
Una quinta liceale negli anni Settanta
Nota Bene: riceviamo e pubblichiamo questa nota dello scrittore Pierfranco Bruni sui temi della prova d’italiano alla maturità 2010.
Maurizio Vitiello
Modernità e Novecento nella prova d’Italiano della Maturità del 2010
Temi con una profondità e una chiave di lettura che interroga docenti, alunni e presidenti
La scuola sul banco di prova della contemporaneità
Sotto esame alunni e docenti
Pierfranco Bruni
Modernità e Novecento. Ovvero, la tradizione del Novecento tra storia, letteratura, arte e politica. Un percorso, forse, più articolato e alternativo rispetto ai moduli degli anni precedenti. È su questa traiettoria che si può considerare la proposta delle tracce dei temi riferita alla maturità 2010. Il dato essenziale che si evince è che finalmente siamo entrati in quella discussione problematica che tocca, per vari aspetti, il concetto di contemporaneità filtrata attraverso due parametri che sono quelli della tradizione e della funzione che il moderno ha nella nostra società.
Proprio partendo da Primo Levi si apre una prospettiva di discussione abbastanza ampia che tocca non soltanto l’elemento letterario, in quanto espressione di uno scrittore del Novecento, ma perché il “concettualismo” non ha più senso in quanto ci si libera in una discussione vasta che proviene dalle regole di una fusione tra libertà e storia. Scegliere un brano di Primo Levi, in un momento particolare come il nostro, significa, tra l’altro, ritornare a far discutere di una problematica in cui l’uomo diventa centralità e diventa centralità l’uomo proprio nella storia che fino a qualche tempo fa aveva stritolato la memoria degli infoibati.
Il tema sulle Foibe è di una portata storica nevralgica (brava la Ministra ) e si pone come atto politico strategico tra Levi e il triangolo della morte e la discussione posta all’indomani della caduta del Fascismo, ma anche negli anni cruciali che interessano chiaramente i trattati ma riguardano, in modo particolare, l’Italia della Libertà che fino agli anni Cinquanta veniva aggredita da un comunismo fagocitante e ciò è registrabile non solo in Italia ma in tutta la zona dello stringimento delle Foibe.
Ciò viene reso ancora più strategicamente dialettico (uso ancora il termine di strategia) nel momento in cui si pone al cospetto dei maturandi la questione del ruolo della politica. I giovani nella politica. O meglio ancora, cosa pensano i giovani della politica partendo da quattro documenti che sono alla base non soltanto di un commento ma di una discussione che supera gli stessi elementi di testimonianza.
Ma perché Mussolini, Togliatti, Moro e Giovanni Paolo II? Forse dovremmo pensare, puntando i riflettori su questi quattro personaggi, a quella continuità della storia tanto acclamata da Renzo De Felice. Ciò si dimostra, con questa riflessione proposta, che la storia non ha parentesi anche se qui i quattro protagonisti e personalità disegnano articolate temperie della vita internazionale.
Certo, il Mussolini del “Bivacco” è il Mussolini della intraprendenza e della perenne dichiarazione di fede ad una gioventù che si applica a tutta la vita. Inni e bandiere, proclami e guerre e in mezzo però c’è la giovinezza intesa come rivoluzione ma anche, a volte, come assurdo. Il socialista e il nazionalista e il fascista Mussolini entra nella mediazione bolscevica di un comunista come Togliatti che a Salerno proclama un comunismo redente, ovvero un comunismo che supera lo stalinismo e si serve del concetto di democrazia per applicarlo ad un’Italia in mano completamente agli Anglo-americani e Tedeschi salvando comunque l’Internazionale della gioventù.
I giovani che resistono all’urto del Comintern sovietico per una internazionalizzazione della rivoluzione in una fase in cui necessita un incontro con il mondo moderato e cattolico. Non c’è alcuna rottura tra il pensiero moderato in Italia (il Togliatti sovietizzato è un altro) sia del comunismo che del riformismo socialista e la visione dei cattolici – cristiani incarnata da Aldo Moro. Il Moro del Congresso di Napoli o il Moro del discorso alla Fiera del Levante di Bari o il Moro che apre ai giovani lungo la discussione dei “due forni” cercando il confronto con quelle generazioni che consegneranno l’Italia agli anni Settanta. Il Moro universitario è anche il Moro dei Littoriali d’Italia, da giovane, che si ramifica, proprio attraverso i suoi studi giovanili, allo Stato di Diritto. Una esperienza cristiana in cui l’umanesimo della politica offre chiavi di lettura proprio nel preparare le nuove generazioni.
Un tracciato ben individuabile nel pensiero e nel messaggio apostolico di Giovanni Paolo II rivolto ai giovani. A quei giovani indicati come reciprocità di modelli che cercano la verità e la salvezza o la salvezza nella verità. Una figura imponente come il Pontefice centralizza il suo pontificato sulla ricerca dell’uomo, di quell’uomo nuovo che va nella direzione della reciprocità paolina.
Ma i quattro documenti (Mussolini del 1925, Togliatti del 1947, Moro del 1969, Giovanni Paolo II del 1991) posti all’attenzione sono soltanto un pretesto per rivolgere un appello ai giovani nel senso di spronarli ad un fiducia nei confronti di una coerenza in nome di un pensiero e di un impegno politico.
Un impegno che deve partire dalla ricerca delle radici, come sostenuto, appunto, da Primo Levi. Quelle radici che trovano una chiave di lettura anche nell’estetica della musica. Un’estetica che diventa educazione all’ascolto. La musica nella società contemporanea. Non si sposta l’argomento di fondo che è quello profondamente radicato nella contemporaneità. La musica come modello dichiarato di un piacere o di piaceri ma la musica resta non una metafora bensì una chiarificazioni di segmenti onirico – artistici, che vivono nel mosaico della ricerca del bello e giustamente, ripercorrendo il pensiero di Aristotele, si pone come elemento educativo. Ma resta nel piacere dell’ascolto e dell’attrazione. Come l’arte, come la letteratura, come quell’incrocio ben definito tra i piaceri e il piacere nella struttura di un raccordo tra Botticelli e D’Annunzio.
Un altro innesto tra poesia e arte in un passaggio tra il Botticelli della “Venere”, il Picasso de “I tre musici” e della “danza” di Matisse in un approccio meta – onirico con Leopardi, D’Annunzio, Ungaretti, Brecht.
Una letteratura che necessita un costante confronto con l’arte intorno ad un inciso che riesce ad individuarsi in un senso pacato, ma non contemplante, dell’eros che è passione ma anche metafisica dell’anima e dei corpi. Ma il piacere è realmente la ricerca della felicità o è la felicità che rincorre i piaceri? La felicità è una filosofia che si articola tra la disponibilità dell’attesa nella letteratura e il tentativo di comprendere la storia. La felicità della solitudine o il non essere soli e leggere l’umanità nelle scienze che studiano non solo i pianeti ma la presenza degli Ufo.
Perché gli Ufo? Solitudine, piacere, felicità, comprendere la presenza o la dimenticanza. Ci saranno gli Ufo a catturare la nostra esistenza e il nostro tempo? Ma a parte queste metafore che hanno un loro senso, credo che il tracciato dei temi della maturità del 2010 abbia una sua precisa coerenza e lo ha sia in termini prettamente di apertura di dialettica ma anche per la contemporaneità che gli aspetti esposti sottolineano.
Finalmente si parla di Foibe. Finalmente Mussolini e Togliatti si confrontano anche se su piani diversi e con discorsi che spaziano tra la proclamazione del Regime, con il discorso del 1925, e con le affermazioni sugli ideali del socialismo e comunismo di Togliatti.
Ciò, comunque mette in evidenza un dato fondamentale che è quello di una cultura contemporanea marcatamente segnata dalla tradizione e dal costante dibattito sviluppatosi seriamente nel corso degli anni. Alla fine cosa resta? Un interrogativo. Siamo soli? In questo universo abitato da forze sovrannaturali possiamo considerarci soli, come sottolinea la traccia di un tema? Possiamo abitarci nella solitudine? Il candidato risponda a questa domanda? Al di là e oltre le materie sulle quali dovrà essere interrogato.
I docenti – commissari e presidenti, devono, comunque, porsi davanti a questi interrogativi e non solo come componenti di una “giuria” ma sia come uomini sia come intellettuali, al di fuori dall’essere docenti. Perché il quadro che questo esame di Stato ci ha posto non interessa solo i “giudicati”, alias “valutati” ma anche la classe docente. Da Mussolini alle Foibe: una storia da ricostruire e da rileggere. Da Primo Levi a D’Annunzio (bistrattato e umiliato in questo scorcio di secolo): un articolato parametro impossibile da abbinare nelle fattispecie delle loro singolarità. Dalla musica agli Ufo: un misterioso cammino che va dall’estetica wagneriana alle “anime salve” di De André sino alla “critica della ragione pura” di Kant.
Non un bisticcio. Ma un saper coniugare, con grandi aperture, l’ufficialità della contemporaneità con tutte le matrici che hanno rimandi. Ma resta un tassello di fondo che è quello di essere entrati realmente in un Novecento che è parte integrante del nostro presente. Una lezione per una scuola che sa guardare ai nuovi saperi con una prospettiva intelligente. Ora ai protagonisti della scuola il compito non di valutare ma di entrare in un Novecento che cambia in una scuola che deve essere promozione delle culture.