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03/01/2011

Disputa a quattro sul ‘Caso’. Prima parte

la casualità
la casualità

 

Il mio articolo ‘Il terribile dono del libero arbitrio. I meccanismi della scelta’ è stato molto criticato. Niente di nuovo sotto il sole: me lo aspettavo, è veramente difficile accettare la mia tesi contro-intuitiva che tutto sia predeterminato, comprese le nostre scelte e la nostra volontà.

 

La discussione, partendo dal determinismo nei processi decisionali della mente, non poteva non sconfinare nel determinismo del mondo fisico. Qui il ‘Caso’ sembra farla da padrone. Eventi casuali sono frequentissimi nella nostra vita quotidiana: lo svolazzare di una foglia secca portata via dal vento, un terno al lotto, uno scroscio improvviso di pioggia, il risultato del lancio dei dadi, il movimento delle nuvole in cielo, il testa/croce nel lancio di una moneta, il gioco della roulette ecc.

 

Tutto vero! Come si può trascurare, per esempio, la teoria del caos, con la metafora nota come Butterfly Effect che dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo? Sembra che, alla fin fine, il divenire del mondo sia controllato dal caso e dalla fortuna.

 

Eppure io non credo che possa essere così.

 

Se si ipotizza che il divenire del mondo sia affidato al caso e alla fortuna allora la visione della realtà diventa qualcosa di angosciante e, almeno per me, inaccettabile: noi saremmo personaggi casuali di un videogioco insensato. Le parole che Shakespeare mette in bocca a Macbeth esprimono molto bene l’insensatezza della vita fondata sulla casualità, sull’irrazionalismo e sull’indeterminismo ontologico:

 

Life …  is a tale
Told by an idiot, full of sound and fury,
Signifying nothing.” 
(W. Shakespeare. Macbeth)

 

Ma se la vita è una storia senza senso raccontata da un idiota … che viviamo a fare? Si può vivere una vita senza senso? Il mio amico Mario, tempo addietro, mi scriveva: “Si può trovare un senso come singolo. Basta accettare l’ineluttabilità della fine, la consapevolezza che uno scopo non c'è. Capire di essere animali che cercano di sopravvivere il più lungo possibile senza un motivo plausibile. Accettarlo è doloroso ma indispensabile. Una riflessione profonda su questa tematica potrebbe anche portare alla follia. Come tutti, preferisco rimuovere e affondare nel subconscio l'idea di morte e il senso d’inutilità. ‘Horror vacui. Trovo sensata una condizione umana di imbarbarimento dedita al semplice soddisfacimento delle pulsioni primarie. Non bisogna guardare la cima, perché la cima non c'è!

 

Non sono d’accordo con Mario: secondo me, una cima c’è ed è la Mente ‘razionale’ assolutamente infinita che sta sotto e sorregge il tutto. In questa prospettiva non c’è spazio alcuno per la casualità almeno come questa è intesa nell’accezione comune. In altre parole, per vedere la cima (e evitare l’horror vacui e il senso di inutilità) non posso ammettere il caso e devo accettare senza condizioni la razionalità del determinismo.

 

La dicotomia determinismo/indeterminismo, causalità/casualità, è il cuore della riflessione filosofica che va avanti da ventisei secoli, da quando Parmenide scrive “… infatti la dominatrice Necessità lo tiene [ l’essere]  nelle strettoie del limite che tutto intorno lo cinge”. Tutto si impernia sull’esistenza del caso inteso da alcuni come un impiccione inopportuno che danneggia la chiarezza, impedisce le formule chiare, dissesta le tesi, e da altri come snodo fondamentale della Realtà.

 

Sull’argomento si è aperto un interessante dibattito fra alcuni lettori che ho pensato di presentare in una serie di tre articoli sotto forma di “disputa sul caso”. Questo è il primo dei tre, gli altri seguiranno a ruota. Alla discussione partecipano Giuseppe, giovane siciliano studente in psicologia e appassionato di filosofia e scienze; Marco Bottini, educatore in pensione che vive nella Svizzera italiana e sta cercando di capire (riflettendo assieme ad altri) che cosa ci sta a fare al mondo; e, infine, Paul, giovane laureato in Fisica, nato in Brianza, che si occupa di Geofisica oltre a coltivare interessi scientifici avanzati e divulgativi in Fisica, Matematica, Geologia e Scienze Naturali.

  

Giuseppe:

Dio non gioca a dadi” recita una famosa esclamazione di Albert Einstein. Ma ne siamo davvero poi così sicuri? Stephen Hawking direbbe di diffidare, per lui, l’affermazione di Einstein è totalmente errata. Ma come stanno le cose? Nel nostro universo (almeno ad un livello elementare) vige il “Caso” guidato dalla Probabilità (pensiamo ovviamente al “principio di indeterminazione” di Heisenberg) o piuttosto questa “probabilità” è una bella trovata utile a nascondere la nostra ignoranza circa  i rigidi meccanismi deterministici che ancora non comprendiamo?

 

Personalmente non mi considero chiuso rispetto alla seconda ipotesi, quella deterministica, però rifletto: se esistesse un tale rigido determinismo sarebbero, per esempio,  ancora possibili quegli errori "casuali" (della replicazione e mutazione genetica) alla base dell'Evoluzione (lasciamo da parte la Selezione), che cioè la permettono, poiché funzionali all'adattamento dinamico delle specie?

 

Se questi non fossero più casuali ma determinati si baserebbero su altre leggi, ma queste "regole-di-non-casualità" sarebbero ancora compatibili con le necessità intrinseche all'Evoluzione? O forse, seguendo queste altre leggi, l'Evoluzione intraprenderebbe strade che non permetterebbero la sua (e la nostra) stessa esistenza?

 

Il problema è anche che se ci fosse una tale rigidità non potremmo nemmeno osservare la casualità che noi obiettivamente osserviamo (pensiamo all'esperimento fotone-beamsplitter o al moto browniano del polline nell'acqua) ma dovremmo piuttosto osservare degli schemi, dei parametri, delle costanti che ritornano che, appunto, ad oggi non osserviamo.

 

Luigi:

Giuseppe, tu metti subito sul tavolo i due cavalli di battaglia dei sostenitori della casualità: il “principio di indeterminazione” di Heisenberg, e le mutazioni genetiche del DNA. 

Brevemente dico di che si tratta per chi non dovesse essere già addentro all’argomento.

 

Il principio di Heisenberg, nell’originale inglese, è “the uncertanty principle”. Sarebbe più corretto quindi tradurlo come “principio di incertezza”. Perché di questo si tratta. Il principio dice che non è possibile misurare contemporaneamente la posizione e la velocità di una particella come l’elettrone. Più in generale, per noi del macrocosmo, non è possibile prevedere come si comportano le particelle del microcosmo. In altri termini, i fenomeni che il microcosmo “espone” al macrocosmo per la nostra osservazione appaiono essere casuali. Possiamo solo calcolare le probabilità che le particelle del microcosmo siano in una certa posizione o che abbiano una certa velocità e una certa energia.

 

Per quanto riguarda il secondo aspetto, quello relativo al DNA, c’è da dire che il primo motore dell’evoluzione è la variazione prodotta da mutazioni e combinazioni genetiche. Le mutazioni sono errori di replicazione che alterano la sequenza di DNA. Le ricombinazioni sono scambi di materiale ereditario fra coppie di cromosomi omologhi durante la divisione cellulare che da origine alle cellule sessuali. Mutazioni e ricombinazioni sono processi casuali nel senso che non hanno direzione e che non hanno cause identificabili.

 

Nel prosieguo della discussione penso che torneremo spesso su questi due argomenti.

 

Marco:

Neppure io (e ci mancherebbe) sono in grado di dimostrare scientificamente o matematicamente la validità dell’ipotesi deterministica piuttosto che la validità dell’ipotesi che sostiene la casualità. Cerco solo di rifletterci sopra col mio scarso cervello.

 

Un tipo di ragionamento potrebbe partire dal principio filosofico dell’esistenza dell’UNO, infinito (perché comprende in sé tutto il tempo e lo spazio), perfetto (non più perfettibile) e statico (non modificabile). La sua perfezione comporta necessariamente che in esso tutto sia determinato da sempre. Accettare l’indeterminazione nell’UNO significherebbe ammettere che sia possibile un cambiamento da una situazione ad un’altra, ma ciò sarebbe in contrasto con la perfezione stessa dell’UNO.

 

Riassumendo: Se accettiamo l’idea dell’UNO, dobbiamo scartare il caso.

 

Un altro modo di ragionare sarebbe invece quello di partire da quei fenomeni del microcosmo (ma non solo) che sembrano non ubbidire a regole deterministiche ma al caso. A riguardo dei fenomeni microcosmici che sono già stati citati, finora l’unica cosa che possiamo affermare con certezza è la loro imprevedibilità. Che la stessa sia dovuta al caso, oppure all’estrema complessità delle cause che stanno a monte dei comportamenti osservati, nessuno può dimostrarlo. Io tendo a credere alla seconda possibilità. Ad un livello meno “micro” mi viene in mente l’estrazione del lotto come la mostrano alla TV. La pallina che esce dopo aver cozzato decine di volte contro le altre palline e le pareti del bussolotto, esce davvero per caso? Io tendo a pensare che un calcolo fisico molto complesso (e perciò di difficile attuazione) proverebbe il contrario.

 

Luigi:

Nell’analisi del “Caso” si può partire, come fa Marco, dal caso nell’ontologia (la ricerca dell'Essere e del suo fondamento), per poi proseguire con il caso nella fisica e nella percezione del quotidiano. Ma credo che innanzitutto occorra definire cos’è il Caso.

 

L'etimologia del termine risale al latino casus che vuol dire caduta. Il termine quindi accenna a una caduta, a un evento accidentale, a qualcosa che accade inaspettatamente. Si potrebbe allora dire che è casuale tutto ciò che è imprevedibile, che non ci aspettiamo che accada. Questa potrebbe essere una buona definizione del caso dal punto di vista psicologico.

 

Se invece rimaniamo nella casistica fenomenica allora si deve dire che il caso contraddistingue un fenomeno che si verifica senza una causa oggettiva. Potremmo dire che è casuale un fatto, un avvenimento che non è l’effetto di precedenti cause oggettive. Il caso, quindi, è assenza di cause. Qualcuno asserisce invece che il caso sia l’intrigo non-lineare di cause. Ma allora dovremmo parlare di ‘caso apparente o ‘caso per ignoranza, nel senso che le cause ci sono ma non possono essere individuate, capite e gestite da una mente finita come la mente umana.

 

Tornando al caso ontologico, concordo con Marco che c’è un’intima connessione fra la teologia e il caso. Credo che si possa affermare che:  “o c’è Dio e non può esserci il caso, oppure, c’è il caso ma non può esserci Dio”. Per gli atei, Dio non esiste perché esiste il caso. Essi credono (perché in fondo anch’essi sono credenti) che la trama più profonda dell’universo sia incentrata sul caso.

 

Secondo l’ateismo, anche la nostra personale esistenza è casuale perché ciascuno di noi è il frutto dell’incontro casuale fra due genitori, della corsa casuale fra centottanta milioni di spermatozoi, della combinazione/lotteria nella fusione dei patrimoni genetici. La nascita, l’uscita dal nulla, è frutto del caso. Ognuno di noi esiste per caso, di fronte a milioni di altri individui possibili ma rimasti nel nulla. Gli atei insomma glorificano il caso, il rumore, la fluttuazione, rendendo l’aleatorio responsabile sia dell’organizzazione del mondo (attraverso la casualità nel microcosmo), sia nell’emersione della vita sulla Terra (attraverso le mutazioni accidentali del DNA). Quindi, per gli atei, Caso = Dio

 

Per i credenti nel personale Dio-Volontà, cioè per i cristiani, le cose vanno diversamente. Per costoro il principio di indeterminazione di Heisenberg ed il conseguente (presunto) crollo del determinismo è motivo di grande gioia. Il famoso genetista Francis Collins scrive: “Viste le indeterminazioni della meccanica quantistica e l’imprevedibilità caotica dei sistemi complessi, il mondo rivela di possedere un certo grado di libertà nei propri sviluppi futuri”, e che quindi : “Vista l’impossibilità di previsioni o di spiegazioni assolute, le leggi della natura non escludono più l’azione divina nella realtà che ci circonda”.

 

Per i cristiani, gli eventi inspiegabili, misteriosi, imprevisti, accidentali, fortuiti, quindi casuali, non sono altro che l’espressione di precisi atti di Volontà di Dio Padre. Il caso per i cristiani esiste ma ha un nome di diverso, si chiama Volontà di Dio. Essa è imperscrutabile, indecifrabile e imprevedibile perché non indagabile dalla mente umana, aleatoria, perché svincolata da qualsiasi precisa e comprensibile razionalità causale. Esattamente come il caso. Quindi, per i cristiani, Dio = Caso. Anche se credono di credere in Dio, i cristiani credono in effetti nel caso divinizzato: infatti, la superstizione che inquina la mente di tanti buoni cristiani non è altro che fede nel caso divinizzato.

 

Per i sostenitori dell’UNO, cioè per i monisti che, come me, credono nell’impersonale Dio-Necessità, il caso non esiste. Per Spinoza “Il mondo è un effetto necessario della natura divina, e non è stato fatto per caso”. Il mondo fisico che noi conosciamo è la manifestazione (che per noi esseri finiti e parziali non può essere che finita e parziale) di uno degli infiniti attributi di Dio. Tutto deriva NECESSARIAMENTE, cioè senza alcuna ombra di casualità, dalla natura di Dio.

 

Il verbo “derivare” può però trarre in inganno. Il derivare infatti presuppone un processo, una modificazione nel tempo della realtà fisica. Invece, come giustamente fa notare Marco, Dio è immutabile perché è perfetto così com’è. In questa prospettiva tutto esiste eternamente. La mia nascita non è un’uscita casuale dal nulla. Io sono nato perché NON POTEVO NON NASCERE, perché io sono parte integrante, da sempre e per sempre, dell’organismo eterno detto l’UNO. Quello che è stato, quello che sarà è necessariamente presente, immutabile, nell’eterno presente di Dio. In questa prospettiva, non c’è spazio per la casualità.

 Continua ...

 

Alla prossima puntata della disputa

 

Luigi Di Bianco

 

PS: Per la serie completa dei miei scritti visita il mio sito web  SUM ERGO COGITO

 

Critiche e commenti sono apprezzati. Scrivere a: ldibianco@alice.it

 

Il contenuto di quest’articolo e i relativi diritti sono di proprietà dell'autore.

 

 




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Luigi Di Bianco - ldibianco@alice.it

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