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14/11/2009

31-10-2009 IL REGNO DELLE DUE SICILIE PRIMA DELL’UNITA´ (seconda parte)

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Cartiere

 
Tra le duecento fiorentissime cartiere meridionali dell'epoca, ricordiamo quella celebre di Fibreno, la più grande d'Italia e una delle più note d'Europa con 500 operai dove si producevano carta bianca, cartoni e carta da parato, oltre a quelle del Rapido, della Melfa, della costiera amalfitana (che per prime ne avevano appreso l’uso dagli Arabi); nella sola valle del
Liri362, che era il comprensorio più importante del regno, il giro d'affari delle nove cartiere della zona era di 8-900 mila ducati annui grazie agli ingenti investimenti fatti per dotarle delle migliori tecniche dell'epoca. Già ben prima dell'unità, le cartiere avevano destato l’ammirazione dei più grossi industriali del ramo; nel 1829 Niccolò Miliani proprietario delle note cartiere di Fabriano, venne al Sud nella Valle del Liri e si meravigliò di vedere “un foglio di carta come un lenzuolo”, si chiedeva “come diavolo si potevano ottenere formati così grandi." Le cartiere del Sud, grazie all’elevata qualità del prodotto esportavano in misura notevole, oltre che nell’Italia settentrionale, anche a Londra malgrado costi di trasporto assai gravosi. “Strettamente collegate a quelle della carta erano le “industrie” dei libri, le tipografie: oltre 400 i titoli pubblicati annualmente (un vero primato per l’Italia del tempo), 2500 circa gli addetti (113 le stamperie
attive solo a Napoli intorno alla metà dell’Ottocento). Decine i giornali e le riviste scientifiche e culturali anche specialistiche, un centinaio addirittura i giornali e i giornaletti”363   

Industria Estrattiva e Chimica

una miniera di zolfo



Il Sud disponeva dell'importantissima produzione dello zolfo siciliano, che nella prima metà dell'Ottocento copriva il 90% della produzione mondiale e da sola assorbiva il 33% degli addetti di tutta l'industria estrattiva italiana, già nel 1836 si contavano 134 zolfare attive; aveva un peso economico notevolissimo e ancora negli anni immediatamente post-unitari i 2/3 delle esportazioni chimiche vengono dal Sud; non si dimentichi che la chimica industriale dell’800 è
quasi del tutto basata sullo zolfo, specialmente l'industria degli esplodenti per le armi; è pertanto chiaro l’enorme valore strategico di tale produzione ed il conseguente atteggiamento dell’Inghilterra nella questione “degli zolfi siciliani”. A Napoli e dintorni sorsero fabbriche di amido, di cloruro di calce, di acido nitrico, di acido muriatico, di acido solforico ed infine di colori chimici; le risorse del sottosuolo (zolfo, ferro, bitume, marmo, pozzolana, carbone) erano sapientemente sfruttate a livello industriale. Erano presenti anche fabbriche per candele e fiammiferi, le prime avevano una composizione chimica all’avanguardia che permetteva di fornire una luce vivida, non tremolante, senza spandimento di fumo, per questi motivi andarono ad illuminare anche il teatro lirico S.Carlo.
362 Annotazione di V. Demarco, Il crollo del Regno delle Due Sicilie, (Napoli 1960) che parla di 2.000 operai nelle
nove cartiere del Liri. Sul carattere avanzato delle cartiere meridionali v. Barbagallo C., Le origini della grande
industria contemporanea (Firenze 1951), p. 436 (a p. 422 si nota il carattere arretrato delle cartiere lombarde),
Luzzatto G., L’economia italiana dal 1861 al 1894 (Torino 1968).
363 Gennaro de Crescenzo, Le industrie del regno di Napoli, Grimaldi, 2002
 
 

L’Industria conciaria

Era un settore notevolmente sviluppato e di gran pregio, a Napoli, a Castellammare, a Tropea, a Teramo, in Puglia; anche cuoi esteri giungevano nel regno per l’ultima finitura, erano prodotti finimenti di cavalli e carrozze, selleria, stivali, suole per scarpe comuni, cuoi di lusso, esportati in Inghilterra, Francia, America; le concerie censite, nel 1857, erano in tutto 51. Nell’ambito della lavorazione delle pelli ci si specializzò nella produzione di guanti (se ne
producevano il quintuplo di Milano, Torino e Genova messe assieme, nel 1855 si arrivò a 700mila paia annui, seconda produzione europea dopo la Gran Bretagna, nel 1860 a 850mila paia). Questa lavorazione, prevalentemente svolta da personale femminile, attribuirà il nome ad uno dei più popolari quartieri di Napoli, i guanti napoletani erano reputati i migliori d’Europa, costavano meno di quelli prodotti in Francia, per questo si esportavano ovunque, anche in Inghilterra dove l’Arsay, redigendo le leggi del perfetto gentiluomo, asseriva la necessità dell’uso di sei diverse paia di guanti al giorno.

L’Industria del corallo


Particolarmente pregiati i coralli del mare in prossimità di Trapani, della penisola sorrentina, di Capri; erano dei più vari colori, dal bianco marmoreo, al rosso, al nero d’ebano ed erano destinati all’oreficeria e all’ornamento di arredi e oggetti sacri. La pesca era faticosa e pericolosa, era effettuata calando delle reti speciali lanciate in mare con le barche in movimento, quando si impigliavano, si effettuavano varie manovre dei battelli, tramite una specie di argano, riuscendo alla fine ad issare il corallo a bordo; i più arditi erano i corallari di Trapani che riuscivano a sfidare persino i corsari barbareschi, seguiti da quelli di Torre del Greco che vantavano dalle tre alle quattrocento feluche con sette uomini ognuna. Michele di Iorio, insigne autore del “Codice di navigazione“ sotto Ferdinando IV, redasse anche un “codice corallino“ ; fu istituita la “Compagnia del corallo” per eliminare lo strozzinaggio e facilitare il credito, furono fondate fabbriche per la lavorazione a Torre del Greco ed a Napoli. L’industria del corallo era così fiorente che si arrivò in breve a quaranta fabbriche con tremiladuecento operai; fu istituita anche un’apposita fiera, dal primo all’otto maggio di ogni anno, molto frequentata da compratori stranieri.





Saline


Le più grandi erano in Sicilia “nella sola area di Stagnone (bacino marino antistante Trapani) si trovavano trentuno saline con centinaia di mulini a vento (quelli a sei pale in legno di tipo olandese) che davano una produzione annua di ben 110mila tonnellate di sale”364 ed erano le più importanti d’Europa. Notevoli erano anche le saline pugliesi che erano considerate dai Borbone “la perla della loro corona“, soprattutto Ferdinando II le predilesse visitandole più volte e migliorando le condizioni di vita dei salinari tanto che nel 1847, in località San Cassiano, fondò la colonia agricola di San Ferdinando di Puglia, popolandola con i lavoratori delle Saline e distribuendo gratuitamente i terreni ed i capitali per le case popolari; così, in vent’anni, la popolazione locale raddoppiò di numero ad indicare l’aumentato benessere; nel 1879, con regio decreto, le Saline furono ribattezzate “Margherita di Savoia”; il sale della Puglia era molto apprezzato, tanto da essere preferito a quello spagnolo ed era sfruttato sia per scopi alimentari sia per usi industriali.

   

Vetri e Cristalli


A Napoli sorgevano due grandi fabbriche di vetri e cristalli, per le quali si erano fatti venire operai e macchine dall’estero; in breve la produzione del Regno poté competere con quella di Francia e Germania e i quattro quinti della richiesta nazionale erano soddisfatti dall’industria napoletana, parte dei vetri prodotti era esportata a Tunisi, ad Algeri e persino in America. Ci sembra poi superfluo soffermarsi sulla fabbrica di porcellane di Capodimonte (produceva
zuccheriere, ciotole, caffettiere, boccali, tabacchiere, cucchiaini, scatole lavorate, statuine) voluta da Carlo III e famosa in tutto il mondo, era la punta di diamante di 500 industrie di ceramica e materiali edili (comprese le famose piastrelle smaltate di Vietri) che davano lavoro a 36mila operai.
 





Napoli, Capodimonte

 

Agricoltura, allevamento e industria alimentare

 


Circa la produttività della terra i dati 365 indicano che nel 1860 il Sud, che conta il 36.7 % della popolazione d’Italia, pur non avendo nulla che si possa paragonare alla pianura padana produce: il 50.4% di grano, l’80.2% di orzo e avena, il 53% di patate, il 41.5% di legumi, il 60% di olio, favorito in questo anche dal clima che consente spesso due raccolti l’anno; di enorme importanza le coltivazioni di agrumi siciliani e di piante idonee al suolo arido: l'olivo, la vite, il fico, il ciliegio ed il mandorlo 366. Nelle Due Sicilie non si moriva di fame, l’ultima vera grande carestia fu negli anni 1763-64 e successivamente, dai dati dei chilogrammi complessivi prodotti, divisi per numero di abitanti e per i 365 giorni dell’anno si ricava che un meridionale, tra grano e granaglie ha una razione quotidiana di 418 grammi di carboidrati i quali scendono a 270 nella restante parte della penisola che è costretta a ricorrere all’ importazione; la dieta del meridionale dell’epoca era quella tipica mediterranea, ricca di verdura, ortaggi, frutta, pesce, latte e derivati,
pane e pasta.367
364 dalla rivista “Il gommone”, Koster publisher, gennaio-febbraio 2003, pag.107
365 Annuario Statistico Italiano 1864 di Maestri-Correnti riportato in Svimez, “Cento anni di vita nazionale
attraverso la statistica delle regioni”, Roma, 1961; ISTAT, Annuario Statistico Italiano, 1938
366 l’unità di misura di superficie della terra era il moggio, chiamato anche tomolo, equivalente di 33 are, cioè 3.300
metri quadri; l’unità di peso per i prodotti della terra era l’oncia che equivaleva a 26,75 grammi
367 Nicola Zitara, “L’unità truffaldina”, opera inedita pubblicata su “Fora”, rivista telematica: in internet
http//www.duesicilie.org

Particolare risalto è da dare all’opera di re Carlo di Borbone che introdusse una particolare riduzione delle tasse per i proprietari che avessero coltivato i loro terreni ad uliveto, fu così che da ogni albero di ulivo furono tagliati giovani rametti che, piantati nella buona terra pugliese, presto misero radici e oggigiorno di 180 milioni di alberi italiani ben 50 milioni sono localizzati in Puglia facendone la regione olivicola più importante del mondo con il 10% della produzione
totale; un decreto emanato il 12 dicembre 1844 da Ferdinando II prescriveva la necessità di un “certificato di origine“ per l’olio di oliva (una specie di marchio DOC) che era esportato in tutto il mondo, Stati Uniti compresi, rappresentava la metà del valore delle esportazioni meridionali. L’industria alimentare meridionale, nel 1860, contava, nel suo complesso, oltre 1000 opifici.368 Vantava i migliori pastifici d’Italia, in tutto un centinaio, molti dei quali con impianti azionati a vapore (a Gragnano, Torre Annunziata, i comuni della Costiera Amalfitana, Crotone e Catanzaro) che esportavano in molti paesi stranieri compresa Russia, America, Svezia e Grecia e che impiegavano tutta la manodopera locale. Nel Cinquecento e Seicento i meridionali erano definiti sprezzantemente “mangiafoglie” per il loro largo consumo di verdure, dal Settecento i maccheroni divennero un vero e proprio piatto nazionale e nell’Ottocento cominciarono ad essere conditi col pomodoro. Nel 1856 la produzione della pasta meridionale fu premiata all’Esposizione Universale di Parigi, anche se la “cassetta con collezioni di paste”, consegnata dal rappresentante delle Due Sicilie, era, per sbaglio, quella sua personale. Vivacissima era anche l’attività dei caseifici la cui lavorazione riguardava particolarmente il latte di pecora, ma il cui fiore all’occhiello era naturalmente la mozzarella di bufala, presente nelle tavole meridionali fin dal Quattrocento col nome di “mozza”. Numerosissimi gli stabilimenti ittici che sfruttavano l’abbondante pesce pescato di cui il più rinomato era il tonno, solo in Sicilia esistevano 80 impianti (famose le tonnare di Favignana); l’animale veniva intrappolato con reti speciali che lo convogliavano nella “camera della morte”, uno specchio d’acqua delimitato dalle imbarcazioni dei pescatori, lì avveniva il rito della mattanza agli ordini del “rais” (il capo dei pescatori). Fiorentissima l’industria alimentare del pomodoro, famose le fabbriche di liquirizia in Calabria e dei confetti a Sulmona, gli allevamenti delle ostriche le cui tecniche furono insegnate ai francesi.
Un accenno alla pizza che, pur presente da secoli sulle tavole mediterranee, ha celebrato i suoi trionfi proprio nella Napoli capitale delle Due Sicilie; presente anche nella mensa dei re Borbone, questi l’apprezzarono ma non imposero nessun nome di famiglia369. Citiamo anche le distillerie, le 10 birrerie, l’esportazione del vino con una Società enologica che raccoglieva notizie sui siti e sull’estensione delle vigne, nonché sulle quantità prodotte e sui metodi di
coltivazione, essa pubblicava anche un periodico specializzato. Infine segnaliamo la coltivazione e la lavorazione del tabacco dove il Sud è all'avanguardia con la importante manifattura di Napoli che occupa agli inizi degli anni '50 più di 1.700 operaie, poi ridotte per introduzione di macchinari più moderni, che esporta ed è conosciuta in tutta Europa. Quando nel 1887-88 il protezionismo economico chiuderà gli sbocchi esteri, l’agricoltura del Sud subirà un colpo
mortale questa non era, infatti, un’agricoltura di sussistenza e autoconsumo, bensì mercantile, destinata all’esportazione, a quel punto questa enorme massa di operai agricoli non ha più lavoro e non può far altro che emigrare. Per quanto riguarda l’allevamento, considerando il numero dei capi, il Sud è in testa in quello ovino, equino e dei maiali, poco al di sotto del resto dell’Italia per quello caprino e molto al di sotto per quello bovino.370 Tra gli Abruzzi e la Puglia continuava, come fin dall’epoca romana, la transumanza delle greggi che si svolgeva su sentieri chiamati tratturi; regolata da un codice molto particolareggiato, prevedeva il pascolo nel Tavoliere dal 29 settembre all’otto maggio, in
quel mese si svolgeva la grande fiera zootecnica di Foggia alla quale era tradizione partecipasse il Re, vestito alla maniera paesana; per quanto riguarda i cavalli interessante l’allevamento dei siti reali di Persano e di Carditello con una razza che era considerata tra le primissime del mondo.                                                                                     368 A.Mangone, L’industria del regno di Napoli 1859-1860, Fiorentino, 1976, pag. 41
 
 


Il sistema monetario e bancario, il costo della vita, la tassazione, il bilancio statale


120 grana, 1857



Il 20 aprile del 1818 Ferdinando I emanò una direttiva che uniformava il sistema monetario della parte continentale ed insulare del regno delle Due Sicilie; l’unità di riferimento teorico della moneta meridionale, la più solida d’Italia, era il ducato, presente in circolazione come conio di 10 carlini, un carlino equivaleva a sua volta a 10 grana, per cui il grano era un centesimo del ducato; gli “spiccioli” erano rappresentati dal tornese (2 tornesi equivalevano a un grano) e infine
dal cavallo (6 cavalli equivalevano ad un tornese) o in Sicilia per l'appunto il picciolo; caddero in disuso l’oncia ed il tarì siciliano. 371 Usando apposite tabelle di conversione che valutano il potere di acquisto (1 lira del 1861 equivalente a 7.302,1732 lire del 2001), considerato che un ducato corrispondeva a 4 lire e 25 centesimi piemontesi possiamo stabilire che il valore del ducato, rapportato ai giorni nostri, era di circa 16 € per cui un grano (che ne era il centesimo) valeva 0.16 €. Le monete erano coniate in oro, argento e rame; esistevano tagli da 3, 6, 15, 30 ducati e multipli del grano e del tornese; i maestri incisori della Regia Zecca a S. Agostino Maggiore erano così rinomati in Europa, per la bellezza delle realizzazioni, che i saggi di conio dell’istituto d’emissione inglese erano spesso inviati a Napoli per un parere tecnico. Tutto il sistema, nel suo complesso, era garantito in oro nel rapporto uno ad uno; la storia numismatica delle Due Sicilie risaliva a 2500 anni prima con le zecche della Magna Grecia, quando in molte parti d’Italia e del mondo era in uso il baratto in natura; ci pensò Garibaldi con il decreto del 17 agosto 1860 a sopprimere il plurimillenario sistema monetario siciliano e successivamente il governo unitario mise fuori corso il ducato con la legge del 24 agosto 1862 .
 


Moneta d'epoca sveva


 
Le banche (“i banchi”) nel 1700 erano sette (S.Giacomo, del Salvatore, S.Eligio, del Popolo, dello Spirito Santo, della Pietà e dei Poveri) e le loro condizioni si mantennero floridissime fino alla fine del secolo; nel 1803 ci fu il primo accorpamento che fu completato il 12 dicembre del 1816 con la creazione del “Banco delle Due Sicilie” che successivamente si chiamò “Banco di Napoli” nella parte continentale del regno e “Banco di Sicilia” nell’isola372. In questi istituti si aprivano conti correnti (la quantità di denaro depositato era enorme) e si concedevano prestiti a mutuo o su pegni, come negli antichi banchi, ma a tasso troppo elevato, “in certe province non si trova denaro sopra ipoteca neppure al 12% o al 15%”373 per cui si può affermare che il sistema creditizio era imbalsamato rispetto alle potenzialità economiche meridionali, per questo motivo Carano Donvito bolla il Banco di Napoli come “una meschina istituzione di deposito” 374 Il costo della vita era basso rispetto agli altri stati preunitari e lo si può dimostrare paragonando i salari, che pure non erano certo elevati, con il costo dei generi di prima necessità; la giornata di lavoro di un contadino era pagata 15-20 grana, quella degli operai generici dai 20 ai 40 grana, 55 per quelli specializzati; 80 grana spettavano ai maestri d’opera; a tali retribuzioni veniva aggiunto un soprassoldo giornaliero di 10-15 grana per il vitto; un impiegato statale percepiva 15 ducati al mese, un tenente di fanteria 23 ducati, un colonnello di fanteria 105 ducati. 375; di contro, un rotolo di pane (890 grammi)376 costava 6 grana , un equivalente di maccheroni 8 grana, di carne bovina 16 grana; un litro di vino 3 grana, tre pizze 2 grana. Il livello impositivo era il più mite di tutti gli Stati Italiani; per quanto riguarda la contribuzione diretta era in pratica basato solo sull’imposta fondiaria , le ritenute fiscali partecipavano solo per il 3.2%
369 diversamente dai Savoia ai quali fu dedicato il piatto nazionale tipico del Sud battezzando con il nome della
regina Margherita una variante della pizza in cui erano presenti i “colori nazionali”.
370 Annuario Statistico, cit.
371 l'Oncia, circolante in coni da 1 e da 2, e valeva 3 Ducati. Era suddivisa in 30 Tarì, ovvero in 300 Baiocchi. Il
Grano (pari a mezzo Baiocco, o a 6 Piccioli) valeva quindi 2 Grana napoletani.
372 Michele Vocino, “Primati del regno di Napoli”, Mele editore
373 A.Scialoja, “I Bilanci del Regno di Napoli e degli Stati sardi”, Torino, Guidoni, 1857, pag.28
374 “L’economia meridionale prima e dopo il Risorgimento”, vallecchi, Firenze, 1928, pag.106
375 Boeri, Crociati, Fiorentino; “ L’esercito borbonico dal 1830 al 1861 “, Stato Maggiore dell’Esercito, Roma, 1998
376 l’unità di peso era il cantaro o cantaio ed equivaleva a 89,100 chili; il rotolo era la centesima parte del cantaro.
 


Tav.1 – Il prelievo fiscale diretto nelle Due Sicilie377
Imposta fondiaria Ducati 6.150.000
Addizionali per il debito pubblico Ducati 615.000
Addizionali per le Province Ducati 307.500
Esazione Ducati 282.900
Totale Ducati 7.355.400
Le tasse indirette erano solo quattro.





Tav.2 – Gli strumenti fiscali indiretti nelle Due Sicilie 378
Dazi (dogane e monopoli).
Imposta del Registro e bollo.
Tassa postale.
Imposta sulla Lotteria.
 

 
Sulla tomba di Tanucci, ministro delle finanze per 40 anni, troviamo scritto che non impose nuovi balzelli 379, viceversa nel periodo 1848-1860 il governo piemontese impone ben 22 nuovi tributi. 380 Le entrate totali dello Stato erano percentualmente divise in queste proporzioni: ”la fondiaria partecipava per il 30% del totale complessivo; i dazi per il 40%; del rimanente 30% , il 12 era assicurato dalla Sicilia come contributo alle spese generali dello Stato ed il 18% era diviso tra 17 altri capitoli, che concorrevano con percentuali irrisorie”.381 “Il bilancio del regno delle Due Sicilie nasce storicamente con un debito pubblico di 20 milioni di ducati ereditato dal governo francese di Giuseppe Napoleone e Gioacchino Murat, un peso notevole che era pari ad oltre un’annata di entrate fiscali; l’Austria impose di estinguerlo a
breve distanza e le scadenze furono previste sino al 1819; per fare ciò il governo dovette ricorrere al prestito ma non si trovarono banche internazionali disponibili, per cui, ad accollarsi il compito, fu la debole struttura napoletana del credito che, come in molti altri paesi, era frammista a quella mercantile.
377 Decreto del 10 agosto 1815.
378 Le finanze napoletane e le finanze piemontesi dal 1848 al 1860 - Giacomo Savarese - Cardamone - 1862.
379 Vincenzo Gulì, “Il saccheggio del Sud”, Campania Bella editore
380 ibidem
381 Nicola Ostuni, Napoli Comune Napoli Capitale, Liguori ,1999, pag.178



Sfortunatamente il costo del denaro nel Mezzogiorno oscillava dal 20 al 30% (a Parigi era del 6%) per cui per avere un prestito 1.000.000 di ducati invece di essercene 60mila di interessi, si arrivava almeno a 200.000. Per pagarli lo Stato pensò di aumentare le entrate ma questo non fu possibile perchè gli agricoltori erano già oberati dall’imposta fondiaria e l’industria, appena nascente, non poteva sopportare un carico fiscale; a questo bisogna aggiungere la necessità, per permettere alla classe mercantile-bancaria di finanziare il debito pubblico, di confermare l’abolizione dell’imposta personale, già eliminata da Murat; furono anche soppresse le patenti per i professionisti in modo da incentivare il loro contributo al finanziamento del debito pubblico tramite l’acquisto dei titoli di stato (una specie di BOT); da allora queste categorie non furono più colpite dal fisco e la borghesia meridionale cominciò così la sua ascesa economica. Impossibilitato, quindi, ad aumentare le entrate, il governo decise, per incrementare i mezzi finanziari, di razionalizzare la spesa pubblica: l’85 % di essa fu dirottata sui ministeri delle Finanze, della Guerra (l’odierno ministero della Difesa) e della Marina, dovendo questi provvedere agli stipendi degli impiegati, al debito pubblico e alle forze armate, tre tipi di spese ritenute inderogabili; agli altri ministeri rimase solo il 15%, a quello dei Lavori Pubbliciandava un pò più del 5% del totale delle uscite. Nel 1820 il regno era ormai sull’orlo della bancarotta col debito pubblico salito a 30 milioni di ducati, un colpo quasi mortale fu il costo del mantenimento dell’esercito austriaco venuto a reprimere la svolta costituzionale di quell’anno; esso rimase nelle Due Sicilie fino al 1827 gravando il bilancio per l’astronomica cifra di 50 milioni di ducati e portando il debito a 80 nel 1825 e poi 110 milioni nel 1827. A correre in soccorso del regno arrivarono gli onnipresenti banchieri Rothschild che permisero allo stato di riprendere fiato ma la mancata estensione della base dei contribuenti impedì che si potesse diminuire il debito pubblico; solo una politica di gestione delle spese impedì che questo salisse ancora per cui, nel 1860, era agli stessi livelli del 1827: 110 milioni di ducati.” 382. Giovanni Carano-Donvito, autore del testo fondamentale “L’economia meridionale prima e dopo il Risorgimento”383 fa un analisi più severa, egli afferma che la politica finanziaria delle Due Sicilie era stata strutturata per scelta sul contenimento della spesa pubblica “pur di contenere al massimo le pubbliche entrate”, addossando “il carico tributario alla classi meno querule, più docili”. Ammette, però, che “prima dell’avvento delle moderne forme costituzionali di Governo, fu politica generale di quasi tutti gli stati di ricorrere il meno possibile ad entrate tributarie,
spesso più per ragioni politiche che economiche” [per ingraziarsi il popolo]. L’autore critica la equità della imposta fondiaria che si basava su rilevamenti catastali, iniziati nel 1807-8 nella parte continentale del regno e terminati in Sicilia solo nel 1853, che egli giudica non precisi, per l’esistenza di favoritismi e arbitri che si verificarono nelle ricognizioni dei terreni: “il tributo fondiario dovea riuscire grave e molesto più per lo eccesso delle valutazioni, per la non equa ripartizione di esso”. Per quanto riguarda le imposte indirette il Carano-Donvito conferma la grande mitezza di quella sugli Atti, Registro e Bolli “per questo lato le condizioni furono eccezionalmente favorevoli ai contribuenti dell’ex Regno. Inoltre non è a dimenticare che le imposte successorie, così gravose in tutti gli Stati, furono completamente sconosciute ai napoletani”
382 Nicola Ostuni, Napoli Comune Napoli Capitale, Liguori, 1999, in prefazione e conclusione, modif..
383 Vallecchi, Firenze, 1928, pag. 27 e successive

testo trattto da http://www.ilportaledelsud.org/monografie_ressa.htm testo di Giuseppe Ressa
gianni@cervero.it




Inserito da:
Giovanni Cervero - gianni@cervero.it

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