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07/04/2010

Il canto di Renata Fusco quale Principio di Virtù

Gabriele e Guido Pagliano, Gabriele Rosco e Renata Fusco
Gabriele e Guido Pagliano, Gabriele Rosco e Renata Fusco


Sigillo aureo dell’Antica Consonanza sulla rassegna Resurrectione svoltasi nella Chiesa di S.Giorgio

 

 

Si è conclusa in un vero e proprio bagno di folla, nella splendida cornice della Chiesa di San Giorgio, la rassegna Resurrectione, promossa dall’Archidiocesi di Salerno-Campagna-Acerno, dalla Rettoria di S. Giorgio Martire e dall’Editoriale Agire, che ha puntato per l’intero periodo pasquale i riflettori sulla musica colta e popolare, sulle tradizioni sonore legate all’evento cristiano per eccellenza. Con questo progetto, che si è avvalso della direzione artistica di Maurizio Cogliani, la Chiesa barocca di Salerno, retta da mons. Comincio Lanzara, ha proseguito la valorizzazione sia dell’antico luogo sacro, sia della tradizione ad esso legata di “chiesa delle arti”, deputata ad ospitare eventi e percorsi artistici. L’ultima serata, presentata dalla voce amica di Nunzia Schiavone, ha salutato protagonisti le voci e lo strumentario dell’Antica Consonanza, composta dal soprano Renata Fusco, Guido alla viella, flauti e dulcimer e Gabriele Pagliano, alle percussioni e dulcimer e Gabriele Rosco, voce, symhonia, ribeca, chitarra saracena e liuto. L’impatto è stato emozionale, come del resto molti dei progetti siglati da questo ensemble che, per il pubblico di San Giorgio, ha proposto un programma dedicato alla Madonna, Donna e Madre, dal titolo “Principio di Virtù”. La musica eseguita ha rivelato il serio lavoro sulla contaminazione degli stili in epoca medievale, alla quale si è resa palpabile la vocazione dei componenti del gruppo che sembrano nati apposta per esaltare l’incrocio di musica popolare e colta, di corte e di piazza, sacra e profana. Lo si è certamente avvertito nell’estro improvvisativo del quale si nutre il virtuosismo strumentale dell’Antica Consonanza e in particolare del flautista Guido Pagliano (carismatico al flauto soprano nella istampita Tre Fontane), nonché nella contagiosa componente teatrale che ha accomunato i musicisti e in particolare la “Madonna”, Renata Fusco, una bellezza che sa diventare antica, nelle movenze e nella voce. Sopra le righe la proposta di un’attendibile ricostruzione di ciò che dovevano essere i pellegrinaggi al monastero di Monteserrat, per godere delle grazie della salvifica Madonna Nera, osannata nel Libre Vermell, evocata attraverso Imperayritz de la ciutat joyosa, Mariam virginem e Los set goytz, come anche il particolare modo ritmico misto che è il segreto del fascino delle Cantigas de Santa Maria, tra cui Des oge mais, Rosa das rosas e Madre de Deus, in cui abbiamo applaudito un tempista Gabriele Pagliano al darabukka. Se Gabriele Rosco ha coraggiosamente duettato in diversi brani con Renata Fusco, non si è lasciato scappare l’occasione di concedere un virtuositico solo, alla ribeca questa volta, nella istampita La Manfredina. Omaggiati anche i trovatori del tempo, dal brano d’apertura Esperanza de Totz di Guillaune d’Autpol/Martin Codax, al celeberrimo Kalenda maia di Raimbault de Vaqueiras, tessere di uno stupendo mosaico che ci ha rivelato perfino un PalastinaLied di Walther von der Vogelweide, le cui melodie, nate per la narrazione, sono state esaltate dall’acuta strumentazione dell’ensemble, che ha pennellato, come un affresco il sapore della parola. Parola scritta, ma che nel canto si lega all’affascinante divenire della cultura orale. Musica incantatoria, in particolare quella strumentale, che rappresenta l’estremo tentativo dell’ Uomo di catturare l’uniformità del Tempo nel suo scorrere ineluttabile e disperante, di piegarlo alla volontà creatrice per mezzo di leggi e di codici che ne rappresentano il cammino inesorabile, per costringerlo in ritmi che esprimano le scansioni e le emozioni della vita. Gran finale con “Ave donna santissima” una  lauda delle prime confraternite un canto semplice, monodico, facile da cantare per tutti i confratelli (almeno nel ritornello), sempre ispirato ed emozionalmente profondo, che ha infiammato il pubblico in sala.

Olga Chieffi

 




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