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10/03/2010

Il Pata pata di BlackOut

Antonello De Rosa
Antonello De Rosa


Ottimo concorso di pubblico venerdì sera al massimo cittadino per lo spettacolo di Andrea Manzi e Peppe Lanzetta dedicato a Miriam Makeba

 

Il negro come schiavo è una cosa, il negro come cittadino ne è un’altra. La discriminante tra queste due condizioni è sempre stata la musica, la parola musicale, la percussione sacra. Venerdì sera un teatro Verdi, affollato come non mai per uno spettacolo di prosa, ha vissuto l’anteprima nazionale di BlackOut, un oratorio laico, composto da due video di Michele Schiavino, dalle quattordici stazioni di una via Crucis nera, realizzata da Andrea Manzi, recitata magistralmente da Mariano Rigillo, tratta dal suo ultimo volume “Morire in gola”, da due estratti di Malaluna, affidati ad Antonello De Rosa e Peppe Lanzetta, dalle musiche del MusicAteneo Percussion Ensemble diretto da Paolo Cimmino e dalle coreografie della Comunità Senegalese, per la regia di Pasquale De Cristofaro. Lo spettacolo di denuncia vorrebbe fare iniziare quel cammino del negro da schiavo - ovvero da quegli scheletri di cemento dove sono costretti a vivere, con le finestre, come occhi vuoti, annuncianti da lontano un paesaggio spettrale e il mondo livido di morte di rifiuti umani, vite di scarto abbandonate al loro destino come la spazzatura putrefatta che è dovunque, d’ intorno. Rimasugli di cibo, cessi sbrecciati, tavoli senza gambe, copertoni d'auto bruciati, vetri rotti, la tappezzeria di un'auto, scarpe senza tacco, un rugginoso schedario, preservativi - a cittadino riconosciuto, una strada ardua irta di ostacoli, a cominciare dal colore della pelle, dalla lingua, chissà forse sulle tracce della memoria delle nostre lotte bracciantili degl’inizi del secolo scorso, quando erano i contadini del Sud, gli stessi mezzadri, le donne a trovarsi nelle condizioni attuali dei fratelli neri. Andrea Manzi, attraverso l’interpretazione di Mariano Rigillo, un vero sacerdote del palcoscenico, descrive e condanna una folle società degli orrori, in cui  è scomparso ogni gesto di solidarietà, la capacità della nostra collettività, prigioniera del potere, di partecipare al dolore degli altri. Ogni tentativo di ribellione per i neri, tende a profilarsi come via di fuga senza speranza, quasi in un clima di perdita della memoria e sospensione della storia. Ma l’arte, la musica, la danza volano alte sul mare dell’indifferenza, del pregiudizio e dell’intolleranza e il suono del tamburo, evocato dall’ensemble di percussioni di Paolo Cimmino, riesce a dire il Nommo, ovvero a liberare quella forza motrice che, ad ogni energia dà vita ed efficacia. Le formule estatiche di percussione sono le parole nommo dei Loa, parole in virtù delle quali il danzatore viene nominato Choual, ovvero l’incarnazione di un antenato. I tamburi di Cimmino, sono stati chiamati a dire il Nommo, o, meglio il symbolon, la parola che crea, la parola che deriva il suo potere dalla Parola Originale, come Meister Eckart, la parola che dà la possibilità all’uomo di andare oltre, oltre i propri limiti, di diventare un dio. La liberazione degli amici neri, dall’asfissia delle serre, dalla ghettizzazione delle città, dai nostri pensieri razzisti, potrà avvenire allora, attraverso il Pata Pata di Miriam Makeba, una frase di tamburo, un passo di danza, in assenza di quell’universale, che si dimostra irraggiungibile, ove tutto si equivale e nulla vale, aprendo la porta all’indifferenza, male della nostra società, che indirizza all’incultura e all’assenza di critica e dialogo. I nostri sono tempi, tempi USA e getta (anche la coscienza e i sentimenti: “disvivere più che vivere”), caratterizzati dalla caduta di ogni garanzia istituzionale, di ogni autorità, di ogni protezione, dalla vita quotidiana intesa come consumo veloce, consunzione oscura, spendita e ricarico inerti, abbandono, cieca soddisfazione-sopraffazione. Come salvarci dall’indifferenza? Umanizzando le occasionali emozioni. Non v’è infatti “fenomeno”, ovvero “vissuto”, emozionale e non, che non sia tale perché è sentito come “mio”, proprio di un sé. Movendo le emozioni, anche solo attraverso il fraseggio di un tamburo, e ritrovandosi in esse, i rapporti saranno nuovamente possibili, grazie alla differenza e al dialogo, che si risolverà in discorsi d’Amore, unico viatico valido per il futuro dell’ Umanità: “Sat wuguga sat ju benga sat si pata pata …..”.

Olga Chieffi

 

 




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