Sàntolo Cannavale - Con l’approvazione da parte dei Consigli di amministrazione di Banca
Intesa e Sanpaolo del 26 agosto 2006 sono avviate le procedure per
realizzare il progetto di fusione tra le due realtà bancarie.
Dall’
integrazione deriverebbe un gruppo con oltre 6000 sportelli in Italia
ed 86.000 dipendenti, una quota di mercato superiore al 20 per cento in
40 province italiane su 103, la presenza complementare in 10 paesi del
Centro-Est Europa attraverso 1400 filiali, la possibilità di conseguire
nel 2009, secondo le previsioni, un utile netto di 7 miliardi di euro.
Esso beneficerebbe a regime di economie gestionali (75% di minori costi
e 25% di maggiori ricavi) per 1,3 miliardi di euro, dopo aver
sopportato oneri per l’integrazione stimati in 1,5 miliardi di euro. Le
attività di bilancio assommano a 545 miliardi di euro e la
capitalizzazione di mercato congiunta supera i 60 miliardi di euro.
E’
lunga la lista di quanti hanno applaudito, al solo annuncio, per la
maxi operazione.
Tra le poche voci discordanti, quella di Codacons che
il 25 agosto (notizia Radiocor) ha chiesto un provvedimento urgente
dell’Antitrust e della Banca d’Italia per fermare l’operazione. Secondo
l’Associazione la fusione non offrirà alcun beneficio ai consumatori
italiani, anzi, rafforzerà sempre più il regime oligopolistico delle
banche nazionali.
L’Associazione presieduta da Carlo Rienzi ha
sottolineato che le condizioni economiche praticate alla clientela in
Italia sono le peggiori in Europa e, riducendo sempre più la
concorrenza con la creazione delle super-banche, verrà sempre più a
mancare l’offerta che può creare la concorrenza reale in questo
settore.
E’ da rilevare, in ogni caso, la logica infernale che spinge
molte aziende, operanti in campo finanziario, ma anche industriale e
dei servizi, a cercare dimensioni sempre più consistenti (e per questo
non sempre gestibili) per sfidare il mercato.
Non è agevole dare
giudizi su progetti di questa portata. Sono tanti gli interessi in
gioco e non sempre sono orientati nella medesima direzione, a partire
dal posizionamento e dagli obiettivi più o meno comprensibili dei
maggiori azionisti coinvolti e dalle aspettative dei dirigenti che
supportano il processo di trasformazione. Le organizzazioni si muovono
con le gambe degli uomini ed è prevedibile da parte degli stessi la
difesa della propria posizione nelle fasi che accompagnano l’
accorpamento aziendale. Il progetto delineato inevitabilmente
stravolgerà il destino di molti addetti, mortificando ed espellendo
risorse ancora valide, come già ampiamente sperimentato in analoghe,
precedenti circostanze. E’ la conseguenza di processi che il sistema
capitalistico tende comunque a superare.
Nel caso della progettata
fusione Intesa-Sanpaolo, gli uomini al vertice delle due strutture
hanno previsto per se stessi adeguata sistemazione mediante l’adozione
del provvidenziale sistema di gestione duale (dual governance) che
prevede la creazione di due consigli, di sorveglianza e di gestione, ai
cui vertici siederanno rispettivamente Giovanni Bazoli, attuale
presidente di Banca Intesa ed Enrico Salza, attuale presidente
Sanpaolo.
A seguire è assicurata la sistemazione degli altri
esponenti di vertice. Questi saranno innanzitutto diretti portatori
degli interessi degli azionisti di maggioranza, pur con le ridotte
quote di partecipazione al capitale : Crèdit Agricole S.A. 9,1%;
Fondazione Sanpaolo 7%, Fondazione Cariplo 4,7%; Gruppo Generali 4,9%;
Banco Santander 4,2%; Fond. C.R. Bologna 2,7%; Gruppo Lombardo 2,5%;
Fondazione Cariparma 2,2%; Caisse Nat. des Caisses d’Epargne 0,7%.
A
proposito dell’innovativo modello di gestione ipotizzato per il nuovo
polo bancario, alcuni giuristi lo ritengono solo formalmente
dualistico, ma nella sostanza accentratore. L’assemblea dei soci
verrebbe svuotata di ogni attribuzione operativa, riservandole solo
quella di nominare o revocare i componenti del consiglio di
sorveglianza e deliberare sui loro compensi e sulla distribuzione degli
utili. L’assemblea, in base alla specifica normativa non approverebbe
più il bilancio, rientrando tale importante attribuzione tra le
incombenze dello stesso consiglio di sorveglianza.
In tale contesto,
appaiono scarsamente tutelati gli interessi dei piccoli azionisti i cui
titoli formeranno l’ampio flottante sul mercato pari al 59 per cento
del capitale della nuova realtà bancaria.
Dopo le autorizzazioni di
Antitrust, Banca D’Italia ed ISVAP, gli azionisti di Banca Intesa e
SPIMI, convocati in assemblea straordinaria, saranno chiamati ad
approvare il progetto d’integrazione ed in quella sede gli stessi, se
ben preparati ed organizzati, potranno far valere le loro ragioni, se
contrastano con quelle degli azionisti di controllo e del management in
carica.
Meriterebbe di essere approfondita l’operazione con la quale
Banca Intesa nel corso del 2005 ha ceduto, di fatto, la propria massa
di raccolta gestita ai francesi di Crédit Agricole. NEXTRA Investment
Management (Gruppo Intesa) nella misura del 65% del capitale è stata
ceduta al Crédit Agricole (Bilancio 2005 Banca Intesa pagg. 18 e 88) ed
inglobata nella società CAAM SGR (Crédit Agricole Asset Management
SGR). Dal marzo 2006 Banca Intesa ha assunto una quota minoritaria del
35% del capitale di CAAM SGR. La gestione di quest’ultima, ovviamente,
è in mano ai francesi che si sono assicurati la distribuzione dei
propri prodotti (fondi d’investimento) attraverso la rete di oltre 3000
sportelli di Banca Intesa per un periodo di 12 anni. Per la cessione di
NEXTRA, Banca Intesa ha incassato da Crédit Agricole 1.340 milioni di
euro, contabilizzando nel proprio bilancio 2005 un ricavo straordinario
pari a 682 milioni di euro.
A parte le possibili considerazioni sulla
bontà della strategia seguita per razionalizzare il comparto di
raccolta gestita, per la posizione di Crédit Agricole, primo azionista
di Banca Intesa con il 17,84 per cento del capitale, è possibile
ipotizzare un conflitto d’interessi nell’assunzione di decisioni
riguardanti la fusione, dal momento che la banca francese dispone dell’
imponente carico di raccolta gestita (circa 70 miliardi di euro)
rastrellata in Italia attraverso gli sportelli di Banca Intesa. La
circostanza non le consentirebbe di assumere atteggiamenti
“disinteressati” .
La comparazione dei dati di bilancio 2004 e 2005 di
Banca Intesa non aiuta a comprendere alcuni passaggi gestionali.
Il
bilancio 2005, tra la raccolta indiretta da clientela (288 miliardi di
euro) annovera raccolta gestita per 59 miliardi di euro. Allo stesso
tempo riclassifica la raccolta gestita 2004 in 51 miliardi di euro,
utilizzando i principi contabili IAS 39.
Il bilancio 2004 di Banca
Intesa evidenzava, nell’ambito della raccolta indiretta da clientela
(293 miliardi di euro) raccolta gestita per 117,9 miliardi di euro,
ridotta a 51 miliardi in sede di bilancio 2005, con una differenza di
66,9 miliardi di euro che corrisponderebbe alla dote di NEXTRA nel
passaggio a CAAM SGR.
Non è un buon esempio di trasparenza contabile.
La riclassificazione IAS 39 nel caso specifico contribuisce a
confondere le idee.
Difficilmente dalla lettura del bilancio 2005,
così come articolato, si evince la fuoriuscita di circa 67 miliardi di
euro di raccolta gestita dal Gruppo Intesa, nonchè il trend
insoddisfacente dello specifico comparto.
Crédit Agricole ha vitale
interesse a difendere la sostanziosa situazione di fatto e, con la
fusione ipotizzata tra Intesa e Sanpaolo, tenderà ad utilizzare la
propria posizione di forza, che va oltre la mera partecipazione al
capitale, per attrarre nel suo raggio d’azione anche la raccolta
gestita del Gruppo Sanpaolo.
Va sottolineato per inciso che, a
partire dal 2001 il Sanpaolo è ulteriormente cresciuto nello specifico
comparto di raccolta gestita anche per il consistente apporto di
risorse finanziarie portate via dal Mezzogiorno attraverso la fitta
rete dell’ex Banco di Napoli.
Intesa e Sanpaolo assieme detengono
attualmente, nel comparto di raccolta gestita, una quota di mercato del
32,4%, rispettivamente 14,3 e 18,1 per cento: è la più alta tra tutti i
comparti trattati. La distanza dal secondo operatore italiano -
Unicredit - è di oltre 17 punti percentuali.
Le considerazioni sopra
svolte danno consistenza al possibile conflitto d’interessi di Crédit
Agricole su cui, eventualmente, è opportuno soffermarsi e meditare, a
meno che non siano già predefiniti accordi di massima che vedano CAAM
SGR destinataria di tutta la raccolta gestita del costituendo nuovo
gruppo bancario.
Il Banco Santander, primo socio privato del Sanpaolo
con una partecipazione al capitale dell’8,4% e con prevedibili
ambizioni di crescita, si vede proiettato nel folto numero di azionisti
del maxi-gruppo con quota azionaria dimezzata, più lontano dalle
possibili leve di comando. Pur dicendosi favorevole all’operazione di
fusione, la banca spagnola manifesta la propria insoddisfazione con
riferimento al rapporto di concambio calcolato dai consulenti, pari a
3,115 azioni Intesa per un titolo azionario Sanpaolo, ritenendolo
sfavorevole. E’ una presa di posizione che le consente di guadagnare
tempo, di valutare le opportunità ed utilità di intervento e di alzare
il prezzo nel caso di abbandono (indesiderato) della consolidata
posizione.
Ho evidenziato le precedenti considerazioni sul mio sito
internet il 2 settembre 2006. Le ritengo tuttora valide, in mancanza di
un chiaro piano industriale a supporto della complessiva operazione di
fusione, salvo la possibile estromissione dal nuovo gruppo di oltre
8.000 dipendenti - circostanza riportata a più riprese dalla stampa
nazionale - e in attesa della necessaria approvazione da parte delle
assemblee dei soci.
Sàntolo Cannavale
www.santolocannavale.it