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04/04/2010

Padre Cantalamessa: chiedo scusa -Il Papa non conosceva la mia predica

padre cantalamessa
padre cantalamessa

 Avevo intenzioni amichevoli, non volevo urtare la sensibilità di nessuno»

CITTÀ DEL VATICANOPadre, che cosa direbbe agli ebrei che si sono indignati e hanno parlato di paragone «improprio», o anche «ripugnante e osceno», tra l'antisemitismo e gli attacchi alla Chiesa sui pedofili?
«Se, contro ogni mia intenzione, ho urtato la sensibilità degli ebrei e delle vittime della pedofilia, ne sono sinceramente rammaricato e ne chiedo scusa, riaffermando la mia solidarietà con gli uni e con gli altri». Padre Raniero Cantalamessa, il giorno dopo, è fuori Roma. Al telefono la voce è serena come sempre, ma è rimasto colpito da tutto ciò che è accaduto nelle ultime ore. Frate cappuccino, trent’anni fa è divenuto predicatore della Casa pontificia dopo gli studi di teologia a Friburgo e lettere classiche alla Cattolica. Uomo di fede e cultura, è un profondo conoscitore del cristianesimo delle origini, dei rapporti e dei problemi bimillenari col mondo ebraico. «Io credo che si debba dire della Shoah ciò che Macbeth grida a se stesso dopo aver ucciso il suo re: "Le acque di tutti i fiumi della terra non basteranno a lavare questo sangue"».

Non temeva che quel riferimento all'antisemitismo, di Venerdì Santo, potesse creare problemi?
«Una cosa devo precisare: il Papa non solo non ha ispirato, ma, come tutti gli altri, ha ascoltato per la prima volta le mie parole durante la liturgia in San Pietro. Mai qualcuno del Vaticano ha preteso di leggere in anticipo il testo delle mie prediche, cosa che ritengo un grande atto di fiducia in me e nei media».

«Contro ogni mia intenzione», diceva. Qual era la sua intenzione?
«Quest’anno la Pasqua ebraica cade nella stessa settimana di quella cristiana. Questo ha fatto nascere in me, prima ancora di ricevere la lettera dell’amico ebreo, il desiderio di far giungere ad essi un saluto da parte dei cristiani, proprio dal contesto del Venerdì Santo che è stato sempre purtroppo un’occasione di contrasto e, per loro, di comprensibile sofferenza...».

E la lettera?
«Ho inserito la lettera dell’amico ebreo solo perché mi sembrava una testimonianza di solidarietà nei confronti del Papa così duramente attaccato in questi tempi. La mia era dunque un’intenzione amichevole, tutt’altro che ostile».

Tra l’altro: può dire il nome del suo amico ebreo?
«L’amico ebreo, un italiano molto legato alla sua religione, nella sua lettera mi autorizzava a dire anche il suo nome. Sono io che ho ritenuto opportuno non coinvolgerlo direttamente, e tanto più lo ritengo ora».

Resta il fatto che lei ha toccato un punto delicatissimo...
«Mi dispiace sinceramente di aver urtato la sensibilità degli amici ebrei. Se avessi lontanamente immaginato di innescare questa polemica con essi, mai avrei resa nota la lettera di quell’amico ebreo. Credo che almeno gli ebrei italiani conoscano i miei sentimenti di amicizia più volte espressi nei loro confronti, dallo stesso pulpito di San Pietro. Un’intera predica del Venerdì Santo, nel ’98, la dedicai a mettere in luce le radici storiche dell’antisemitismo cristiano. Qualcuno, penso, la ricorderà perché ebbe larga eco anche in alcune riviste ebraiche».

Ciò che ha creato sconcerto è l’associazione: crede si possano paragonare le persecuzioni contro gli ebrei e gli attacchi alla Chiesa e al Papa per i crimini dei preti pedofili?
«No, non penso affatto che si possano paragonare antisemitismo e attacchi alla Chiesa di questi giorni e credo che neppure l’amico ebreo intendesse farlo. Egli non si riferisce all’antisemitismo della Shoah: intendeva — e mi pare che lo dica chiaramente—"l’uso dello stereotipo e il facile passaggio dalla colpa individuale a quella collettiva", cioè l’antisemitismo come fatto di cultura, più che come effettiva persecuzione. Ma questo— che cioè si sia in presenza di un diffuso "anticristianesimo" nella nostra società occidentale— non mi sembra che egli sia il solo e il primo a pensarlo».





C’è chi si è stupito perché nell’omelia, con tutto quello che sta accadendo, lei si è soffermato sulla violenza contro le donne.
«In una fase acuta dello scandalo della pedofilia, qualcuno forse ricorderà, perché la cosa ebbe una certa risonanza nei media, che dedicai al tema un discorso alla Casa Pontificia nel quale bollavo questa piaga con parole durissime e chiedevo alla Chiesa di dedicare un giorno di penitenza e di preghiera per solidarietà verso le vittime. Nello stesso discorso del Venerdì Santo, del resto, parlavo anche della violenza sui bambini di cui "si sono sciaguratamente macchiati non pochi membri del clero". Ma pochi, evidentemente, hanno sentito il bisogno di leggere il testo».

Gian Guido Vecchi           corriere.it               inserito da michele de lucia




Inserito da:
Michele De Lucia - michelepositano58@libero.it

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