Perchè AVATAR di James Cameron resterà nella storia del cinema nonostante i molti limiti
Shakespeare aveva già capito tutto quando, nella Tempesta ( c'è anche un film psichedelico: The Prospero’s book di Peter Greenaway) faceva affermare al suo Prospero che "noi umani siamo della stessa materia di cui sono fatti i sogni". O perlomeno aspiriamo a diventarlo. In fondo non è di questo che parla Avatar? Sono andato a vederlo con molta curiosità e James Cameron nel realizzare il film più costoso della storia del cinema ( si è parlato di 400 o 500 milioni di dollari per realizzarlo), dopo averci fatto inforcare gli occhialini, ci precipita letteralmente in un sogno abitato da creature da sogno. Un trip lisergico dai suoni amplificati, fatto di voli mozzaffiato in burroni abissali o tra montagne fluttuanti in un’atmosfera rarefatta, tra piante del sottobosco che ricordavano i brachiopodi, le meduse, gli onicofori e le spugne dei mari del cambriano o la vegetazione gigantesca del Carbonifero, tra felci arboree e pteridosperme equisetali. La tecnologia di AVATAR introduce al cinema post-umano: un cinema che fa a meno della fisicità degli attori, che già in fase di realizzazione del film diventano degli avatar che a loro volta interagiscono con figure di computer graphic. Il film elabora un tipo particolare di tridimensionalità, che va in direzione opposta di quella proiettiva: per intenderci, quella che spinge gli oggetti verso lo spettatore elabora una tridimensionalità della profondità di campo, creando un vero e proprio universo esperibile illusoriamente: un’esperienza autenticamente allucinogena. In questo modo ci si sente immersi nel pulviscolo della foresta e si ha la netta sensazione di sprofondare i piedi nell’humus del sottobosco. Fatta questa premessa doverosa e necessaria si può, senza ombra di dubbio affermare che il film, da questo punto, di vista è un capolavoro, ma basta solo questo per fare di un film un prodotto memorabile? James Cameron è, tra le altre cose, laureato in fisica ed io francamente mi sarei aspettato una storia che fosse all’altezza di una laurea in fisica e della tecnologia profusa nel film. Invece la storia – e questo a mio avviso è il limite del film- è banalmente scontata e ripete il clichè dei film storici dell’epopea del west, con le tipologie classiche dei soldati americani portatori di sterminio, che invadono le terre dei nativi, con un pentito che si redime e sposa la causa degli oppressi perché si innamora della figlia del capo indiano. E’ una storia che abbiamo già visto in Soldato blu un film del 1970, diretto da Ralph Nelson oppure in un altro film sempre del 1970 che è Piccolo grande uomo di Arthur Penn. Nel primo tempo, per me il migliore, sprofonda lo spettatore in un universo bruniano e spinoziano nel quale natura naturans e natura naturata costituiscono il flusso di una rete di sinapsi nel quale si trasmette non solo l’energia, ma la memoria stessa di tutte le informazioni prodotte dal vivente. Nel secondo tempo invece cede il passo ad un’azione troppo déja vu : il colonnello dei marines è sempre torvo e sta sempre con una tazza di caffè nero in mano anche quando coordina le operazioni di attacco. I robot di ferro sono troppo simili a Mazinga Ufo Robot . L’attacco degli elicotteri è troppo Apocalypse Now . Insomma io mi aspettavo una trama narrativa e un universo simbolico meno scontati. I Na'vi sono troppo simili nella gestualità ai nativi americani e il loro linguaggio è troppo simile al Nauahtl della mesoamerica o alle lingue polinesiane al quale si è ispirato Edward Finegan docente di linguistica alla University of Southern California. Dai primi fotogrammi del film il pianeta Pandora mi ha riportato alla memoria la città di Arborea degli uomini falco del Pianeta Mongo di Flash Gordon, la strip anni ‘40 di Alex Raymond. Ok, sono citazioni importanti e piacevoli da ritrovare, ma io con una tecnologia visiva così raffinata mi sarei aspettato anche una storia concettualmente complessa. Così non è, ma nonostante questi limiti, James Cameron ci ha regalato 160 minuti di magia visiva attraverso una favoletta semplice e questa forse poi è la vera forza del film. D’altra parte la semplicità non è mai stata nemica del cinema, nè lo sarà mai.
Scrive Valentina d’Amico su Aprile on line: “Se dal punto di vista visivo la scommessa di James Cameron è pienamente riuscita, lo stesso non si può dire sul piano narrativo. Uscendo dalla sala, lo spettatore non può fare a meno di realizzare che quella a cui si è trovato ad assistitere è un'immensa fiaba ecologica, neppur particolarmente originale, della durata di due ore e quarantacinque”. Mi sento pienamente di condividere questo giudizio ma mi sento anche di aggiungere che l'entusiasmo che si percepisce per il film è tutto vero. Un film simile non si è mai visto. Un film che è un "pastiche" di generi e di storia del cinema che solo uno come Cameron poteva realizzare. Nonostante le lacune di cui questo film è colpevole, sopratutto nella costruzione dei personaggi (poco approfonditi) e della trama poco originale esso resterà una pietra miliare nella storia del cinema che riqualificherà l'importanza dell'estetica del grande schermo, in un'era dove è possibile guardare un film su un iPhone" o su You tube.