Il martirio del cristiano di oggi
La vita di un cristiano che ci crede è spesso soggetta a un martirio che non è necessariamente solo quello cruento. Ricordiamo quello che diceva Kierkegaard: “se Cristo venisse oggi fra noi, forse sceglierebbe il martirio del ridicolo”, cioè quella particolare coerenza tra il Vangelo e la vita, che rende un cristiano così inattuale nel mondo eppure così necessario, per indicare all’altro la difficile strada cristiana. Anche oggi, di fronte agli eccessi di un paganesimo risorgente sotto la forma accattivante del relativismo etico, il messaggio del Vangelo si deve poter rivolgere al non credente, ed essere di fatto il paladino di una difesa sine glossa dei valori fondamentali, della vita, della famiglia, della dignità umana. L’apologista del duemila dovrebbe allora essere come un missionario itinerante, capace cioè di parlare della fede con il linguaggio di un mondo di cui i credenti sono parte viva, senza però confondersi con la mentalità di quello stesso mondo. Da qui nasce il martirio,che però nelle sue diverse forme,deve poter essere capace di rendere comprensibile a tutti il passaggio da ciò che chiamiamo catechesi, intesa come la formazione continua alla fede, all’apologia, intesa invece come bisogno del Vangelo di trovare dei nuovi spazi vitali per esprimersi anche tra la sofferenza dell’incomprensione e del fraintendimento . Solo attraverso il filtro di un tale martirio dello spirito, l’apologia non rischierà di essere intesa come una pura tecnica difensiva, ma potrà diventare la proposizione chiara di un messaggio incarnato. .Ci si spiega in questo modo, come già l’apologetica dei padri della Chiesa del secondo secolo d.c., potesse rispondere in pieno all’esigenza di presentare il cristianesimo differenziato dalle altre “sette dell’epoca”, cosa che avviene allo stessa maniera anche oggi nel nostro vissuto, segnato dal fenomeno di uno spiritualismo individualista e fondamentalista, tipico di movimenti e sette che continuamente spuntano fuori e che rendono quindi necessaria una componente autenticamente apologetica che vuol dire un linguaggio adeguato e probabilmente contestato. Ma a questo proposito, vorrei riportare un brano di grande interesse e che ben si collega a quanto detto finora. Sono brani da una lettera abbandonata da Mohammed Atta, prima di imbarcarsi sull’aereo schiantatosi sulle Twin Towers l’11 settembre: “Purifica il tuo cuore e liberalo da ogni cosa terrena. Il tempo dello spreco è finito. Il tempo del giudizio è arrivato. Dobbiamo quindi usare queste poche ore per chiedere perdono a Dio. Dopo comincerai a vivere una vita felice, il paradiso infinito. Ricorda sempre che desidereresti la morte prima di incontrarla, se solo conoscessi la ricompensa che esiste dopo la morte. Ricorda che se Dio ti sostiene, nessuno potrà sconfiggerti. Continua a pregare. O Dio, aprimi tutte le porte. O Dio che rispondi alle preghiere e rispondi a coloro che ti invocano, ti prego di aiutarmi, ti prego di perdonarmi. Ti prego di illuminare la mia vita. Ti prego di alleggerire il peso che sento. Dio ho fiducia in te. Dio mi metto nelle Tue mani. Ti prego con la luce della Tua fede che ha illuminato il mondo intero, di illuminare ogni oscurità su questa terra, di guidarmi finché non mi approverai. E quando lo farai sarà la mia ultima meta. Non c’è altro Dio che Dio. Non c’è nessun Dio che sia il Dio dal trono più alto, non c’è altro Dio che Dio della terra e del cielo. Non c’è altro Dio che Dio e io sono un peccatore : siamo di Dio e a Dio torniamo.. “…
Non sono le parole di San Policarpo sul rogo, né di Tertulliano che scriveva nel II secolo d.c. ai confratelli in carcere o di un altro qualsiasi martire della fede cristiana; sono, come ho già premesso, alcuni brani della lettera di cinque pagine, che gli agenti dell’F.B.I. hanno trovato tra le cose di Mohammed Atta, prima di imbarcarsi sull’aereo che lo avrebbe portato a schiantarsi sulle Twin Towers. C’è da notare che le assonanze con l’antica letteratura apologetica – martiriale cristiana dei primi secoli della Chiesa,sono impressionanti. Pure la speranza che sembra animare quelli che sono stati definiti da alcuni martiri, sembra essere quella dei martiri di quel lontano tempo : che l’esempio eroico possa risultare contagioso, segnando così l’irruzione di un popolo nuovo nella storia,si sa.. Per ottenerlo, questi nuovi martiri fra virgolette, hanno bisogno però di essere e restare visibili, di amplificare a dismisura l’eco del loro gesto, pena l’inutilità ; non è concepibile per loro un martirio segreto, un martirio cioè tutto consumato nell’abbandono e nella solitudine del rapporto con Dio, un martirio privo di lode, in una parola un martirio come quello patito dal Crocifisso ,abbandonato non solo dal mondo, ma addirittura da Dio. Ancora una volta, come già osservava Schmidt “i paralleli storici si dissolvono ed è il Dio presente a metterci ora alla prova” Nel leggere queste parole mi viene in mente un piccolo brano tratto da “A Diogneto” piccolo testo di autore ignoto del I secolo d.c. che così parla a proposito del posto assegnato ai cristiani nel mondo e che risuonano come monito nel nostro vivere quotidiano troppo spesso poco “martirizzato da un ridicolo di marca cristiana”:e che voglio riportare a memoria di tutti ii crocifissi del mondo”In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile. Dio ha assegnato loro un posto così importante, e ad essi non è lecito abbandonarlo”( Diog. VI,10).
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Trudy Borriello