
Daniel Oren
Paolo Isotta, nell’introduzione del libretto della terza stagione di Salerno Concertistica, promossa dall’Ente Filarmonico per il Mezzogiorno di Vittorio e Giulia Ambrosio, che si svolse in duomo nell’inverno del 1991, scrisse: “Salerno è città di così rilevante peso economico, di così florido sviluppo, da doversi ormai dotare di un apparato culturale corrispondente alla forza economica e politica; la musica, che adesso nessuno considera più cosa voluttuaria e d’intrattenimento è, fra tutte le attività di cultura, quella più trascurata dalla tradizione cittadina”. Sono dovuti trascorrere vent’anni da quell’inverno, tredici dalla riapertura, a pieno regime, del massimo cittadino per avere un cartellone lirico finalmente libero da Traviate e Bohème, con un Daniel Oren che, giunto alla sua quarta stagione alla direzione artistica del Verdi, validamente supportato da Antonio Marzullo e Rosalba Loiudice, ha deciso di ingaggiare una vera e propria battaglia contro la pigrizia intellettuale di una parte del potenziale pubblico, nell’interesse dello stesso. L’ inaugurazione è fissata per il 14 aprile con “Un ballo in maschera”, il Tristan und Isolde di Giuseppe Verdi. La definizione di Massimo Mila è perfettamente calzante per quest’opera che è un puro, esclusivo, poema d’amore, in cui Amelia e Renato non hanno un volto, sono larve che viaggiano sul filo dell’invenzione musicale, una corrente magnetica, appassionata che passa fra i due personaggi, i quali sono semplicemente simboli e poli dell’eterno sentimento amoroso. Un passo indietro con il ritorno del Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini e il suo Figaro, erede dei vecchi, pungenti personaggi abbastanza libertini del Settecento, ritorna con maschera più ridanciana, vero ciclone meridionale che ammucchia in fretta parole su parole per avere sempre ragione, insieme agli strumenti anch’essi protagonisti della vicenda, come i cantanti in palcoscenico. Ed ecco un’altra novità, l’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti che concluderà il maggio salernitano, con la sua sublimazione d’amore di Nemorino, attraverso quel romanticissimo dolore della felicità, rappresentato dalla celebrata romanza “Una furtiva lagrima”, il tutto incorniciato da quella rustica aria di paese, che l’orchestrazione, dalla fiducia illimitata nella profondità della melodia, rende ancora più agreste. “Dopo San Matteo s’perde ‘o suonno” e il 22 settembre ci ritroveremo in teatro per il Roméo et Juliette di Charles Gounod, una collana di momenti musicali e di intermezzi strumentali nei quali la riduzione borghese di un illustre argomento letterario raggiunge i vertici del disimpegno eufonico e virtuosistico. Il titolo salva-incassi non poteva mancare: “Si avvicina leggera, morbida, con cortesia….La sua serenità è africana, la sua felicità è breve, improvvisa, senza remissione. L’amore come fatum, fatalità, cinico, innocente, crudele”. E’ Friedrich Nietzsche che definisce, per impressioni, l’effetto di Carmen, la cui tragedia che si consuma sullo sfondo di una corrida, in pieno sole, dove la morte non ha dove nascondersi, ritornerà trionfante, in ottobre, nel nostro massimo, non prima, però, di aver applaudito Roberto Bolle e il corpo di ballo del teatro di San Carlo nella particolare Giselle coreografata da Mats Ek. Altri due titoli veramente coraggiosi andranno a sigillare la stagione del Verdi: la “Francesca da Rimini” di Riccardo Zandonai e la “Luisa Miller” di Giuseppe Verdi. Con Zandonai, ci troveremo dinanzi ad una miniatura erotica ed eroica, giocata fra amore e guerra, illuminata da una ricchezza timbrica che sottolinea gli snodi psicologici del dramma, tra stilizzazione di figure e persuasione di verità umana, mentre, in Luisa Miller, verremo posti dinanzi ad una nuova finezza del pensiero musicale verdiano, una nuova concentrazione di elementi lirici all’interno dello schema drammatico, in sostanza, una più completa risoluzione del dramma in termini di musica pura. Panorama davvero composito questo schizzato da Daniel Oren, in cui s’ inserirà una prestigiosa stagione di concerti, a cominciare dal 19 aprile, che culminerà con la performance della Israel Philarmonic Orchestra, al quale non possiamo che plaudire, per aver finalmente preso la decisione di uscire dalla più stretta routine, pur con una maggior riserbatezza dei mezzi, ponendo il pubblico, a questo punto possiamo azzardare di una non più così lontana “Piccola Salisburgo”, dinanzi a maggiori difficoltà di linguaggio, senza temer di “nuotare contro il torrente” (Giordano Bruno). Da Verdi a Manzoni il passo è breve e a voler fare con o senza amarezza dell’ autoironia, il nostro Oren potrebbe paragonarsi a donna Prassede: “Si sa che agli uomini il bene bisogna, le più volte, farlo per forza”.
Olga Chieffi
(editoriale di Cronache del mezzogiorno" del 10 marzo 2010)