A Ravello ci sono tre gioielli. La prima in ordine di tempo è Villa Rufolo, una piccola Alambra medievale di stile arabeggiante, costruita nel dodicesimo secolo, immortalata da Boccaccio nel Decamerone, sottratta alla decadenza da un lungimirante imprenditore inglese dell’Ottocento.
L’ultima in ordine di tempo è Villa Cimbrone, costruita da un Lord agli inizi del Novecento come cenacolo di arte e raffinatezza, recentemente restituita al suo splendore dall’amorosa intelligenza della famiglia Villeumier.
In mezzo, in ordine di tempo, c’è villa Episcopio, l’antica residenza dei vescovi ravellesi, prossima al collasso architettonico sotto il peso dei suoi quattro secoli di vita tormentata.
Da oggi, per fortuna, questo monumento fondamentale per la storia di Ravello e del Sud è sottratto all’inesorabile decadenza grazie alla Regione Campania, che lo ha acquistato per recuperarlo e valorizzarlo.
Come è noto, a partire dal Seicento il viaggio in Italia divenne una tappa obbligata per la formazione dei giovani aristocratici. La scoperta del Sud avvenne un poco più tardi, grazie all’attrazione della “grande madre mediterranea”, dei suoi ruderi, del suo paesaggio: mare, scogli a picco, valli isolate, cascate, torri diroccate, cultura popolare, aria d’Oriente.
Arrivano Winckelmann e Schinkel, Blechen, Turner, Ruskin e Longfellow.
Poi, quanto più il Grand Tour si massifica, tanto più Ravello concentra la sua attrattiva nella riservatezza, nel silenzio, nella ritrosia, nel rispetto per la privacy del forestiero, di cui si dà per scontata la ricerca, l’introspezione, lo studio, l’amore o anche l’intima disperazione.
La “diversità” dei luoghi, la loro compiaciuta difficoltà a essere raggiunti se non intenzionalmente, il loro offrirsi come premio assoluto per chi si ostina ad arrivarci, seleziona i visitatori in base a una loro elitaria “diversità”: chi arriva a Ravello, si suppone e sottintende, cerca nella dolcezza serica del suo clima, nella modulare flessibilità dei suoi panorami, uno stimolo e un aiuto per esplorare le regioni nascoste del proprio essere e per sperare di coglierne il senso.
Ravello, dunque, come “donatrice di senso”, in termini persino postmoderni. Di qui il suo richiamo sugli artisti, sui diversi, sui “nati sotto Saturno”, sugli amanti, su coloro che emigrano da se stessi per tornare in quella soggettiva Itaca che è la propria intimità: mundus alter et idem.
Alla fine dell’Ottocento vi erano a Ravello solo due pensioni: Toro e Palumbo. La prima aveva sede nel palazzo dov’è ora l’hotel Caruso; la seconda aveva sede nella Villa Episcopio. Qui vennero Wagner e Ibsen, lasciando dediche molto affettuose ai propietari.
Qui André Gide ambientò il romanzo L’immoralista; qui Edward Forster collocò il racconto Storia di un panico che esordisce citando proprio Villa Episcopio: “Ravello is a delightful place with a delightful little hotel in which we met some charming people”. Qui, in due successivi viaggi, pranzò ogni giorno D.H.Lawrence con la pittrice Dorothy Brett e poi con i Brewster.
Alla fine della seconda guerra mondiale, per qualche mese Ravello ha giocato a fare la capitale d’Italia e Villa Episcopio ha giocato a fare il palazzo del Quirinale.
All’alba del 25 luglio 1943, con diciannove voti a favore e sette contrari, fu approvato l’ordine del giorno di Grandi che provocava la caduta del regime fascista. All’alba del giorno successivo, per sventare il piano tedesco che prevedeva il suo arresto, Vittorio Emanuele III e la sua famiglia lasciarono Roma in automobile.
Il viaggio toccò Collarmele, Chieti, il castello di Crecchio, l’aeroporto di Pescara, il porto di Ortona, poi Brindisi, dove il Re rimase fino al febbraio dell’anno successivo. Poi la famiglia reale si trasferì a Ravello, proprio nella villa Episcopio, divenuta proprietà del duca di Sangro, mentre il Governo Badoglio aveva la sua sede provvisoria a Salerno.
Il Re rimase a Ravello fino alla liberazione di Roma, quando, il 4 giugno 1944, passò la luogotenenza al figlio Umberto. «La cerimonia della firma – scrive Anntonio Spinosa – si svolse sempre a Ravello e sempre nella villa Episcopio. Fu una cerimonia scarna, ma degna d’un Parsifal per l'intensità e per la suggestione dei luoghi prediletti da Wagner. Pieno di amarezza, salutando sulla soglia della villa il figlio che partiva per la capitale, Vittorio esclamò: "Va’, divertiti tu, ora"».
Una fotografia scattata pochi giorni più tardi davanti all’ingresso della Villa, ritrae Benedetto Croce, Ferruccio Parri e altri componenti del primo Governo repubblicano. Ravello, nel suo piccolo, ha dato il proprio contributo al trionfo della democrazia.
L’ultimo guizzo di mondanità fu portato a Villa Episcopio da Jacqueline Kennedy che vi trascorse un’estate con i suoi figli. Poi la bella dimora iniziò la sua decadenza, in attesa di un risveglio degno di Ravello.
La prelazione esercitata ieri dalla Regione Campania è a sua volta un gesto di portata storica. Esso destina a tutti il godimento di un immobile denso di eventi straordinari, finora riservato a pochi. Ma pone il problema delicatissimo del suo recupero e della sua destinazione, speriamo degni della sua storia. Perché ciò avvenga, occorre chiamare a raccolta storici seri e architetti geniali, raffinati esteti e organizzatori culturali capaci di incastonare questo gioiello nella ghirlanda della Costiera, cioè di un patrimonio di tutta l’umanità.
Domenico De Masi (Presidente Fondazione Ravello)
Da Il Corriere del Mezzogiorno inserto del Corriere della Sera