MV - Napoli è cambiata in molti settori; in quali eccelle e in quali non riesce a decollare?
F.L. - Napoli, come tutte le aree metropolitane, ha modificato l’assetto produttivo, favorendo il commercio e i servizi che, però, non raggiungono il livello qualitativo delle altre grandi città.
Accanto a questo inevitabile fenomeno di tumultuosa e incompleta terziarizzazione, vi sono poi, da una parte, le attività non riconosciute e non classificabili, precarie e saltuarie, oscure e persino illecite e illegali; dall’altra, attività legate a settori di avanguardia, veri e propri fiori all’occhiello della città.
Questi due estremi non sono solo estremamente sperequati dal punto di vista qualitativo, ma soprattutto sotto l’aspetto quantitativo, con le note conseguenze che tutti conosciamo.
MV - La camorra è nel tessuto sociale della città partenopea. Come si potrebbe annullare e in quanto tempo?
F.L. - La fenomenologia camorristica è molto ampia.
Si va dall’associazione delinquenziale organizzata in cosche che si fronteggiano in un permanente, precario e sanguinoso equilibrio d’interessi e di spartizione del territorio, fino a una tipologia di camorra che si manifesta in modo trasversale, quale diffusa condizione antropologico-culturale, visibile nei crescenti atteggiamenti violenti, prepotenti e maleducati di gran parte della popolazione.
Rispetto alla contiguità di questi fenomeni, l’intervento non può che essere diversificato. Presentemente, il fenomeno va combattuto con ogni mezzo, in modo duro, rigoroso e continuo, poi bisogna puntare, per i cosiddetti tempi lunghi, sulla cultura: la cultura del lavoro, anzitutto, e dunque la ripresa progressiva, correttamente produttiva di Napoli e di tutta la Campania.
Infine, lo sviluppo di un’autentica e sentita cultura, non estranea all’animo e alla sensibilità dei napoletani.
Nella scuola, utilizzando al meglio l’autonomia scolastica, e nelle altre agenzie formative e istituzioni culturali presenti nel territorio.
Naturalmente, per questi obiettivi così diversi, ma convergenti, i tempi sono necessariamente diversi.
MV - La cultura potrebbe “servire” e fornire utili indicazioni o attive sostanze nel recupero etico- ambientale di Partenope?
F.L. - Certamente, si!
Noi dovremmo immaginare, per poi realizzare, una città dove all’alto tasso di polveri sottili (che ne fanno un luogo altamente inquinato) si possa sostituire un altro pulviscolo, quello che io definisco il “polline culturale”.
Una cultura diffusa favorisce una progettualità etica e socialmente utile.
Per fare questo bisogna ricostituire un clima positivo, creativo, pervasivo al punto da favorire la ripresa, storicamente interrotta, delle straordinarie caratteristiche qualitative, inventive e creative dei partenopei.
MV - Artisti contemporanei di tutto rispetto e di grande qualificazione visiva che vivono a Napoli non vengono considerati e/o aiutati a essere conosciuti, a livello nazionale e internazionale, dalle Istituzioni. Perché?
F.L. - La situazione degli artisti napoletani è, a dir poco, disperata.
E’ il caso di dire che per essi non c’è altra via che andar via!
L’arte, o meglio come si usa oggi dire, il sistema dell’arte, a Napoli, è molto compatto.
Ha preso forme di potere oligarchico che non consente alcun confronto o discussione o contributo esterno al “pantheon degli illustri”.
In breve, si è verificata l’espulsione aprioristica e totale di artisti locali portatori di idee e progetti radicati e convissuti nella nostra realtà.
MV - Il Pan, il Madre e gli altri assetti espositivi raccolgono il nuovo e quale nuovo?
F.L. - Il nuovo oggi offerto alla città è quello globalizzato, omologato e standardizzato dai circuiti dell’internazionale dell’arte; dalle graduatorie e classifiche configurate dal mercato, secondo le quali per comprare un’opera di Hirst occorrono due Luca Giordano più due Fontana!
Questi nuovi “assetti espositivi”, in nome della “sprovincializzazione” di Napoli, similmente al costituito blocco politico, realizzano un blocco di politica culturale che porta alla totale stagnazione dell’arte napoletana.
E non c’è apertura di museo e di altro assetto espositivo che sollevi le cose, a meno che non si ricorra, paradossalmente, al gesto del barone di Mùnchhausen – opportunamente richiamato per questi casi da Adorno nei suoi “Minima moralia”- “che si solleva dallo stagno afferrandosi per il codino”.
MV - A Napoli cosa manca e cosa ha in più?
F.L. - Per dare una risposta esaustiva bisognerebbe far ricorso a due cose oggi inesistenti: la prima - per il “che cosa manca”- una biblioteca le cui scaffalature siano zeppe non di cahiers de doléances, bensì di volumes de doléances; la seconda – per il “cosa ha in più” – una Wunderkammer dove si possano esporre tutta la creatività, l’ingegno e le altre mirabilia partenopee.
Intervista esclusiva a cura di Maurizio Vitiello