricordare che queste descrizioni sono (e saranno sempre) umane, troppo umane. Attualmente, queste, affermano che in tali “fenomeni casuali” non è possibile prevedere assolutamente nulla poiché non è possibile rintracciare uno schema che si ripropone, una costante, se non quella secondo la quale il fenomeno non è soggetto a schemi. Attualmente la descrizione è questa, però chissà, forse domani troveremo delle “ragioni meccaniche” per tali fenomeni e magari il giorno dopo delle “ragioni casuali” di tali ragioni meccaniche e così via all’infinito….chi lo può dire?

 

 

Marco:

Ciò che dice Giuseppe, ai fini della nostra disputa è molto stimolante e mi provoca molte idee che, confesso, nella mia mente non sono ancora del tutto chiare.

 

Mi piace la questione aperta con cui termina l’intervento: Attualmente la descrizione è questa, però chissà, forse domani…” 

 

Cerco di interpretare il suo pensiero, scusandomi se dovessi in qualche modo travisarlo. Mi sembra di capire che Giuseppe ritenga che le leggi che si riferiscono ai processi in cui si va da una causa verso un effetto, non esistono nella realtà fisica ma solamente nella nostra testa. Nella realtà fisica (nella natura) esisterebbero perciò soltanto degli eventi che si ripetono , e il nostro cervello ci farebbe concludere (illudendoci) che essi sottostanno a delle leggi fisse. Siccome però la natura, a certi livelli (v. microcosmo), starebbe sotto l’influsso del caso, ecco che le leggi (esistenti solo nella nostra mente) non varrebbero più.

 

Tutto ciò che deriva dal ragionamento induttivo sarebbe perciò in qualche modo “provvisorio”.

 

Concordo con questa idea se penso alle scienze naturali: non è possibile stabilire con sicurezza l’esistenza di una legge del tipo: “Se pianto un seme di ulivo nella terra e lo bagno regolarmente, otterrò una pianta che mi darà le olive”, anche se la cosa potrebbe facilmente capitare.

 

Mi è più difficile però accettarla pensando alla fisica di Newton: “Se la forza totale applicata a un punto materiale in movimento è uguale a zero , allora esso continuerà a muoversi di moto rettilineo uniforme” è qualcosa che esiste solo nella nostra testa e che nella realtà è solo provvisoria, oppure è una legge naturale e fissa (almeno al livello di grandezza “intermedio” che è il nostro). Mi è difficile credere che questa legge esista solo nella nostra mente.

 

Ma ammettiamo che sia così, e guardiamo ciò che dice David Bohm a proposito della mente e della realtà.

 

Egli è partito dall’esperimento di Alain Aspect sui fotoni. Questi, nel 1982, sperimentò che due fotoni nati dalla stessa particella e finiti molto distanti l’uno dall’altro, potevano continuare a comunicare tra di loro istantaneamente, quindi senza tener conto del limite rappresentato dalla velocità della luce.

 

Bohm e Pribram pensarono allora che la comunicazione istantanea non locale dei due fotoni fosse dovuta all’esistenza di un “ordine nascosto”, nel quale nessuna cosa è autonoma e separata dalle altre, ma è intimamente collegata all’insieme di tutte le altre cose, al “Tutto”. Questo “ordine nascosto del Tutto” avrebbe le caratteristiche di un ologramma. In esso, ogni sua porzione non conterrebbe “una parte dell’ologramma”, bensì “l’ologramma intero” (vale a dire l’intero universo).

 

Questa teoria afferma che pure il nostro corpo sarebbe un ologramma, e quindi anche il nostro cervello.  In ognuno di essi (considerati ognuno una porzione del super-ologramma), dal momento che ogni parte conterrebbe il tutto, sarebbe contenuto l’intero universo.

 

A questo punto l’universo e noi stessi saremmo solo dei “fantasmi”. Chi allora manterrebbe vivo questo super-ologramma-universale, tutti gli ologrammi più piccoli come saremmo noi, e tutte le altre cose del mondo? Sarebbe nient’altro che “la coscienza”.

 

A questo punto il “Cogito ergo sum”, che Luigi ha voluto rovesciare in “Sum ergo cogito”, tornerebbe prepotentemente alla ribalta.

 

Forse lo schema da adottare potrebbe essere: 

 

 

Schema che permette di partire da dove si vuole.

 

Ecco dove sono giunto partendo dalla critica alle leggi fisiche di causa-effetto fatta da Giuseppe! Non sarebbero solo le leggi di causa/effetto ad esistere unicamente nel nostro pensiero e non nella realtà fisica, ma addirittura l’universo e noi stessi.

 

Siccome a questo punto non sono più certo di niente, preferisco lasciare in sospeso le cose dette sopra e compiere un salto nella nostra realtà quotidiana per tornare a confrontare la “casualità” con la “causalità”, terra a terra.

 

Al nostro livello a me pare che, anche gli eventi che sembrano dovuti al caso, siano invece causati dalle forze che li precedono.

 

Porto un esempio pratico.

 

Provate a fare la seguente domanda ad una persona che, passeggiando sotto un fabbricato, ha ricevuto una tegola in testa: secondo te, è “per caso” o no che la tegola è caduta proprio sulla tua testa? Quasi certamente (a meno che egli creda che il Signore abbia voluto castigarla per qualche peccato commesso) dirà che è per puro caso. Quindi il “caso” parrebbe esistere. Se però non si considerasse l’evento in sé, ma l’incontro dei due cause (una relativa alla persona, l’altra alla tegola) in un preciso punto dello spaziotempo, ecco che la causalità tornerebbe ad avere la meglio.

 

Mi spiego.

 

Consideriamo la persona: perché in quell’istante passava proprio di lì?  Sicuramente perché un suo desiderio, una sua motivazione, l’ “agente intenzionale” di cui parla Giuseppe, l’avevano spinta in quella direzione (per esempio, dopo una giornata passata davanti al pc, aveva voglia di prendere un po’ d’aria ed è uscita percorrendo il viale che porta verso la campagna). Quindi è arrivata lì per necessità, non per caso.

 

Consideriamo ora la tegola: perché è caduta proprio mentre la persona passava sotto la grondaia? Sicuramente perché un lieve cambiamento nel suo equilibrio già precario lo ha rotto definitivamente, facendola precipitare. Non per caso, ma per una necessità relativa al sistema “tegola in equilibrio precario sul tetto”.

 

L’incontro delle due necessità (ognuna sviluppatasi autonomamente rispetto all’altra) ha provocato l’incidente. Ma l’incontro di due cause, ognuna determinata per necessità, può essere considerato un evento casuale? Secondo me no, e potrei fare mille altri esempi, che forse farò in un’altra occasione … non tutti e mille, però … :-)

 

Da quanto ho detto a proposito della scelta di uscire di casa, effettuata dalla persona presa in esame, scelta considerata anch’essa “non casuale”, si può dedurre che io consideri che l’uomo non agisce mai per “libero arbitrio” o per caso ma sempre per necessità (determinata da qualcosa che sta a monte della scelta stessa, la quale diventa così una scelta solo apparente).

 

Ma anche questo è un discorso da eventualmente approfondire altrove.

 

Mi rendo conto che, alla luce di quanto detto da Giuseppe e alla luce della teoria dell’universo-ologramma, queste considerazioni “terra a terra” possono anche non avere un gran senso.

 

In ogni caso io le ho messe sul tavolo … in attesa di qualche reazione.

 

 

Paul:

Vedo che le tematiche si sono accavallate e trascinate intervento dopo intervento rendendo difficile il compito di commentare tutti passo-passo. Mi limito perciò alle mie conoscenze e farei un qualche appunto sull’intervento di Giuseppe. Le leggi fisiche come le conosciamo sono frutto sostanzialmente di un processo di osservazione. Osservato un fenomeno si può trovare una relazione (possibilmente matematica) che colleghi in modo soddisfacente i dati con le previsioni. Tuttavia, solo una limitata parte di queste leggi si applica in modo “esatto”. Ovvero, nel nostro mondo raramente troviamo situazioni spiegabili tramite relazioni semplici: si compie in realtà un’approssimazione, e in modo più generale quando si crea un modello non si vuole ricalcare esattamente la realtà, ma semplicemente descriverla con un certo grado di precisione desiderata. Ad esempio l’equazione di Schroedinger è solo una mera approssimazione per la particella libera (e non) e si applica in modo esatto (analitico) solo per l’atomo di Idrogeno. Ma in prima approssimazione va bene e ad esempio negli atomi multielettronici viene risolta con metodi numerici e approssimati. L’errore che si compie può essere piccolo a piacere.

 

In questo e dico “questo” universo, le leggi fisiche hanno la fisionomia che conosciamo e deriva in ultima analisi dalle strutture più profonde ed elementari che costituiscono la materia ordinaria e la radiazione. E sono in ottimo accordo per la maggioranza. Non si tratta perciò di pontificare sul fatto che esse esistono perché qualcuno le ha scritte e qualcun altro le segue: è semplicemente un’evidenza osservativa che un fenomeno è descritto bene(quanto si vuole) da una relazione matematica. Punto.

 

Potrei allora postulare o modellizzare che causa ed effetto in tal caso sono due stati differenti. Lo "stato causa" di un certo sistema può avere determinate “coordinate” (quali? Ad esempio nello spazio delle posizioni, o di quello delle velocità, o potrebbe trattarsi di uno stato “termodinamico” o anche quantistico.). Se al tempo t0 facciamo evolvere nel tempo lo stato “causa”, al tempo t1 mi troverò in uno "stato effetto” frutto dell’evoluzione di questo stato.

 

L’evoluzione sarà diversa a seconda del tipo di interazione che il sistema ha con il resto dell’universo. Nel caso banale del corpo a cui viene impressa una forza esso si trova nell’istante iniziali in una determinata posizione, con una determinata quantità di moto, ad una determinata temperatura ecc…ecc… Imprimendo una forza sappiamo che la relazione che otteniamo è che l’accelerazione (media) è data dalla forza impressa per unità di massa.  (In realtà poi la seconda equazione di Newton non è un’equazione algebrica ma un’equazione differenziale, quindi in generale non troveremo un particolare valore scalare ma una funzione, o più precisamente una “legge oraria”).

 

Nella meccanica quantistica va anche peggio: possiamo calcolare la probabilità di passare da uno “stato” all’altro tramite un formalismo matematico particolare. E talvolta chiedersi la causa di un certo evento sembrerebbe un’idea peregrina.

 

Un protone ha una vita media che può essere paragonata a quella dell’universo e più. Esso è il barione in assoluto più stabile anche se si è postulato che potrebbe decadere in un positrone e in un pione neutro. Quando? Non si sa. E non si sa nemmeno perché decadrebbe in un istante piuttosto che un altro, quello che è certo è che noi non possiamo osservarlo direttamente.

 

Nella teoria dei campi poi, la casualità regna sovrana: in quello che viene detto vuoto quantistico (si ragiona molto con i concetti di campi, come si fa effettivamente nelle teorie di campi quantistici) si trova invece un brulicare di particelle virtuali create “a caso” e immediatamente distrutte tutte succubi del principio di indeterminazione.

 

Che vuol dire tutto ciò? Che risalendo a monte nel discorso della casualità e causa-effetto è possibile fino ad un certo livello trovare delle correlazioni ma poi esse si perdono nella nebbia dell’indeterminazione quantistica. Sappiamo che però uno stato può evolvere in maniera casuale: diciamo casuale solo perché in realtà un sistema così complesso come “l’uomo che riceve una tegola in testa” difficilmente sarà descrivibile in termini di relazioni matematiche e anche se fosse, ci ridurremmo a trovare “soluzioni” (stati, situazioni, evoluzioni, epiloghi, quello che volete) condite da troppi parametri, variabili e altri accessori che renderebbero le soluzioni estremamente instabili. Ma in linea di principio (ad esempio se si è in linea con la concezione del “multiverso”) è possibile prevedere anche l’evoluzione di tutti i sistemi. Ogni piccolissima variazione (vedi "Butterfly Effect") induce uno sdoppiamento della realtà e il nostro uomo prende strade diverse ogni volta. Ogni mondo con ogni “uomo della tegola” ha stati differenti (anche e soprattutto quantistici).

 

Ogni “stato” dell’universo è determinato da una precisa configurazione di elementi, particelle e stati quantistici. Quanti ce ne sono? Bè parecchi, pensate ad un mondo molto simile al nostro dove l’unica differenza è che il nostro gatto non ha la sua macchia sul muso o che l’Audi del vostro vicino è color zafferano al posto di un più sobrio beige chiaro. Ognuno di questi stati sono accessibili al nostro universo e tra i tanto mondi possibili vi è anche quello dell’uomo della tegola. Potreste altresì pensarlo come una combinazione delle 1070 particelle nel nostro universo, ammesso che siano distinguibili e che quindi siano “etichettabili. In altre parole: le configurazioni degli stati di tutte le particelle sono un numero orribilmente spaventoso, ma sempre un numero finito. Quindi, essendo in numero finito e arriviamo alla conclusione che anche le combinazioni differenti corrispondenti a mondi e universi differenti siano in numero finito. Con un tempo sufficientemente lungo questi “stati” possono essere raggiunti, in completa casualità dato che le piccole variazioni da uno stato all’altro sono assolutamente aleatorie. È lo stesso principio della scimmia che scrive l’Amleto battendo a caso i tasti di una macchina da scrivere per un tempo, diciamo, parecchio lungo.

 

Casualità? Bè con un tempo abbastanza lungo è semplicemente una questione di pazienza.

 

 

Luigi:

Forse l’analisi del principio di causalità che fa Paul nel suo ultimo intervento avremmo dovuto farla all’inizio della disputa. Paul postula l’esistenza di due stati: (1) lo stato-causa; e (2) lo stato-effetto. Dice poi che lo stato-causa, interagendo con il sistema di contorno, si trasforma, evolvendo nel tempo, nello stato-effetto. Quello che Paul cerca di dimostrare poi è che non sempre il processo di interazione con il sistema di contorno dello stato-causa può essere ridotto a un qualche "formalismo". Ma su questo siamo tutti d’accordo!

 

E’ evidente che la scienza non sempre riesce a formalizzare l’interazione che permette il passaggio dallo stato-causa allo stato-effetto. Ora, se, come propone Paul, si definisce casuale un processo che non è riconducibile a un qualsivoglia formalismo, allora convengo che la casualità esiste. Per essere più precisi, però, ponendo la casualità di un fenomeno, si dovrebbe sempre specificare che il fenomeno in questione ‘appare casuale in base alle conoscenze scientifiche del momento.

 

Se si accetta  la casualità come ora definita possiamo dire di aver dimostrato l’esistenza del ‘Caso’? Neanche per idea.

 

Mi spiego facendo riferimento alla teoria algoritmica dell’informazione e la compressione algoritmica con qualche semplice esempio.

 

Consideriamo la sequenza di numeri  2,4,6,8,10,12,… E’ una sequenza casuale? Certamente no, si vede subito infatti che il numero successivo è il 14; si tratta infatti di una sequenza di numeri pari.

 

Non è ben chiaro invece, a prima vista, se la sequenza 2,6,12,20,30,42,… sia casuale o meno. La sequenza sembra casuale ma, dopo averla guardata un po’ bene, forse qualcuno si accorgerà che non è casuale per niente: il numero successivo è il 56. Infatti la sequenza è generata da un formalismo e precisamente dall’algoritmo:

 

10 Let x=1

20 Let y=x(x+1),

30 Print y

40 Let x=x+1

50 Goto 20

 

Che per chi non è addentro ai linguaggi di programmazione equivale a 1x2, 2x3, 3x4, 4x5, 5x6, 6x7, 7x8, …

 

Cosa dire della sequenza 1,4,1,5,9,2,6,5,3,5,8,9,7,9,3,2,3,8,4,6,2,6,4,3,3,8,3,2,7,9,... ?

 

Questa si che è una sequenza casuale! Sfido chiunque a trovare un formalismo che la generi. Ma è possibile provare definitivamente che la sequenza è casuale? No, non è possibile. Non si può mai sapere se sono stati analizzati tutti gli infiniti formalismi possibili. Ed infatti la sequenza non è per niente casuale, sono le prime trenta cifre decimali dell’infinita parte decimale del numero Pi-greco.(3,14…).

 

La distribuzione delle cifre nella parte decimale del numero Pi-greco supera tutti i test statistici di casualità. Infatti il numero non mostra, nella sua parte decimale, alcun formalismo utile alla compressione algoritmica per migliaia e migliaia di cifre. Ciò nonostante la sequenza non è casuale, è determinata calcolando il valore di Pi-greco con la formula: Pi = 4*(1/1 - 1/3 + 1/5 - 1/7 + 1/9 -1/11 ....) (Leibniz)

 

In pratica, posso provare che un sequenza di numeri è pre-determinata quando riesco a trovare un formalismo (algoritmo di compressione) che la generi. Ma se non riesco a trovare alcun formalismo posso affermare con certezza che la sequenza è casuale? No che non posso. Ci sarà sempre la possibilità di un ulteriore formalismo che io non ho ancora considerato. Questo è quello che dice il matematico statunitense Gregory Chaitin. L’omonimo teorema afferma che "non è possibile dimostrare se una data successione di simboli (numeri) è casuale o meno." Ciò implica che non esiste alcuna regola generale per riconoscere la casualità.

 

Allargando il discorso si può dire che la casualità di un fenomeno non è in alcun modo dimostrabile. Gli scienziati, anche implementando metodologie di misura le più avanzate possibili, non potranno mai dimostrare che l’indeterminazione è nella natura delle cose. Ci sarà sempre un’ulteriore teoria da inventare o metodologia di misura da implementare.

 

Vediamo ora il teorema di Chaitin dalla prospettiva dei deterministi. La teoria afferma che ogni qualvolta che si riesce a trovare un formalismo di compressione algoritmico si può affermare che la sequenza in esame è pre-determinata. Il determinista può quindi dire che esiste una regola per riconoscere la pre-determinazione e che è possibile identificare processi pre-determinati. Purtroppo per me, da qui ad affermare che tutto è pre-determinato … ce ne corre!

 

Qual è la conclusione a cui sono giunto? I deterministi come me e Marco non possono dimostrare che tutti gli eventi siano pre-determinati. La nostra fede nel determinismo in natura è una credenza metafisica. I supporters del ‘Caso’, come Giuseppe e Paul, a loro volta, non possono dimostrare l’esistenza di fenomeni casuali. La loro fede nel ‘Caso’ è una credenza metafisica.

 

Possiamo quindi chiudere la nostra disputa assegnando un sostanziale pareggio che lascia tutti con le convinzioni di partenza.

 

Nel corso della stimolante disputa sono venute fuori alcune ipotesi metafisiche e scientifiche che ritengo di dover approfondire prima di chiudere la disputa.

 

Cominciamo con Giuseppe.

 

Giuseppe, insieme a Nietzsche, ha portato nella discussione un elemento di riflessione veramente intrigante: il signor “Caso” e la signora “Causa” in realtà non esistono. Le leggi della natura, la sequenzialità causa-effetto, il determinismo, la casualità, il probabilismo sono pure interpretazioni, modelli teorici costruiti dalla nostra mente in base a schemi mentali congeniti. Non corrispondono a niente nella realtà oggettiva.

 

Sono "prodotti" che nascono e muoiono nella sfera antropica, privi di alcun rapporto col cosmo reale. Il prodotto cogitativo antropico, essendo privo di alcun elemento gnoseologico plausibile in merito a ciò che lo eccede, è del tutto delegittimato ad inferire qualsiasi determinismo o indeterminismo nel mondo fisico. La causalità e la casualità, determinismo e indeterminismo, esistono solo nella nostra testa.

 

Radicalizzando il concetto possiamo dire che l'estraneità del pensiero umano all'Essere in generale è totale. La realtà, in questa prospettiva, si riduce alle nostre idee perché esiste solo ciò che viene percepito dai nostri sensi. Non esistono corpi, ma solo idee, frutto di elaborazioni cerebrali, a cui noi, dopo averle associate, attribuiamo illusoriamente una natura corporea. Allora è come dice Marco “non sono solo le leggi di causalità ad esistere nel nostro pensiero e non nella realtà fisica, ma addirittura l’universo e noi stessi”?

 

Viviamo  in una realtà virtuale? Siamo entità elementari di un immenso processo computazionale gestito da un mega computer trascendente? Per quanto assurdo possa sembrare, non è possibile falsificare questa tesi. Ciononostante, io, da buon realista, ritengo che i corpi e gli oggetti concreti del mondo abbiano un’esistenza oggettiva. Bisogna ammettere però che, a causa dalla pochezza dei nostri organi sensoriali, noi non vediamo le cose per quelle che sono ma per quello che ci appaiono. In fondo, anche se il mondo oggettivo esiste, noi possiamo coglierne solo un debole riflesso distorto.

 

Paul, nel suo ultimo intervento, ha fatto cenno al "multiverso".

 

Ci sono due ipotesi di multiverso. Nella prima ipotesi, oltre al continuum spazio-temporale quadridimensionale del nostro universo, esisterebbe una moltitudine di universi paralleli ognuno con un suo continuum spazio-temporale quadridimensionale.

 

Nella seconda ipotesi esiste un solo continuum spazio-temporale con un numero non definito di dimensioni. Le dimensioni spaziali aggiuntive permettono la realizzazione di “molti mondi paralleli”. Quest’ultima ipotesi è una conseguenza della meccanica quantistica. Ricordi l’esperimento del gatto Schroedinger? Ebbene il gatto vivo e il gatto morto, secondo questa ipotesi, esistono contemporaneamente in due distinti mondi paralleli. In questa visione un oggetto, una persona e addirittura ogni particella non ha una sola singola storia ma tutte le possibili storie. In pratica per ogni evento possibile esiste una realtà quantica alternativa, ossia un universo parallelo. In parole povere, se lanciando per aria una moneta, in questo universo questa ricade per terra dal lato della croce, in una realtà parallela la moneta cade dal lato della testa, e, persino, in un’altra realtà parallela rimane in piedi sul taglio. Tutti gli esiti possibili, di tutti i possibili eventi, possono potenzialmente verificarsi in un numero incommensurabile di universi paralleli. Mentre io scrivo al computer in questo universo, in un universo parallelo io potrei essere al Polo Nord, e in un altro potrei essere a prendere il sole ai Caraibi.

 

Cosa dire? Scelgo i Caraibi! A parte gli scherzi, percepisco che questa visione ha in sé potenzialità metafisiche sconvolgenti … ma, mi chiedo, qual è il suo contributo in termini di comprensione del mondo? Secondo me l’ipotesi di mondi paralleli inaccessibili, siano essi 10, 100 o miliardi di miliardi, non offre alcun elemento di chiarezza, anzi, è una inutile complicazione: non mi resta che eliminarla dal mio orizzonte speculativo con un colpo deciso del rasoio di Occam.

 

Passiamo all’esperimento di Alain Aspect proposto da Marco.

 

L’esperimento di Aspect del 1982 ha mostrato che particelle subatomiche come gli elettroni, in particolari situazioni, sono capaci di comunicare una con l’altra istantaneamente a prescindere dalla distanza che le separa, sia che si tratti di 10 centimetri, sia che si tratti di 1000 miliardi di chilometri. Questo esperimento dimostra che fra le particelle subatomiche esiste una connessione che va oltre le dimensioni dello spazio a noi familiari. Sembra quindi che le particelle non siano enti individuali ma estensioni interconnesse di un stessa sostanza, di uno stesso “organismo” fondamentale, sfaccettature di una entità più profonda e basilare. Se le particelle subatomiche ci appaiano separate è perché siamo capaci di vedere solo una porzione della loro realtà, quella che affiora nel nostro spazio tridimensionale. Ad un livello più profondo, tutte le cose sono infinitamente collegate. Gli elettroni di un atomo di carbonio del mio cervello sono connessi agli elettroni di tutti i cervelli umani, alle particelle subatomiche di ogni farfalla che vola, di ogni cuore che batte ed ogni stella che brilla in cielo.

 

Nell’esperimento di Aspect io ci vedo la conferma della visione del mondo proposta da Spinoza: TUTTO E’ UNO.

 

Spinoza scrive: “All’infuori di Dio non può esserci, né essere concepita, alcuna sostanza” quindi “nella natura c’è una UNICA SOSTANZA assolutamente infinita” (Etica I, prop.14)

 

Ma cosa significa sostanza dal punto di vista etimologico? Sostanza è sub-stantia, ciò che sta sotto e sostiene. Cosa sostiene? Tutto quello che esiste. Dio è l’unica sostanza che sta sotto e sostiene la realtà considerata nella sua totalità, con tutte le sue infinite espressioni e manifestazioni. La molteplicità delle cose che ci circondano nel mondo minerale, vegetale, umano ed etereo non sono altro che la manifestazione di un unico principio. Tutte le infinite manifestazioni della realtà che vediamo come cose separate e distinte, non sono entità individuali, ma estensioni di uno stesso “organismo” fondamentale, la Natura, cioè Dio.

 

Se Dio, la Natura, quindi l’universo, è un organismo dotato di ‘vita’ organica e di pensiero allora possiede le prerogative per ‘rivelarsi’ attraverso le sue strutture biologiche a un organismo biologico speciale com'è l'homo sapiens. Questo perché l'uomo ha in sé una parte dell'anima del mondo che informa il Tutto. Da ciò gli deriva la razionalità e la scienza intuitiva che gli permette l’accesso cognitivo, anche se parziale, alla razionalità del Tutto. Un esempio? La formula E=mc2 ! 

 

Non perdere tempo per ribattere che non posso provare quello che dico. Lo so da me … questo è solo il mio opinabilissimo punto di vista. ;-)

 

Con il prossimo articolo inizio la serie sulla Teoria della Relatività Generale.

 

A presto

 

Luigi Di Bianco

 

PS: Per la serie completa dei miei scritti visita il mio sito web  SUM ERGO COGITO

 

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Il contenuto di quest’articolo e i relativi diritti sono di proprietà dell'autore.

 

 




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