
Processo Meredith, spunta un pentito del clan Mariano: «Amanda è innocente»
di GIgi Di Fiore
NAPOLI (9 giugno) - Nella redazione del Mattino sembrava a suo agio. Aveva poco più di vent’anni, Luciano Aviello, e aveva chiesto di raccontare la sua esperienza di «giovane sveglio nel clan camorristico dei Mariano». Altri tempi, impazzava la guerra ai Quartieri spagnoli tra il clan Mariano, i «picuozzo», e la famiglia Di Biase, i «faiano». Non esisteva ancora la Dda, ma Federico Cafiero de Raho era già pm impegnato nelle inchieste sulla criminalità organizzata. Era lui ad occuparsi di quella guerra sanguinosa. Vent’anni dopo, Aviello diventa personaggio da rotocalco. Entra nel processo di Perugia per il delitto di Meredith Kercher, come teste a suo dire «risolutivo».
Il 19 aprile dello scorso anno scrisse due paginette a penna indirizzate al presidente della corte d’Assise perugina, Giancarlo Massei. Si diceva pronto a raccontare la verità, svelava che aveva per due volte dato incarico a dei suoi amici di violare i sigilli nella casa del delitto. Il 31 marzo scorso, i difensori di Amanda Knox hanno videoregistrato le dichiarazioni di Aviello, ormai quarantunenne. Lui ha riferito, come scrive il settimanale «Oggi»: «È stato mio fratello ad uccidere Amanda. Posso farvi recuperare il coltello del delitto e le chiavi di quella casa». Non si smentisce mai, quel ragazzo che arrivò al terzo piano di via Chiatamone indossando un casual con pretese di eleganza e sforzandosi di cercare sempre parole appropriate per rendere al meglio le sue «rivelazioni».
Lentine a contatto, esile, un cugino ucciso perché affiliato al clan Mariano, Aviello parlava svelando una personalità di contorno, in un sottobosco di millanteria sempre ai magini degli affari e delle violenze degli allora potenti clan dei Quartieri. Era finito in carcere, accusandosi di un omicidio. Non era vero, ma gli avevano promesso 5 milioni, un avvocato e una rendita. Il clan non rispettò i patti e lui cominciò a parlare a ruota libera. Abbagliato dalla bella vita, dal denaro facile, aveva cominciato a fare il «galoppino» per vendere le «bollette» del lottonero. Si sentiva inportante. Guadagnava 500mila lire a settimana.
Non era male. Poi «ambasciate», piccoli servizi, ma mai grandi salti criminali. I clan lo consideravano «poco affidabile». Fu coinvolto nell’inchiesta sulla camorra dei Quartieri spagnoli, condannato. Oggi, dice di lui Federico Cafiero, ormai procuratore aggiunto e coordinatore nella Dda delle indagini sui clan della provincia di Caserta: «Era del tutto inaffidabile, nonostante periodicamente ne inventasse una nuova. Una rivelazione, a suo dire, che poi si rivelava una vera e propria sciocchezza».
Come quando disse che sapeva dove si trovava Angela Calentano, o di conoscere i rifugi dei principali latitanti del clan D’Alessandro di Castellammare. Per le «rivelazioni» contro Tiziana Maiolo, ex presidente della commissione Giustizia della Camera, si beccò nel 1997 un processo per calunnia. Due anni fa, poi la sparò più grossa: accusò un pm di Potenza nel famoso processo sulle «toghe sporche» tra Catanzaro e Salerno. Venne sentito a Salerno dal pm Rosa Volpe. Aveva annunciato rivelazioni. Le sue contraddizioni uscirono subito allo scoperto.
Anche allora, fonti dei suoi racconti furono articoli di giornali o chiacchierate con compagni di cella. Come Raffaele Sollecito, o Gennaro Cappiello per l’inchiesta sulle «toghe sporche». Mitomane, ricercatore di pubblicità? Vent’anni fa, Aviello sembrava un egocentrico, che si compiaceva di mostrarsi testimone di «fatti importanti». Ma non è mai riuscito ad ottenere un programma di collaborazione continuo. Per reati diversi, ha scontato finora 17 anni di carcere. Ora spunta nel processo di Perugia. Chissà
Il Mattino di Napoli inserito da Michele Pappacoda