
Giuseppe Liuccio su Stefano Della Pietra
"Maiori duemiladieci" è il titolo di una plaquette che Stefano Della Pietra ha consegnato alle stampe da qualche settimana.Ne ha fatto dono agli amici, E' una lunga intervista ,che si avvale delle "provocazioni" di un intellettuale di spessore, il sociologo Andrew Sobel. E' una lettura gradevole, che si snoda lungo un percorso di chiara impostazione politico/sociologica, appunto. Colpisce fin da subito il corredo iconografico, che esalta la città dei ricordi nelle tele dei Maestri "costaioli", quasi a sottolineare il contrasto tra la bellezza sfumata della memoria ed il sacco urbanistico del presente, che ha sfregiato un vecchio borgo di limonicoltori e pescatori con edilizia da rapina. E, alla malora una collettività di contadini di mare e pescatori di montagna con l'anima anfibia tra i terrazzamenti degli agrumeti che cercano il cielo e le colline che s'incurvano sull'acqua, a volte con declivi che scivolano dolci, altre con rocce a catapulta a volo d'abisso, con la religione degli attrezzi del mestiere, la vanga ed il remo.Fu l'alluvione del 1954 a cambiare il volto alla città, per inadeguatezza culturale degli amministratori come per la logica dissennata dello sviluppo edilizio imperante all'epoca. E l'autore lo riconosce con onestà intellettuale che gli è propria. Stefano Della Pietra costituisce una pagina di storia di Maiori in Costiera amalfitana per tradizioni familiari e personali. E sul filo di quella storia si muove la sua analisi focalizzando, soprattutto, gli ultimi dieci anni che lo hanno visto sindaco, come è logico e naturale che sia. Si sofferma sulle difficoltà, sulle incomprensioni, a volte, del suo stesso elettorato, sulla incapacità delle opposizioni, interne ed esterne al Concsiglio Comunale, di proporre una progettualità alternativa, puntanto più sulla protesta che sulla proposta, appunto. E la città, alla moviola dell'amarcord, cambia volto con la spianata del lungomare, il porto, il piano spiaggia, le pedonalizzazione del Corso Reginna, l'acquisizione e l'utilizzo del Palazzo Mezzacapo, la difficile trasformazione della sue attività nell'ottica di una città turistica a tutto tondo.Il turismo, appunto. Stefano coglie ed esalta questa vocazione della sua città, come storia, tradizione, cultura, bellezze paesaggistiche le consentono e consigliano. Ed accenna, anche se di sfuggita, alla necesità di qualificare, diversificare e destagionalizzare l'offerta per esere competitiva sui mercati, che diventano ogni giorno sempre più esigenti. Maiori ha un turismo relativamente giovane rispetto alle più gettonate Amalfi, Ravello e Positano, ma può vantare una posizione geografica strategica rispetto al resto della Costiera, un litorale ampio, una costa lunga e frastagliata tra picchi ad esplosione di macchia mediterranea e cale in cui si è ossificata la grande storia, che riecheggia nel cuore delle grotte, un fiume che è nastro azzurro di memorie e tradizioni e che s'imbuta nella valle ad esaltare le protondustria tra manufatti di mulini, cartiere e ferriere fin lassù al varco luminoso del Chiunzi, quasi a reclamare un processo di osmosi e di interscambio tra mare e monti in una sinergia feconda tra due comunità contigue:Tramonti e Maiori, appunto. E manca nell'analisi di Stefano, proprio questo respiro di futuro, della necessità di andare "OLtre Maiori", nella prospettiva di creare una "Città/comprensorio:Costa di Amalfi" a parte qualche fugace accenno. Così come manca una testimonianza al lavoro costante degli operatori, che hanno impegnato risorse e capacità professionali per dotare il territorio di una discreta e per buona parte efficiente rete di strutture dell'accoglienza e della ristorazione. Ed è sottaciuta o, comunque, poco esplicitata la necessità di privilegiare l'offerta turistica in chiave culturale per recuperare storia, arte e monumenti, di cui è ricca la città soprattutto di quel che resta del suo centro storico. E ancora c'è soltanto qualche accenno alla necessità di dilatare l'offerta turistica spalmandola sulll'intero territorio comunale, coinvolgente in sinergia virtuosa le frazioni, a cominciare da Erchie, uno straordinario gioiello di mare, per finire a Ponte Primario, che, come da nome, conserva le radici della comunità. Ma probabilmente Stefano non lo ha fatto, non perchè non ne sia consapevolmente convinto, ma per lasciare spazio alla creatività di una squadra che raccoglie la sua eredità e che è impegnata in una non facile battaglia per la successione
Comunque una cosa è certa:a lettura ultimata della plaquette vien voglia di sottolineare subito che per Stefano "la politica è stata fredda e lucida razionalità animata da passione civile volta concretamente a migliorare la realtà" e l'ha testominiata, pur tra luci ed ombre, come è nella natura di chi si trova ad amministrare la Cosa Pubblica in una cittadina nel pieno della sua trasformazione per darsi una nuova identità e proprio per questo non facile da amministrare.
Giuseppe Liuccio
g.liuccio@alice.it