
Gioco dei dadi
Continua la disputa sul ‘Caso’ fra i due simpatizzanti del determinismo: Marco Bottini dalla Svizzera italiana e Luigi Di Bianco dall’Alto Adige, e i due supporters del Caso: Giuseppe dalla Sicilia e Paul dalla Brianza.
Questa è la seconda parte. Per leggere la prima parte della disputa clicca qui
La prima parte si è conclusa con il mio intervento avverso alla casualità.
La disputa riprende con Giuseppe.
Giuseppe
Commento quanto detto nella prima parte da Marco e Luigi:
Marco afferma che è possibile partire dalla “esistenza dell’Uno” per inferire come la Perfezione “non più perfettibile” di una tale entità sia la garanzia dell’assenza di caso: se ci fosse il caso, infatti, ci sarebbe “un cambiamento da una situazione ad un’altra, ma ciò sarebbe in contrasto con la perfezione stessa dell’UNO”.
Verissimo, ma, a condizione che l’Uno esista…..
L’Uno qui infatti “esiste” solo come affermazione arbitraria, non dimostrata: non ha alcun valore ontologico ai fini della nostra speculazione . Successivamente poi si afferma che il caso comporterebbe un “cambiamento” non compatibile con la qualità stessa della Perfezione. Ma il cambiamento io lo osservo anche con il determinismo. Quindi la domanda è: può un essere che è Perfetto subire in generale dei cambiamenti, o piuttosto esso è (sarebbe) un’entità statica, non soggetta ad alcun moto, qualcosa quindi di inerte e stabile?
Io non so rispondere perché questa per me è pura metafisica…
Concludendo Marco dichiara il suo scetticismo circa la possibilità di comprendere realmente la vera natura di questa “imprevedibilità” e su questo nulla da dire, anzi non posso che concordare in pieno.
Luigi tu invece affermi che, per la casistica psicologia ”è casuale tutto quello che non ci aspettiamo che accada”, perché non possiamo aspettarci tutto, non possiamo cioè calcolare/comprendere tutto. Bisognerebbe conoscere anche il più insignificante particolare del vissuto psicologico di un individuo e delle contingenze per poter ma non tutto quello che non ci aspettiamo che accada è casuale. Non si può dire, alla vista di un comportamento ”anomalo” (anomalo rispetto alla nostra aspettativa/conoscenza-totale): caspita, questa è una cosa casuale, inaspettata. Dunque io dico, vi possono essere ragioni ben più profonde che esplicano un comportamento “anomalo-casuale” di un soggetto alle quali, però, non possiamo nemmeno accedere.
Per la casistica fenomenica tu affermi “il caso contraddistingue un fenomeno che si verifica senza una causa oggettiva” questa proposizione è però fuorviante, non tiene conto della possibilità che il caso esista come “cosa in sé” (come “causa oggettiva”), che sia cioè “causa di se stessa”. Qui sembra, invece, che il Caso sia qualcosa di innaturale, ingiustificabile qualcosa di inammissibile non possedendo delle “cause”. Ma il Caso potrebbe non essere il risultato di “assenza di cause” ma di “presenza di cause-casuali”, di fenomeni cioè a-determinati e indeterminabili. E se tutto ciò sembra irragionevole è vero, è irragionevole perché la nostra ragione è programmata per funzionare basandosi sulla rigida relazione causa-effetto; ma il fatto che noi comprendiamo così il mondo non è affatto una garanzia che il mondo sia così e che lo sia sempre e comunque.
Per la casistica ontologica, perché ” o c’è Dio e non può esserci il caso, oppure, c’è il caso ma non può esserci Dio ”? Non vedo perché non possano, in teoria, coesistere Dio e Caso. Ipoteticamente parlando, Dio (Dio-Volontà) avrebbe potuto originare l’Universo (Universo come qualcosa che non faccia direttamente parte di Lui, qualcosa di estemporaneo, nessun panteismo dunque), e aver conferito a questo leggi, casuali e deterministiche. Possiamo benissimo immaginarlo come un programmatore che realizza appunto un’applicazione con regole particolari e lascia che questa, seguendo quelle, funzioni per conto proprio e in modo del tutto autonomo. Tutto ciò è ipoteticamente plausibile, certo con una bella dose di immaginazione, senza però che l’esistenza dell’uno entri in contrasto con quella dell’altro.
Piccola-grande parentesi sul Monismo ora. Io personalmente non sono un monista e non condivido questa interpretazione, tuttavia vediamo cosa afferma Spinoza: ”Il mondo è un effetto necessario della natura divina, e non è stato fatto per caso “. Non basta però che questo lo dica Spinoza perché sia così. Questa posizione teleologica (cioè il Tutto finalizzato a qualcosa in particolare) mi sembra anzi molto ingenua e presuntuosa e in definitiva frutto di un innato condizionamento psicologico-cognitivo.
Mi spiego.
“La mente umana si è evoluta, per selezione naturale, per pensare in termini di obiettivi e di intenzioni, di scopi e disegni intenzionali. Ciò perché è altamente adattativo farlo in quanto siamo animali sociali. [..] Noi tendiamo naturalmente ad attribuire segni di intenzionalità simil-umana alle cose più diverse, dalle nuvole agli uragani, dalle rocce ai treni e ai vulcani. Ci sono buone ragioni evoluzionistiche per ciò: meglio essere cauti che morti [perché è] meglio interpretare un ramo spezzato come segno del recente passaggio di un nemico o di un predatore, cioè di un agente causale, piuttosto che un fenomeno fisico naturale come l’azione del vento. [Così] quando vediamo una struttura complessa, noi la interpretiamo naturalmente come il prodotto degli intenti psicologici (desideri, scopi, obiettivi) del suo creatore. [..] Teleologia promiscua la chiama Deborah Keleman, che ricorda quella del Pangloss di Voltaire, secondo cui “i nasi son stati fatti per portare gli occhiali; le pietre per essere squadrate e farne castelli” (Nati per credere, di Girotto, Pievani, Vallortigara)
Noi supponiamo dunque tutte le azioni come compiute da un “agente intenzionale”, ovvero attribuiamo, per un meccanismo innato, intenzionalità a tutto e così facendo l’inanimato diventa animato - un agente, un soggetto con scopi e finalità (Es: il mal tempo che non vuole che usciamo di casa). A corroborare ciò ci sono pure le conoscenze biologiche che ci ricordano come le strutture così raffinate degli organismi non siano state realizzate “su misura” da un “orologiaio” ma sono conseguenza di un processo, l’Evoluzione darwiniana appunto, che “non ha un obiettivo a lungo termine. Non c’è un bersaglio lontano, nessuna perfezione finale funge da criterio per la selezione. [...] La selezione è un processo cieco, inconscio, automatico, non ha in vista alcun fine, non ha una mente né alcuna forma di coscienza. Non progetta per il futuro. Non vede, non ha alcuna forma di preveggenza. Se si può dire che essa svolge il ruolo di orologiaio in natura, è l’orologiaio cieco.” (L’orologiaio cieco, di Richard Dawkins)
La vita è fine a se stessa.
Concludo, tu più avanti affermi: “Io sono nato perché NON POTEVO NON NASCERE, perché, da sempre e per sempre, io sono parte integrante dell’organismo eterno detto l’UNO” mi devi scusare Luigi, ma senza prove non ti credo …
Marco
Hai ragione, Giuseppe. Che l’ “Uno” esista, non è scientificamente dimostrabile. Siamo nel campo della metafisica, campo che sembra non incontrare il tuo interesse. Voglio dire soltanto che, alla mia mente, l’ “Uno” appare più accettabile rispetto all’idea di un Dio trascendente che avrebbe creato il mondo al di fuori di sé, dando così inizio al “Molteplice” (come affermano le religioni monoteiste). Dico questo perché, se si è d’accordo sul fatto che Dio sia eterno e perfetto, non avrebbe senso che aggiunga qualcosa (il mondo) a sé stesso, cioè alla propria perfezione ed eternità. Perché ciò significherebbe che, di questa cosa (del mondo), prima egli era mancante, e perciò non perfetto. Ti chiedi poi se sia possibile che un essere perfetto possa subire dei cambiamenti o se invece sia statico. Io penso che un modo per affrontare questo dilemma possa essere quello di chiarire a quale punto di “osservazione” o a quale livello ci si pone.
Mi spiego.
Se ci si pone a livello del mondo così come lo percepiamo con i nostri sensi, è innegabile che le cose ci appaiono in perenne movimento e in continuo cambiamento. Niente ci appare come statico, neppure la roccia. Se ci si mette invece (con un’operazione di astrazione) a livello dell’ “Uno” che contiene tutte le cose e quindi anche tutti i movimenti e i cambiamenti, ecco che questo “Uno-Tutto-Eterno-Infinito” me lo rappresento come qualcosa di completo (e perciò di non ulteriormente completabile) e anche di statico e immutabile (perché contiene in sé, da sempre, anche tutti i movimenti , passati, presenti e futuri, già determinati fin dall’eternità). Mi rendo conto che questo ragionamento possa apparire assurdo e contradditorio, in quanto definisce la staticità dell’ “Uno” uguale ad una specie di congelamento degli infiniti movimenti . Non riesco, purtroppo per me, a presentarne uno migliore.
Posso tutt’al più usare la metafora dell’acqua che scorre nel fiume. Mentre l’acqua viene percepita in movimento, il fiume (che rappresenterebbe l’ “Uno”), appare statico.
Continuando con la stessa metafora, i movimenti delle molecole d’acqua non saranno mai casuali, bensì del tutto determinati. L’acqua (nella forma liquida) non scorrerà mai verso l’alto ma, sottostando alla forza gravitazionale, seguirà sempre la strada che la porterà verso il basso.
Giuseppe, ti do ragione quando , riferendoti alla casistica psicologica e quindi al comportamento di una persona (v. intervento di Luigi), affermi “ma non tutto quello che non ci aspettiamo che accada è casuale”. Tento una frase migliore per definire il “caso”(la causalità) in campo psicologico: “Potrebbe venir ritenuto casuale quel comportamento che sembra non attribuibile ad alcuna causa che possa spiegarlo “.
Quanto alla casistica fenomenica , l’affermazione-definizione di Luigi “il caso contraddistingue un fenomeno che si verifica senza una causa oggettiva” non mi pare che significhi, come hai interpretato arbitrariamente tu Giuseppe, che “il Caso sia qualcosa di innaturale, ingiustificabile, qualcosa di inammissibile non possedendo delle cause”.
Casistica ontologica: ho già spiegato sopra la mia posizione.
Discorso sul monismo: la frase di Spinoza “Il mondo è un effetto necessario della natura divina, e non è stato fatto per caso “ non significa “il mondo è stato creato con un fine, con un disegno, con uno scopo da raggiungere”, come hai capito tu (e come pensano i cristiani), ma significa che esso procede necessariamente dalla natura divina alla quale il mondo stesso appartiene. Pure io sono dell’idea che nell’ “Uno” non è presente alcuna finalità. Se ci fosse finalità, significherebbe che l’uno è perfettibile, e perciò non perfetto. Sono pure io assolutamente d’accordo con il pensiero di Dawkins che hai citato. Il determinismo che io vedo in tutte le cose non è dovuto all’esistenza di disegni o finalità, bensì al fatto che, a monte di ogni manifestazione, esiste sempre un sistema di cause che la determinano. La giraffa non ha allungato il collo in base alla finalità “per arrivare meglio alle foglie più in alto” ma, nei geni di qualche giraffa (per delle cause fisico-chimiche-biologiche, e non per caso), è avvenuto un cambiamento, una mutazione, che ha fatto nascere giraffe con il collo più lungo; queste ultime, grazie a questa nuova caratteristica, nella lotta per la sopravvivenza, hanno avuto la meglio sulle giraffe rimaste a collo corto, potendo mangiare anche le foglie più in alto, “negate” a queste ultime.
Il concetto di Luigi (che io condivido) “Io sono nato perché NON POTEVO NON NASCERE…” naturalmente è opinabile e non dimostrabile. Siamo nel campo della metafisica e perciò ognuno può credere ciò che è portato a credere.
Paul
Onestamente non ho mai capito il motivo di tanto “inorridire” di fronte alla casualità. D’altra parte un sistema che interagisce con il resto dell’universo avrà sicuramente a che fare con questa tematica. La formulazione di Copenaghen della Meccanica Quantistica si basa essenzialmente sull’ignoranza e sull’incertezza, senza che questo costituisca motivo di frustrazione nelle varie evidenze sperimentali. E’ un meccanismo di autocensura della natura, un limite posto dalla natura stessa dell’universo in cui viviamo. Anche la velocità della luce nel vuoto risulta essere un limite invalicabile: da esso discendono conseguenze importanti relative al concetto di spazio e di tempo e di quello che chiamiamo “simultaneità”.
Se vogliamo parlare di caso, Giuseppe all’inizio del suo intervento parlava di determinismo: in linea di principio esso esiste per il mondo macroscopico dopo la riformulazione della meccanica ad opera di Lagrange e di Hamilton e con l’introduzione di nuovi strumenti (coordinate generalizzate, momenti coniugati, ecc..) si può stabilire esattamente il destino di un sistema materiale di N punti. Questo almeno in teoria. In pratica sappiamo che il lavoro di calcolo (che in generale prevederà la risoluzione di N equazioni (differenziali) del moto, accoppiate o disaccoppiate che siano) esce rapidamente fuori controllo crescendo come una potenza di Z. Si ripiomba nel caos? Bè si, sostanzialmente quello che si vede per esempio nella teoria dei Sistemi Dinamici (e successivamente Teoria del Caos) è che in generale vi è coesistenza fra moti ordinati e moti disordinati. Tant’è vero che Poincarè aveva sviluppato parte della teoria delle Perturbazioni sull’assunto che un sistema perturbato sarebbe differito di poco da uno non perturbato. Con risultati devastanti e spesso impredicibili!!
Di modelli ne abbiamo finchè vogliamo, dai più semplici (pendoli e corde vibranti) ai più complessi. In ognuno di essi, il caso sembra regnare sovrano allorché piccole modificazioni vengono effettuate. Ma ancora, l’impredicibilità è data dal fatto che da un punto di vista numerico il sistema dinamico caotico è altamente instabile: piccolissime perturbazioni in INPUT causano disastri in OUTPUT portando a risultati totalmente diversi ovvero a scenari diversi che sostanzialmente definiscono tutte realtà diverse. Realtà geologiche, realtà paesaggistiche, sociali, animali e tutto quello che volete. Si intravede ora un senso? Bè mi rifaccio (per non essere ridondante) a ciò che ha spiegato prima di me Marco sull’evoluzione: si in fondo stiamo parlando di mutazioni casuali, sistemi che dovrebbero essere perfetti ma che invece, data l’instabilità intrinseca di questi, piccole modificazioni ambientali (per esempio) sono alla base delle mutazioni stesse.
Sull’esistenza di questo UNO o del disegno intelligente o quello che volete: a me sembra che ci troviamo di fronte a due ordini di problemi.
Primo. Sembra che si abbia una necessità fisiologica di delegare problemi di ordine superiore a una mente evoluta eventualmente una divinità, ad esempio per sopperire ad una nostro innato senso di inferiorità rispetto alla natura stessa e alla complessità dei suoi processi. Il fatto che molti di essi siano ancora pressoché un mistero ci autorizza a istituire un “curatore” dei fatti irrisolti per arrivare a spiegare inoltre tematiche afferenti anche alla sfera spirituale ed “esoterica”. Non sono di questo avviso.
Secondo. Si batte il chiodo sul fatto che se esiste una forma di vita senziente e con esperienza attiva e critica del mondo, ebbene, tutto ciò non può essere fine a sé stesso. A me sembra leggermente pretestuoso imporre il fatto che una specie come la nostra non possa aver avuto un evoluzione fortunata tale da consentire una serie di cambiamenti che ci hanno portati dove siamo adesso. A che scopo? Come tutte le specie esistenti, l’esistenza stessa ha lo scopo di far proseguire la specie, anche fine a sé stessa. Formalmente anche gli animali e le piante hanno una vita fine a se stessa, a meno che non siamo così arroganti da dire che in realtà esistono per rendere “migliore” o più piacevole il nostro mondo. Questo boccone indigeribile del “fine a se stessa” è lo scoglio da superare probabilmente per levarci di torno ardite argomentazioni su disegni intelligenti, creazioni lampo in 7 giorni, angeli, cherubini, trombe, trombette e vuvuzelas del giudizio universale. Inoltre: nel caso in cui volessimo parlare di perfezione dell’UNO dovremmo già supporre che esso è già completo in tutte le sue parti.
Secondo voi l’UNO ha veramente bisogno di un banco di prova come l’universo per vedere come evolve? La perfezione non è forse il capolinea dell’esistenza?
Luigi
Ho l’impressione che ci stiamo inoltrando pericolosamente sul terreno minato della metafisica. Non che ci sia qualcosa di sbagliato, anzi, solo che bisogna subito riconoscere che su questo terreno tutti hanno ragione. Ciascuno di noi si crea una propria “world view” o visione della realtà la più ampia e universale possibile anche a prescindere dalla fenomenologia fisica. Il fatto è che la world view non può che essere soggettiva: ognuno di noi si crea la world view che meglio favorisce la sua omeostasi interna, cioè il suo equilibrio biologico e psicologico. In questa prospettiva tutte le possibili world views sono legittime.
Fatta questa premessa, devo rilevare che sia Giuseppe, sia Paul non colgono la differenza fra Dio-Volontà e Dio-Necessità.
Caro Giuseppe, la tesi teleologica che così bene esponi nella tua “piccola-grande parentesi sul monismo”, è applicabile al Dio-Volontà delle religioni tradizionali ma non all’impersonale Dio-Necessità del monismo. Tu fai riferimento a “Nati per credere” di Girotto e altri per contestare il finalismo teleologico. Ma Spinoza aveva già contestato il finalismo, più o meno con gli stessi argomenti, nell’Etica (Parte I, Appendice). Riporto solo un piccolo passo “… inoltre questa teoria [del finalismo] toglie a Dio la perfezione: infatti, se Dio agisce per un fine, necessariamente desidera qualcosa di cui è privo “. E’ la stessa cosa che ha detto Marco. Nel Dio di Spinoza non c’è nessun finalismo, nessun disegno. Esiste invece il “conatus sese conservandi”, cioè la sconfinata inclinazione, fine a se stessa, verso l’essere, per tutte le infinite forme di essere, ognuna fine a se stessa, che tutte insieme costituiscono il Suo stesso Essere.
Tu Paul fai di tutta l’erba un fascio: “ sull’esistenza di questo UNO o del disegno intelligente o quello che volete “. Io mi limito a obiettare alle tue argomentazioni dal punto di vista della dottrina del Dio-Necessità. Per quanto riguarda il primo punto concordo con te che c’è una necessità fisiologica e psicologica a immaginare un’Entità, una mente superiore, che sia “causa prima” di tutto. Secondo me, questa necessità deriva dal tentativo di raggiungere e conservare l’equilibrio omeostatico, cioè il benessere intimo che si prova quando si è in pace con se stessi, con gli altri, con la natura e il tutto. E allora, quello di supporre un mondo governato da una razionalità deterministica è un artificio, un trucco per sottrarsi all’angoscia dell’horror vacui? Forse, non è da escludere … ma io penso che effettivamente la razionalità sia alla base di tutto. Detto questo, c’è da chiedersi se è da sciocchi immaginare una mente superiore che sia “causa prima” di tutto? Non credo. La meravigliosa razionalità e armonia dell’Universo mi spinge a credere all’esistenza di questa mente superiore. “ E pensare che al cospetto della bellezza e armonia del cosmo c’è ancora gente che dice che Dio non esiste!” (A. Einstein).
Nel secondo punto affermi, che “nel caso in cui volessimo parlare di perfezione dell’UNO dovremmo già supporre che esso è già completo in tutte le sue parti”. E’ proprio così: l’Uno è già completo in tutte le sue parti. Questo concetto si può approssimativamente visualizzare pensando al continuum spaziotempo quadridimensionale della Teoria della Relatività.
Concludi dicendo: “ Secondo voi l’Uno ha veramente bisogno di un banco di prova come l’universo per vedere come evolve? “. La tua domanda ha senso se posta a chi crede a un’Entità trascendente (il solito Dio-Volontà) che sta fuori dall’Universo. Non ha senso invece se fatta a chi crede, come me, che l’Universo sia esso stesso parte di Dio (Tutto è Uno).
Prima di tornare a discutere del “Caso” vorrei commentare la tua ipotesi, Giuseppe, del Dio Personale che non sarebbe in contrasto con regole casuali. Tu scrivi “ Possiamo “benissimo” immaginarlo [ il Dio-Volontà] come un programmatore che realizza appunto un’applicazione con regole particolari [sia casuali sia deterministiche] e lascia che questa, seguendo quelle, funzioni per conto proprio e in modo del tutto autonomo.“ Sì, riesco a immaginarmelo benissimo. La tua ipotesi è la stessa del “deismo”. Dio, per i deisti, fissa le regole (scrive il programma), avvia il sistema e si mette da parte senza più intervenire. Tu però nell’algoritmo del programma (nelle regole) prevedi la generazione di valori ‘random’, cioè casuali. Questo ha senso solo in un programma di simulazione. Sembrerebbe allora che il tuo programmatore sia un’entità d’intelligenza superiore che prova a fare degli esperimenti … butta lì delle variabili random nelle leggi della natura e aspetta per vedere cosa ne viene fuori. Questo signore non è certo il Dio-Volontà onnisciente dei teologi cattolici. Proprio perché onnisciente (conosce ogni singolo dettaglio del futuro) ed eterno (fuori dal tempo), il Dio-Volontà dei teologi cattolici non può ‘subire’ il caso. Che poi la superstizione, vero cancro del cristianesimo popolare, faccia coincidere la Volontà di Dio con il caso è un altro discorso.
A proposito della mia affermazione “il caso contraddistingue un fenomeno che si verifica senza una causa oggettiva” tu, Giuseppe replichi, “questa proposizione è però fuorviante, non tiene conto della possibilità che il caso esista come “cosa in sé” (come “causa oggettiva”), che sia cioè causa di se stessa”. Caro Giuseppe non posso assolutamente concordare. Non riesco proprio ad immaginare che un evento, una cosa possa essere causa di se stessa. Secondo me, solo Dio è “causa di sé” e, insieme, “causa prima” di tutto.
Torno alla disputa sul Caso citando Voltaire: “ … ben sappiamo che il caso non è nulla: abbiamo inventato questo termine per esprimere l'effetto conosciuto di qualsiasi causa ignota “.
Se si concorda con questa definizione come sembra fare Paul quando scrive “ La formulazione di Copenaghen della Meccanica Quantistica si basa essenzialmente sull’ignoranza e sull’incertezza “, allora non c’è alcun motivo di “inorridire” di fronte alla casualità. Ben venga la casualità della meccanica quantistica e il calcolo probabilistico nello studio della fenomenologia nel microcosmo. La meccanica quantistica ha ottenuto risultati eccezionali con riflessi importanti nella tecnologia di ogni giorno e ancora ne avrà in futuro. Perché “inorridire” se la scienza, pur non riuscendo a cogliere la vera natura del microcosmo, riesce ugualmente a trarre vantaggio degli aleatori fenomeni che il microcosmo “espone” alla nostra osservazione?
Rimango, non inorridito, ma alquanto perplesso quando si sostiene che la casualità sia una proprietà intrinseca della natura e che, quindi, il caso concorra alla definizione della trama stessa del mondo e del suo destino. Certo, ognuno può credere quello che vuole, io personalmente, tornando alla meccanica quantistica, credo che al disotto del livello quantistico governato dal caso e dall’incertezza, ci sia un livello sub quantico in cui ritornano il determinismo e la realtà.
Per chiarire quello che voglio dire riprendo il famoso esperimento mentale noto come “esperimento del gatto di Schroedinger”.
“ Si rinchiuda un gatto in una scatola d’acciaio insieme con la seguente macchina infernale: in un contatore Geiger si trova una minuscola porzione di sostanza radioattiva, così poca che nel corso di un’ora, forse, con una probabilità del 50 per cento, uno dei suoi atomi si disintegra; se ciò succede, allora il contatore lo segnala e aziona un relais di un martelletto che rompe una fiala con del cianuro che fa morire avvelenato il gatto.“
Fino a quando l'atomo non si disintegra emettendo la particella che attiva la macchina infernale, il gatto è sicuramente vivo. Viceversa, al decadimento dell'atomo, il gatto è sicuramente morto.
Passata un’ora dall’inizio dell’esperimento, ho davanti a me la scatola chiusa. Qual è lo stato del gatto? E’ vivo o morto? Per la meccanica quantistica, è metà vivo e metà morto o, se più ti piace, è contemporaneamente sia vivo, sia morto. Lo stato quantico del gatto è definito da due stati sovrapposti, cioè un miscuglio dello stato gatto morto con lo stato gatto vivo. Per sapere se il gatto è vivo o morto devo aprire la scatola. Solo aprendo il contenitore (quindi, compiendo l'esperimento) saprò se il gatto è vivo o morto.
Il paradosso, solo apparente, sta proprio qui: finché non compio l'osservazione, il gatto può esser descritto come un impasto di gatto vivo e gatto morto. E’ soltanto l'osservazione diretta che, alterando i parametri del sistema, attribuirà al gatto uno stato determinato e "coerente" con la nostra realtà. Se apro la scatola e trovo il gatto morto, dovrò ammettere che è stato l’atto di guardare,"osservare", dentro la scatola che ha ucciso il gatto. Non solo. Sempre nell’ambito dell’analisi delle conseguenze "dell’osservazione" emerge un ulteriore aspetto paradossale. Se io decido di rimandare indefinitamente l’apertura della scatola, il gatto resta nel suo stato schizofrenico di vita latente fino a quando non gli viene data una dimensione definitiva, in virtù della mia cortese, ma capricciosa curiosità. Per la cosiddetta interpretazione di Copenhagen il gatto si può definire matematicamente come funzione d’onda. Tale funzione non rappresenta alcuna realtà attuale, ma solo un insieme di potenzialità che potrebbero essere realizzate da certe condizioni sperimentali adatte. Secondo l’interpretazione classica della meccanica quantistica, il “mondo esterno” è solo una creazione dei nostri esperimenti.
Ma chi è l’osservatore che crea la realtà con i suoi esperimenti? Nell’esperimento del gatto di Schroedinger sono io, con il mio corpo e la mia mente, che aprendo la scatola faccio collassare la funzione d’onda determinando uno stato del gatto, vivo o morto, coerente con la realtà. Ma io, e quindi anche la mia mente, nella realtà quantica non sono altro che la sovrapposizione di un numero infinito di stati potenziali. Un mio stato potenziale potrebbe essere che io, in questo momento, sono a New York; un altro mio stato potenziale potrebbe essere che io sono già morto. Chi è e dove si trova l’osservatore che fa collassare la mia funziona d’onda rendendo reale il mio stato attuale, quello cioè di osservatore che apre la scatola? Il soggetto che compie l'osservazione è, a sua volta, l'oggetto dell'osservazione di un super-osservatore?
C’è sempre un osservatore dell’osservatore? C’è un Osservatore Primo? Comincia a farmi male la testa … meglio lasciar perdere.
Nella metafora del gatto di Schroedinger, la scatola chiusa rappresenta il mondo del microcosmo, le pareti di acciaio rappresentano la barriera insormontabile all’osservazione esistente fra il microcosmo e il macrocosmo. Io non riesco a vedere cosa succede nella scatola perché le sue pareti di acciaio non sono trasparenti. Alla stessa stregua noi del macrocosmo non possiamo osservare direttamente cosa succede alle particelle elementari del microcosmo perché sono troppo piccole (per esempio, un elettrone ha un raggio di 28 millesimi di miliardesimi di centimetro). L’amplificazione della nostra capacità visiva arriva fino a un certo punto. Potenti microscopi permettono di svelare le forme di molecole e di atomi. Tecniche sofisticate di microscopia elettronica e di microscopia di superficie ad effetto tunnel riescono a individuare i singoli atomi presenti sulla superficie di un solido. Ma i corpi più piccoli dell'atomo, le particelle sub-atomiche come elettroni, protoni, neutroni ecc. sono accessibili solo indirettamente osservando effetti particolari.
Non potendo 'osservare' direttamente attraverso le pareti di acciaio, per sapere cosa è successo nella scatola devo aprire la scatola e fare l’osservazione. Nel nostro caso sappiamo che se apro la scatola dopo un’ora ho il 50% di probabilità di trovare il gatto vivo e il 50% di probabilità di trovare il gatto morto; se tengo la scatola chiusa più a lungo di un’ora ho meno probabilità di trovare il gatto vivo. Da qui nasce il principio d’indeterminazione e la casualità della meccanica quantistica. Se la fonte di conoscenza è solo il metodo empirico di osservazione e verifica diretta, come sostengono i positivisti e i sostenitori dell’interpretazione di Copenhagen, allora non si può far altro che accettare la casualità, unica realtà cui possiamo accedere, e vedere cosa se ne può fare di essa.
Ma andando oltre il positivismo, è lecito chiedersi se esiste o non esiste una realtà oggettiva? Il gatto, nella realtà oggettiva, è veramente una funziona d’onda metà vivo e metà morto? Io credo di no. Io credo che gli oggetti concreti del mondo esterno abbiano esistenze indipendenti dal fatto di essere percepiti in un processo di acquisizione di conoscenza da parte dell’uomo. Insomma, io, da buon realista, tendo a rifiutare l’idea di una realtà fisica che esiste solo quando è osservata. Io sto con Einstein e altri fisici quando affermano che la meccanica quantistica nell’interpretazione di Niels Bohr e Werner Karl Heisenberg è una teoria incompleta.
E’ incompleta perché non ci si può accontentare esclusivamente delle quantità osservabili, ottenibili mediante processi di misurazione degli aleatori fenomeni che le particelle ci fanno intravedere. La meccanica quantistica rimane una teoria incompleta fino a quando non sarà in grado di sostituire le pareti di acciaio della scatola con pareti di vetro. Solo così potremmo cogliere lo stato reale del gatto (che non muore casualmente ma perché avvelenato dal cianuro). La teoria sarà completa solo quando si troveranno le “variabili nascoste” che governano il mondo del microcosmo. Solo allora la scatola avrà le pareti di vetro. L'interpretazione della meccanica quantistica di David Bohm, nota anche come meccanica bohmiana, è un esempio di teoria delle variabili nascoste che riconduce ad un sano realismo e alla visione deterministica della realtà.
Continua
Alla prossima puntata
Luigi Di Bianco
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