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05/09/2009

DIO E L’ORIGINE DEL MALE. Angela, Livio e Franca mi scrivono

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Il mio articolo Dio e l’origine del Male è stato accolto con molto interesse dai miei lettori. Ho ricevuto numerosi messaggi di posta elettronica con commenti e considerazioni. Fra le tante e-mail ricevute riporto quelle di:

 (1) Angela Constantini, perché mi dà l’occasione di spiegare meglio quello che volevo dire nel mio articolo;

di (2) Liviu Anastase, per dare spazio alla replica di un teologo in difesa dell’idea di Dio personale;

e, infine, quella di (3) Franca Testa, perché riflette la peculiare posizione di alcuni critici dello Spinozismo, da Van Blyenberg, a Bayle, a Jacobi. 

Angela, di Velletri, è una mia assidua lettrice che ha incontrato per caso i miei scritti nella sua ricerca di un senso delle cose dopo che la sua famiglia ha sperimentato ‘il dolore’ vero, quello della morte di un proprio caro in giovane età. Angela è l’autrice dell’immagine che accompagna il titolo di quest’articolo.

Anche Liviu legge regolarmente i miei articoli e non manca mai di farmi conoscere i suoi commenti. Liviu, vive a Firenze, è laureato in teologia ed è attualmente dottorando presso la Libera Facoltà Teologica Ortodossa “San Gregorio Magno”. Ha pubblicato vari scritti tra cui il libro “Il Regno dei Volti” che può essere scaricato dal suo sito.

Franca, di Torino, è una mia lettrice attenta e curiosa, perennemente "in ricerca", ma ferma nella sua Fede fortificata in età matura.

 

1. Cominciamo con l’e-mail di Angela.

 

Caro Luigi

come sempre, ciò che scrivi mi affascina... questo poi è l'argomento su cui da diverso tempo sto perdendo la testa... sai quanto dolore ha attraversato la mia famiglia... così io continuo a chiedermi ma se Dio è Amore, perché lascia che le leggi naturali che da Lui scaturiscono portino a volte morte e devastazione?...

E ancora perché alcune leggi naturali che dovrebbero essere perfette, in realtà a volte portano alla nascita di creature handicappate...allora non sono poi così perfette... cos'è che mi sfugge e non mi permette di trovare una ragione?

Questo Amore di Dio verso se stesso e quindi verso le sue creature che tipo di amore è se permette tanto soffrire? 

Grazie ancora per la tua attenzione e per la possibilità che mi dai di approfondire concetti così importanti!

Angela

 

Cara Angela

Innanzitutto grazie per i tuoi commenti. Mi sono stati molto utili per capire che il mio precedente articolo non è abbastanza chiaro. Se tu, dopo aver letto il mio articolo, mi poni e ti poni gli stessi interrogativi senza risposta che avevi prima di leggere l’articolo, allora vuol dire che non sono riuscito a trasmettere il mio pensiero. Due sono i concetti che, nel mio articolo, possono creare confusione: uno è il concetto di amore di Dio (chi è oggetto dell’amore e chi è soggetto?), l’altro è quello di perfezione.

Ma prima di affrontare questi due concetti chiave forse è bene chiarire qual è la struttura logica dell’articolo “Dio e l’origine del Male”. Fondamentalmente la mia intenzione era di raffrontare la teoria del dolore dalla prospettiva del Dio-Padre della religione tradizionale e da quella del Dio-Natura di Spinoza. Nella prima parte dell’articolo analizzo la visione del dolore, ma anche della realtà, dal punto di vista del Dio-Padre. Concludo questa prima parte affermando che la teologia cristiana non è in grado di dare una risposta razionale al dolore dell’uomo perché basata su tre pregiudizi, secondo me, sbagliati.

Le tue domande non potranno mai aver risposta razionale se non ti liberi dei tre pregiudizi che ho elencato all’inizio del mio articolo e che sono stati inculcati bene in fondo al nostro cervello, durante la nostra infanzia, da anni d’indottrinamento religioso asfissiante. Se non riesci a liberarti dei tre pregiudizi allora la cosa migliore per te da fare è quella di accettare l'incommensurabilità della sapienza di Dio e l'imperscrutabilità del suo volere e non continuare a tormentarti in una ricerca senza speranza di qualche razionalità del dolore. E’ come cercare la razionalità in uno di quei sogni incoerenti che precedono il risveglio. Se hai fede nei tre pregiudizi … allora abbi Fede.

Nella seconda parte dell’articolo non parlavo più del Dio-Padre ma del Dio-Natura di Spinoza. Nella visione della realtà secondo il Dio-Natura è possibile spiegare razionalmente il dolore. Come? Semplicemente con la constatazione che il Dio-Natura è impersonale ed è assolutamente indifferente al dolore dell’uomo. Il dolore è solo una ‘passione’ umana, circoscritta alla sua coscienza. Ciascuno di noi deve fare i conti da solo, nel proprio animo, con il suo dolore. Non c’è alcuna consolazione ultraterrena che può aiutarci. Sì, è così, la Natura se ne frega se tu soffri o se tu gioisci; le tue ‘passioni’, per la Natura (o Realtà totale o Dio), valgono zero, quello che conta è l’attuazione inflessibile delle sue leggi eterne e immutabili. Ma se Dio è indifferente, cosa ci azzecca allora l’amore che ha Dio come soggetto amante e l’uomo come oggetto amato? Indifferenza e amore non vanno molto d’accordo. Questo è il punto cruciale di tutto il discorso.

Quello dell’amore del Dio-Natura è un concetto difficile che richiede una mente aperta per essere capito. La parola “amore” è per noi sinonimo di benevolenza, affettuosità, premurosità, tenerezza, sollecitudine e comporta sentimenti quali la solidarietà, la compassione, la comprensione, la pietà fra il soggetto e l’oggetto dell’amore. Questi sentimenti umani sono tutti pienamente applicabili nel caso del Dio personale cioè il Dio-Padre.

Il Dio-Natura invece è impersonale: non ha sentimenti e passioni umane. L’idea umana dell’amore descritta prima non ha alcun senso per il Dio-Natura. Cos’è allora l’amore per il Dio-Natura?

Amore secondo il dizionario vuol dire inclinazione profonda verso qualcosa o qualcuno. Il Dio-Natura ha un’inclinazione profonda verso qualcosa o qualcuno? Certo.

Dio ha una sconfinata inclinazione verso l’ESSERE, per tutte le infinite forme di ESSERE che tutte insieme costituiscono il suo stesso ESSERE (di Dio). Questo è l’amore di Dio. Non c’entrano niente benevolenza, affettuosità, premurosità, tenerezza, sollecitudine. Quello che conta è invece il processo per mezzo del quale l’ESSERE si mantiene in essere. Questo processo è realizzato dalle leggi impersonali, ineluttabili, eterne e perfette della natura.

Provo a fare un esempio. Io certamente amo il mio corpo. E’ per me essenziale che tutti i suoi organi funzionino bene altrimenti il mio corpo cessa di essere. Per questo mi nutro e, se necessario, prendo le medicine. Il mio corpo è composto di trilioni di cellule (il loro numero è espresso da un 1 seguito da 15 zeri) che nascono, si nutrono, si riproducono e poi muoiono. Ogni cellula ha un proprio set d’istruzioni su come svolgere ciascuna di queste attività quindi sembra essere dotata di una certa intelligenza.

Se le cellule del mio corpo avessero anche una coscienza, che idea avrebbero del mio corpo? Mettiamo che stiamo parlando di una cellula del mio intestino, che idea avrebbe questa cellula della totalità del mio corpo? Prova a pensarci riflettendo anche sul fatto che la tua relazione con la Realtà totale è la stessa della cellula dell’intestino con la totalità del corpo. La sua coscienza percepisce che dall’esterno le arrivano gli alimenti e quanto necessario alla sua esistenza. Si farà quindi l’idea che tutto quello che le sta intorno (quindi lo stesso corpo) è fatto a suo esclusivo beneficio. Avendo coscienza, vorrebbe anche perseverare nel proprio essere, in pratica non vorrebbe morire. Ma si rende conto che la sua breve vita volge al termine e si chiede se sono così importante, in pratica sono il centro di tutto, perché devo morire? La morte, vista dalla prospettiva della cellula, è il male assoluto, non potrà mai essere definita ‘perfetta’. Questo è il ragionamento della cellula pensante.

Spostiamoci ora dal mio punto di vista. Come detto prima, io amo, consommo amore, il mio corpo (Realtà totale). Per il corpo, è necessario che la cellula dell’intestino, completato il suo ciclo, debba morire. Se la cellula non muore, è un bel casino. L’accumulo di cellule nuove e di quelle vecchie che non muoiono provocherebbe un bel cancro nell’intestino e il mio corpo cesserebbe di essere. La morte della cellula è un fatto ‘perfetto’ dal punto di vista del mio corpo perché conforme alle regole necessarie a tenerlo in essere. Data la necessità della morte della cellula, il mio corpo è indifferente all’eventuale sofferenza morale della cellula.

Ora c’è una piccola cellula che, non si sa bene come, ha intuito la configurazione della totalità del corpo, l’ordine e l’armonia che regolano ogni sua funzione. Ha anche capito che, conformemente alle regole che governano il corpo intero, la sua morte è necessaria. Da questa conoscenza la piccola cellula trae la gioia e l’orgoglio di far parte, anche se per un breve periodo, di quella macchina meravigliosa che è il corpo.

Cerca di immedesimarti nella piccola cellula ‘illuminata’. Lo sforzo di astrazione che ti invito a compiere è quello di vedere la ragione del Tutto (Dio) e capire che essa non sempre coincide con la ragione della parte (il singolo uomo). Quello che è perfetto per il Tutto non sempre è perfetto per la parte.

Non so se questo lungo discorso potrà esserti utile. Ognuno di noi ha la propria coscienza forgiata lungo il corso degli anni; non esistono due coscienze uguali. Di fronte a problemi come questi ciascuno deve trovare le risposte che meglio si addicono alla predisposizione della propria coscienza. La visione della Realtà che ho descritto soddisfa la mia personale predisposizione ma non è detto che tutti debbano giungere allo stesso risultato. Anzi … so per esperienza che solo pochissimi sono in grado di liberarsi dai miti della religione, dalla credenza nel libero arbitrio e nel finalismo, dalla millenaria superstizione sul valore assoluto del bene e del male.

Ciao, Luigi

 

Caro Luigi

ora sono riuscita a capire ...

finché intendevo l' Amore di Dio come affetto e premura paterna, non riuscivo a spiegarmi il perché della sofferenza...ora comprendo quello che vuoi dirmi: al Dio-Natura non bisogna attribuire sentimenti umani altrimenti si rischia sempre di rimanere invischiati in quelle domande senza risposta che continuavo a pormi...

Certo, forse per un verso il Dio della religione cattolica è più consolante del Dio-natura, ma è al di fuori della razionalità...sta quindi a noi "scegliere" (e qui ho capito che non si può parlare di libera scelta) se seguire la via della Ragione...o quella più consolante del sentimentalismo.

Come sempre grazie per le tue spiegazioni!

Angela

 

Brava Angela!

Hai riassunto in poche chiare parole quello che io ho cercato di spiegare con migliaia di parole.

 

Caro Luigi

in realtà le tue "migliaia di parole"  sono servite a chiarirmi questi concetti che finora nessuno era riuscito a chiarirmi!

Grazie!

 

2. Liviu Anastase mi scrive:

 

Caro Luigi

La visione antropocentrica della realtà (antropocentrismo che definirei come un teocentrismo ‘applicato in terra’ poiché l’uomo è immagine di Dio) è, secondo me e soprattutto secondo la Bibbia, giustificabile inizialmente solo riguardo alla realtà terrena, in quanto l’uomo è creato come centro del suo universo. Con l’incarnazione del Figlio di Dio e la sua assunzione alla destra del Padre (con il suo corpo umano spiritualizzato) l’uomo non è unicamente centro dell’universo proprio ma diventa addirittura centro dell’Universo di Dio.  

La questione della teodicea non è un problema semplice da spiegare per la nostra mente limitata da una visione unilaterale. Eppure possiamo dire che il male è arrivato nel mondo non come opera di Dio, ma come opera del maligno che è una creatura (non un dio cattivo contrapposto al Dio buono). L’uomo è stato ingannato dall’astuzia di Satana e ora tutto il male nel mondo ha origine NON in Dio, che è solo amore, ma in Satana, che inizialmente era in una posizione importante fra gli angeli di Dio, ma che poi, a causa della sua corruzione (desiderava occupare il posto di Dio) è stato espulso dalla presenza di Dio.  

Ora, se Dio, attraverso suo Figlio ha ottenuto la vittoria sul male e il maligno, come mai c’è ancora il male nel mondo? La Sua vittoria è difettosa? Con la croce Gesù Cristo ha schiacciato la testa del serpente come profetizzato in Genesi. La vittoria è stata completa, però Lui non è tornato ancora a prendersi il suo regno. Il suo regno è uno di pace e di giustizia che NON è ancora attuato sulla terra. Il principe di questa terra (cioè Satana) e il suo operato non è stato ancora annientato. Il regno di Dio verrà con la distruzione della terra contaminata dal peccato e l’instaurazione di una nuova creazione, ripristinata, come agli inizi l’Eden. Fino allora il male ci sarà nel nostro mondo … e anche in abbondanza soprattutto nei tempi ultimi. C’è da aggiungere questo: anche se il male regna ancora nel mondo, sono molti i mali che Dio impedisce. Con la sua malvagità, Satana avrebbe ormai distrutto il nostro pianeta. Lo stesso libro di Giobbe e anche l’Apocalisse (7: 1-3) svela come Satana non può fare veramente tutto ciò che gli passa per la testa.

Il mito della giustizia retributiva su questa terra è smontato dal libro di Giobbe. Nel caso di Giobbe la sua sofferenza è una prova ma attenzione, non è un male mandato da Dio ma da Satana (con il permesso di Dio) che trasforma il male in una prova. Anche i Salmi rivelano che molti innocenti soffrono e molti malvagi prosperano (per ora). Questa non è una retribuzione giusta ma il risultato di un mondo imperfetto, una conseguenza della presenza del peccato qua giù. Dio punirà il peccato solo alla fine. È ovvio, quando un uomo malvagio oltrepassa un certo limite, gli può arrivare addosso il giudizio di Dio in modo anticipato. È altrettanto vero tuttavia che Dio è il grande Artista che usa il male prodotto da Satana per impartire lezioni ai suoi amati. Non vuol dire che Satana è il suo alleato ma semplicemente che un male può diventare nelle mani di Dio uno strumento di salvezza per correggere, fortificare la fede, o intensificare il bisogno di Dio che altrimenti non sarebbe avvertito. Le altre sciagure sono mali non necessari né per punire, né per qualche scopo pedagogico. Sono semplicemente ‘fuoriuscite’ di una natura che è in attesa di essere redenta insieme all’uomo (Romani 8: 19-23) oppure sono le opere di Satana che influisce sui meccanismi della natura e degli ingegni umani per fare del male.

Abramo è un caso speciale nella Bibbia. Infatti, è unico. Abramo è il simbolo di Dio che dovrà lasciar uccidere suo Figlio per la salvezza dell’uomo. Nella sua provvidenza, Dio ha scelto un uomo giusto che doveva annunciare il grande piano di salvezza nel mondo pagano e quello dell’avvenire. Dio lo mette alla prova (pur sapendo che l’esito sarà positivo), per annunciare attraverso lui e il suo figlio la salvezza all’umanità. Una prova tremenda, ma questo sacrificio di Isacco era il tipo del sacrificio di Cristo (antitipo). E non era uno scherzo, anzi era la cosa più seria per l’umanità.

Se si ama Dio, abbiamo fede in Lui. Se abbiamo fede in Lui potremmo aspettare con fiducia la redenzione escatologica di Gesù Cristo. Il molteplice e il divenire che sono i nostri attributi si uniranno con l’Uno, l’Unico, il Semplice, che comprende in Sé tutte le cose, permeandole con il suo grande Amore. Nondimeno possiamo fare questo sin da adesso, qualora lasciassimo Cristo vivere in noi. Il nostro essere diventa semplice (con un solo centro in Cristo) senza duplicità o ipocrisia, in unità con il Datore della vita, dell’amore e della pace.

Liviu Anastase 

 

Caro Liviu

ti ringrazio per avere speso parte del tuo tempo prezioso per rispondere al mio articolo. Da un teologo prossimo al dottorato non avrei potuto aspettarmi argomentazioni diverse. L’unico aspetto che non avevo considerato è che il male potesse avere un fine pedagogico, che potesse cioè avere lo scopo di ‘educare’ gli uomini.  Ma questo ulteriore argomento non influenza la struttura logica del mio articolo.

Sono certo che la stragrande maggioranza dei lettori, dopo aver letto il mio articolo e la tua replica, si troveranno d’accordo con te e non con me. Il Dio-Padre è molto più amorevole e compassionevole (più consolante, scrive Angela) del Dio impersonale. E poi la figura del Dio-Padre è molto più familiare, risale ai primi insegnamenti religiosi ricevuti quando eravamo molto piccoli.

In effetti, mi sento solo e incompreso da questa parte della barricata, cioè dalla parte del Dio di Spinoza. Ma non posso farci niente, la configurazione della mia mente richiede un minimo di razionalità nel mio innato misticismo. La tua visione della Realtà, che è poi la visione della maggioranza degli italiani, non mi soddisfa. Puoi pensare che io commetta lo stesso peccato di superbia di Adamo ma non posso fare a meno di essere convinto che la fantastica architettura del regno dei cieli che tu così bene descrivi sia frutto dell’immaginazione.

Ciao Luigi

 

Caro Luigi

Ti ringrazio per le tue parole e spiegazioni. Secondo me il punto è questo: credere o non credere nell'autorità della Bibbia, cioè riconoscerla come ispirata.

Il presupposto di antropocentrismo e le presupposizioni riguardanti le fantasie del regno svanirebbero se tu credessi.

Certo, la tua posizione è ragionevole però è una ragionevolezza costruita sulla premessa della non inspirazione della Bibbia. La mia posizione è altresì ragionevole, ma è costruita sulla premessa dell’ispirazione della Bibbia. Dunque, sebbene diverse, le due posizioni sono ragionevoli, in quanto elaborate su basi differenti. 

Ti ringrazio e ti auguro solo cose buone!

Liviu A.

  

3. Infine, Franca mi scrive:

 

Caro Luigi

…la dotta e pur chiara esposizione del tuo pensiero, soddisfa pienamente la razionale interpretazione dei misteri da te dissertati.

Ho apprezzato molto questo tuo nuovo articolo e sono stata davvero colpita dalla pienezza amorevole che ne scaturisce.

Pur suffragando una visione altamente condivisibile, non mi consente “adesione” (scusa l’evidente paradossale incongruenza del concetto) poiché in contrasto con la fede cristiana.

Franca

 

Cara Franca

Non ti scusare per la “paradossale incongruenza” della tua non adesione al pensiero di Spinoza. Sei in buona compagnia.

 

Il filosofo Van Blyenberg, il 16 gennaio1665, scriveva a Spinoza da Dordrecht:

“[…] innanzitutto dovete sapere che io mi attengo sempre a due regole generali. La prima consiste nel concetto chiaro e distinto del mio intelletto; la seconda, nel Verbo rivelato di Dio, ossia la volontà divina. […] E quando capita che la conoscenza dell’intelletto si trova in contrasto con il Verbo sarà quest’ultimo e la mia fede nell’autorità della parola rivelata a prevalere. Se io giudicassi la vostra lettera sulla sola base della prima regola, escludendo la seconda, in molte cose dovrei concordare, come infatti concordo, e i vostri sottili concetti si imporrebbero alla mia approvazione. Ma la seconda regola mi obbliga a dissentire maggiormente da voi.

Se un filosofo può permettersi una così paradossale incongruenza, perché non te lo puoi permettere anche tu? Ma Van Blyenberg non è l’unico filosofo a scegliere la doppia regola di “verità”.

 

Il filosofo francese Pierre Bayle sostiene che pur essendovi contrarietà tra le esigenze della ragione e quelle del sentimento, non sia impossibile la loro coesistenza nella vita di ogni giorno. Egli scrive: Bisogna notare che non c’è contraddizione fra queste due cose: 1. Il lume della ragione mi dimostra che questo è falso; 2. io, per altro ci credo perché preferisco affidarmi alle prove del sentimento e alle intuizioni della coscienza, in una parola, alla voce di Dio.”  Io non sono un filosofo e forse certe cose non le capisco. Ma come si fa a credere, consapevolmente, che una cosa falsa sia vera? Se io so per certo che gli asini non volano come faccio a credere, per un’intuizione della coscienza, che invece essi volano?

 

Anche il filosofo tedesco Friedrich Heinrich Jacobi è sulla stessa linea di pensiero. Egli, prima riconosce che la filosofia di Spinoza è inconfutabile e che essa soddisfa pienamente le esigenze della ragione speculativa, poi afferma che essa non soddisfa le esigenze del cuore e il bisogno di consolazione dell’uomo che sole un Dio personale può garantire. Per questo, Jacobi si dice pronto a fare il salto mortale, dalla ragione che gli indica la razionalità del pensiero di Spinoza alla fede che lo ‘consola’ nell’abbraccio del Dio-Padre.

 

Questo accadeva nel 1700. Ai giorni nostri, il teologo Vito Mancuso risolve la contraddizione Ragione speculativa-Dio personale in modo brillante ma, almeno per me, non soddisfacente. Nel suo L’anima e il suo destino, Mancuso ammette l’esistenza di un Ente impersonale immanente all’essere e lo chiama Principio Ordinatore. “ […] Quindi, concludo che un Principio Superiore immanente all’essere del mondo esiste e che può essere qualificato come ordinatore, razionale, logico e, soprattutto, unico.” Nella definizione del Principio Ordinatore impersonale io riconosco il Dio-Natura di Spinoza. Ma Mancuso, a differenza di Spinoza, non si ferma qui: al di sopra del Principio Ordinatore, egli riconosce l’esistenza di un Principio trascendente di tipo personale, il Dio-Padre. Più avanti infatti scrive: “ […] io sono portato a pensare che il Principio Ordinatore immanente al mondo rimandi a sua volta a un più alto Principio personale”.  Cosa dire? A parte il fatto che io sono monoteista e quindi credo in un unico Dio, qual è il valore aggiunto dell’Ente Trascendente? Mai come in questo caso sarebbe opportuno un bel colpo netto del rasoio di Ockham (vedi “Intervista ad Albert Einstein”.)

Ma a ben vedere un valore aggiunto, il Dio personale ce l’ha: è la consolazione e il conforto che offre l’amorevole figura paterna. Bisogna considerare, infatti, la profonda esigenza di consolazione e di conforto delle anime deboli, disperate e impaurite e allora … un bel Dio-Padre non lo si nega a nessuno. L’atto di fede, da un punto di vista antropologico, è un “sentimento” (bisogno d’amare e di essere amati da un padre che non tradisce mai) funzionale per la sopravvivenza della specie.

Io trovo che vi sia una incompatibilità tra il Dio delle religioni monoteistiche e la conoscenza razionale. Il Dio-Padre può solo essere creduto per fede (spegnendo in quel momento l’interruttore razionale). Quando lo scienziato e il filosofo credono, cambiano abito mentale ed entrano in un’altra dimensione. Quando un credente discute di scienza esce dall’accettazione acritica dei dogmi della Chiesa e si mette a discettare di concetti logici e razionali. Possono convivere due ambiti così differenti in un’unica persona? Certo, come no! Gli umani sono poliversi, contraddittori, onnilaterali e divenienti per definizione.

Cara Franca, spero che la mia franchezza non offenda la tua sensibilità di buona cristiana. D’altra parte tu stai leggendo il "Trattato sull'emendazione dell'intelletto" di Spinoza e quindi dovresti essere abituata a queste argomentazioni che, comunque, ne sono certo, non faranno vacillare la tua Fede.

Ciao Luigi

 

 

4. Mie considerazioni finali

 

Per terminare l’articolo vorrei fare alcune considerazioni. Angela scrive “il Dio della religione cattolica è più consolante del Dio-natura”. Ma è possibile consolare il dolore ‘vero’, quello per la morte di una persona amata? Vediamo cosa scrive in proposito Paolo Cristofolini, Professore di Storia della Filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa, in ‘Spinoza edonista’:

La perdita della presenza non tollera rimozioni. Il dolore per la fine della durata della vita di una persona che abbiamo amata e che non smettiamo di amare non si aggira con trucchi consolatori. La beatitudine spinoziana è più umana della beatitudine cristiana, perché non asciuga le lacrime. Il dolore, questa dimensione della vita umana che è al tempo stesso la più intima e la più comune, non perde in Spinoza niente di quel che ha di violento e di sordo: le parole non colmano le sue voragini, la filosofia non lo consola. C’è e rimane nella sua dura e brutale consistenza. […] La marea del dolore, il soprassalto, il crepacuore, son cose che fanno talmente parte della vita umana, che nessuna saggezza autentica si permette, né si sogna di cancellarle.

Sono d’accordo. Il vero dolore è inconsolabile. Vorrei però ugualmente fare una riflessione sulla “qualità” del dolore.

Con la ragione noi sappiamo che, per la legge naturale, ogni esistenza umana è destinata a terminare. Le cause esterne che portano alla morte, secondo la mente razionale, sono solo cause naturali; anche se indipendenti dal nostro controllo, esse non hanno niente di soprannaturale. Con l’immaginazione e la superstizione si può supporre, invece, qualsiasi cosa. Si può pensare per esempio che la morte sia ‘voluta’ da Dio, per punire, per educare o per mettere alla prova o che sia opera del Diavolo. Nel primo caso, quando cioè ci si lascia guidare dalla ragione, il dolore ha una qualità fredda e asciutta, è come una sottile lama di acciaio che penetra chirurgicamente in profondità nel cuore. Quando si usa l’immaginazione invece, il dolore è qualcosa di melmoso e appiccicaticcio inquinato da pensieri circolari assillanti del tipo “perché Dio mi ha separato dal mio caro? Perché mi punisce? Dove ho sbagliato? O forse Dio vuole mettermi alla prova? O forse è il Maligno che ce l’ha con me? Chi mi ha fatto una fattura?” Al dolore per la perdita si uniscono lo sconvolgimento, lo sconcerto psicologico e, molto spesso, il senso di colpa.

 

La seconda considerazione riguarda la risposta di Liviu Anastase. Concludendo la sua e-mail, egli dice “il punto è questo: credere o non credere nell'autorità della Bibbia, cioè riconoscerla come ispirata ”. Sono d’accordo! Tutto si riduce a credere o non credere nelle Sacre Scritture, cioè, avere o non avere la fede. Liviu dice che la Bibbia è ispirata. Sono d’accordo anche su questo. Ma mentre Liviu dice che la Bibbia è ispirata da Dio, io dico che la Bibbia è ispirata dall’uomo stesso e, più precisamente, dalla sua fottuta paura della morte. Il rifiuto della morte vuole che questa vita non finisca e allora le scritture offrono, opportunamente, la consolazione dell’anima immortale, della resurrezione dei morti e della vita eterna. Secondo l’interpretazione delle scienze storiche-antropologiche, l’uomo rifiuta sin dall’inizio la morte. “Il rifiuto originario della morte precede e sta al fondamento della volontà di salvarsi dalla morte con la fede in una vita futura, diversa da questa.” (Oltrepassare – E. Severino).

Le sacre scritture, secondo me, sono un prodotto dell’uomo. Le verità rivelate non sono altro che miti generati dalla profonda esigenza di consolazione dell’uomo e dal suo tentativo di auto-convincersi che esista un’altra vita dove i corpi decomposti si trasformano in spiriti beati che prima o poi risorgono. “Quando la volontà che il corpo non muoia si convince del proprio fallimento, la morte, per essa, non è più il dolore per l’angoscia e il disfacimento del proprio corpo e di quello dei propri cari, ma è l’inevitabilità di tale disfacimento - che quindi viene rifiutata in un modo nuovo, cioè evocando un’altra vita. Tale volontà riesce poi a guardare sé stessa, e allora non si vede come volontà e fede (perché, se così si vedesse, vedrebbe che le cose non coincidono con ciò che essa vuole e in cui ha fede), ma come ‘soffio vitale’, ‘atman’, ‘anima’, ‘psiche’, ecc.; e allora è anche o soprattutto sé stessa che con quella evocazione vuole salvare, e crede di essere salva dalla inevitabilità delle tenebre e della decomposizione di questa vita (Oltrepassare – E. Severino).

Io sono con Einstein:  “Non voglio e non posso figurarmi un individuo che sopravviva alla sua morte corporale: quante anime deboli, per paura e per egoismo ridicolo si nutrono di simili idee!

  

A presto 

Luigi Di Bianco

 

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