Siamo tutti dei nomadi
In questo primo scorcio dell’anno vorrei soffermarmi a parlare della felicità o meglio di quello spasmodico desiderio di felicità che è nascosto dentro ognuno di noi, e che fortunatamente in alcuni non muore mai, nonostante tutto. La felicità è quella cosa che quasi sempre arriva nel silenzio , sgorga spontaneamente come fa un fiore nel deserto,e anche se in fondo dovrebbe essere uno stato naturale permanente nell’uomo, noi continuiamo a intossicarla e ad allontanarla, riempiendoci di schemi, d’aspettative, di false credenze e di paure di ogni genere. “Ogni felicità è un capolavoro”, scrisse una volta Margherita Yourcenar, quasi a voler sottolineare che invece il male è quel qualcosa di mal riuscito,che non dà felicità e che porta dolore prima di tutto a chi lo fa. Il bene al contrario è quello che dà gioia e pace,è come l’amore che tanti purtroppo non sperimentano nella loro esistenza( al contrario,ahimè, del male) perché non a tutti è dato di conoscere la meraviglia di questo sentimento capace di renderci “un capolavoro” agli occhi di chi ci ama. Troppi sono senza felicità oggi e troppi vagano nel vuoto dell’essere ,pieni solo di un avere che non riesce a riempire il cuore e tantomeno lo spirito. Il mondo nel quale stiamo vivendo, apparentemente sempre uguale nel bene e nel male, cambia e si trasforma velocemente, divorando quelli che non si adattano e il singolo uomo è paragonabile ad un nuotatore che rischia di annegare in ogni momento nel mare della precarietà e della mobilità.
Dopo una modernità cosiddetta “stabile” con i suoi dogmi, i suoi profeti, con i grandi castelli ideologici sta instaurandosi oggi, nel nostro ricco Occidente, una modernità “fluttuante” dove nulla è più fisso, nulla è più sicuro, tutto è sfuggente, provvisorio, inafferrabile. Siamo dei nomadi globali, sperduti in una società dai mille contatti che ci rendono dei solitari nel mercato del villaggio mondiale, tristi e impauriti ,e sempre più senza legami, certezze o punti di riferimento forti. Non più pellegrini che sanno da dove sono partiti e dove stanno andando, ma erranti , senza meta e senza strada, senza passato, e paradossalmente senza futuro. Siamo in una società fatta di esploratori del fuori ma di spaesati del dentro , che sembrano non avere più alcun ideale per cui valga la pena morire.
Mi viene in mente allora il mito di Narciso, giovane bellissimo, innamorato della sua avvenenza fino al punto da non comunicare con altri se non con la sua eco e morto tra le acque gelide di un lago, nel tragico desiderio di abbracciare la propria immagine. E penso a Gesù ,l’esatto contrario di Narciso, Il Quale continuamente si ripresenta a chi lo cerca come l’Essere controcorrente in questa nostra società all’insegna dell’apparire piena solo di divi televisivi e di personaggi da “Grande Fratello” che fanno tanto rumore…per nulla.
In un momento di grande instabilità sociale, di incertezza etica, , credo che proprio l’immagine di Gesù che ci domanda nel vangelo di Marco ( cap.16,13) “ Chi dite che io sia?” possa diventare il solo grande Antidoto contro questo vuoto che sembra aggredirci, Colui che può farci alzare lo sguardo da noi stessi e farci interrogare su di Lui …e per finire “ad hoc” vi lascio con le parole del poeta Eugenio Montale che così ci scrive ,rifacendosi all’episodio evangelico di Zaccheo ( Lc.19) che forse varrebbe la pena rileggere :
” Si tratta di arrampicarsi sul sicomoro
per vedere il Signore, se mai passi .
Ahimè,non sono un rampicante
ed anche stando in punta di piedi
non l’ho visto”
Trudy Borriello
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