
Racket
Nei pizzini di De Feo agli affiliati le «regole» da seguire
SALERNO — Un boss non smette mai di fare affari. Neanche quando è in galera. Impartisce ordine tramite «pizzini» e scrive lettere per dettare direttive a chi è ancora in libertà. Come Antonio De Feo, 46 anni, a capo dell’omonima famiglia di Bellizzi, rinchiuso nel carcere di Monza dallo scorso ottobre e raggiunto da una seconda ordinanza di custodia cautelare emessa l’altrieri dal pubblico ministero della Dda di Salerno Maurizio Cardea. Nelle maglie della magistratura finiscono di nuovo i suoi affiliati, Giuseppe Capo, 32 anni di Perito, e Alfonso Salvatore, 42 anni di Battipaglia (entrambi in carcere). Ma l’inchiesta anticamorra dal sostituto procuratore non si ferma qui. Gli inquirenti sono sulle tracce di altri presunti affiliati che, durante il periodo di reclusione del boss, vigilerebbero sugli affari criminali della famiglia De Feo. La seconda inchiesta della Dda di Salerno parte una settimana dopo l’arresto del capoclan, quando i carabinieri di Battipaglia diretti dal capitano Giuseppe Costa eseguono un mandato di perquisizione nella cella di Antonio De Feo. Il boss è ancora rinchiuso a Fuorni (poco dopo sarà trasferito a Monza insieme al suo braccio destro Giuseppe Capo). Dalla perquisizione spunta una lettera di quattro fogli e una decina di «pizzini». La lettera è un vero e proprio manuale, che i suoi affiliati devono seguire alla perfezione.
«Quando entrate in un negozio, chiedete del proprietario e portategli i miei saluti», comincia così la lettera che Antonio De Feo non è riuscito a terminare a causa dell’intervento dei carabinieri. Il boss ha elencato, però, sette punti fondamentali. Non è stabilito un giorno o un orario preciso per andare a riscuotere, l’importante è non andare mai da soli: «Bisogna sempre andare insieme, anche due persone bastano». Vietato fare il nome del boss, «basta quello della famiglia, così si capisce per chi state lavorando». Si può anche andare sotto casa della vittima «così l’intimidazione è più forte». Solo in un caso è la vittima a recarsi a casa dell’affiliato «quando - cioè - si è concordata la dilazione del pagamento». Non essere minacciosi, almeno alla scadenza della prima rata «ma, prima di andar via, salutare con un sorriso beffardo stampato sul viso». Altrimenti si passa alle minacce: «ti faccio saltare il negozio e faccio una strage con la tua famiglia». Conservare un quaderno, in cui appuntare tutte le generalità della vittima: nome, cognome, indirizzo, somma di denaro e tempi concessi per la restituzione.
Evitare di arrivare alla violenza fisica, salvo casi estremi o iniziative personali. Come, sostengono gli inquirenti, quella messa in atto da Alfonso Salvatore ai danni di un barista, che, colpevole di non poter restituire i soldi, fu ferito con un bisturi alla gamba. Il collegamento tra De Feo e Alfonso Salvatore è racchiuso tutto nei dieci pizzini trovati a casa del pregiudicato di Battipaglia, un mese dopo la perquisizione nella cella di De Feo. Sui fogli di Salvatore erano appuntati gli stessi nomi che spuntavano nel libro mastro di Antonio De Feo. Tra di essi comparivano anche le generalità dei quattro commercianti di Battipaglia, dalle cui denunce poi è scattata la seconda inchiesta. Due baristi, un imbianchino e un macellaio: tutti debitori di cinquemila euro, che con il passar del tempo e l’applicazione di un tasso usurario del 20%, avrebbero dovuto restituire al clan camorristico quasi 20 mila euro in un anno. L’imbianchino avrebbe pagato il suo debito privandosi della sua auto, una X5, che faceva gola a Salvatore. A chi fosse indirizzata la lettera è il nodo centrale su cui si stanno concentrando le indagini. Scartato Giuseppe Capo, perché all’epoca in carcere, la magistratura si focalizza su altri uomini sparsi su tutto il territorio a sud della provincia di Salerno. Con uno sguardo particolare al Cilento, dove De Feo e Capo erano riusciti a imporre le proprie leggi criminali.
Angela Cappetta Corriere del Mezzogiorno inserito da Michele Pappacoda