Un dossier di oltre centocinquanta pagine. Un documento articolato e complesso che punta il dito contro i veleni di Capri. Il fascicolo è sulla scrivania del procuratore aggiunto di Napoli Aldo De Chiara, coordinatore della sezione Ecologia dell'ufficio inquirente. Un dossier scottante. «Leggendo quelle carte ho visto rosso - commenta De Chiara - e mi sono convinto che i due episodi, quello della ditta che sversava liquami in mare ad Anacapri e quello del titolare di un ristorante che si liberava dei vuoti delle bottiglie di vetro disperdendone i cocci sui fondali di Capri, potrebbero rappresentare solo la punta di un iceberg». De Chiara non entra nel merito delle idagini: «C'è un'inchiesta in corso e il riserbo è d'obbligo». Saranno necessari ulteriori approfondimenti, sui quali lavorano in queste ore i carabinieri coordinati dal capitano Massimo De Bari. Ma un fatto è certo: l'inchiesta sulle presunte violazioni ambientali commesse nell'isola azzurra si allarga. «Indaghiamo a 360 gradi - prosegue il procuratore aggiunto -. D'altro canto l'inchiesta avviata tempo fa a carico della Aragona Servizi di Ischia è significativa perche dimostra come sull'isola verde ci fosse una consolidata prassi di smaltimento illecito di rifiuti, contraria non solo alle norme penali ma anche agli obblighi contrattuali che legavano l'azienda alle amministrazioni comunali». Per De Chiara il quadro delle indagini su Capri e Anacapri «è più ampio rispetto ai due singoli episodi finora accertati. Serve, tanto per cominciare, una mappatura precisa dell'abusivismo edilizio e commerciale. Ma - aggiunge il magistrato - bisogna anche incominciare a riflettere su una rifondazione della coscienza ambientale nei cittadini e negli amministratori locali. Non è possibile che nessuno sapesse che c'era chi, da trent'anni, faceva la raccolta «differenziata» del vetro gettando le bottiglie in mare. Eppure nessuno ha denunciato, seppure in forma anonima, questo assurdo comportamento». Un richiamo fermo, quello del procuratore aggiunto. De Chiara ricorda anche come, tra la fine di maggio e luglio scorsi, i magistrati della sezione «Ecologia» incontrarono anche i sindaci di Capri e Anacapri «proprio per sensibilizzarli in una più efficace azione di contrasto». Ma torniamo al dossier. Sono due i filoni principali dell'inchiesta. Il primo punta a verificare se vi siano stati scarichi fuorilegge nelle acque marine; il secondo punta invece i riflettori sul fenomeno dell'abusivismo edilizio. Due facce della stessa medaglia. Perchè è chiaro che il mancato allacciamento alla rete fognaria determina un rischio potenziale aggiuntivo. Ma quante sono le abitazioni edificate senza regolare licenza a Capri e ad Anacapri? Impossibile fare una stima precisa. Quel che può presumersi dai dati in possesso degli investigatori è che il fenomeno dell'abusivismo - quasi sempre di modesta entità, se si considera che si tratta di relativi ampliamenti di cubature già preesistenti - incida nella misura del 15 per cento. Ci sono, tuttavia, i casi-limite. A Capri, nel bosco di Tamborio - uno dei luoghi più suggestivi dell'isola - si sono verificati due casi emblematici. La Torre Saracena è stata oggetto di lavori non autorizzati che l'hanno di fatto trasformata in due appartamenti da 160 metri quadrati ciascuno; e poco più lontano, c'è stato addirittura chi ha costruito una villa edificandola attorno al tronco di un pino secolare. Intanto, comincia a riscuotere adesioni la proposta avanzata nei giorni scorsi dal senatore Raffaele Lauro, che ha sollecitato l'istituzione di una commissione governativa d'inchiesta capace di fare chiarezza sui mali che quest'anno hanno funestato le perle del Golfo: Capri, Ischia, ma anche Procida e Sorrento, vittime di una lunga serie di disagi legati al rischio inquinamento.
Il serbatoio di benzina affiora galleggiando a mezz'acqua a poche decine di metri da Punta Capo. In un tratto di mare azzurro che è uno dei più trafficati da motoscafi, gommoni e natanti. Quel cubo arancione, perso chissà quando e da chi, equivale a una mina nascosta sottoterra: qualunque carena vi sbattesse contro, determinerebbe un'esplosione. Ma per fortuna arrivano prima i carabinieri a bordo della motovedetta 627, che incrocia tra Marina Grande e Marina Piccola nell'ambito dei consueti controlli che garantiscono quotidianamente la sicurezza in mare. Non c'è solo quel serbatoio dimenticato. Sparsi e sballottolati dai flutti marini sono visibili una cassettiera di poppa di plastica bianca dalla quale fuoriescono bottiglie di detersivi che lentamente stanno scaricando il loro contenuto schiumoso in mare; la corda di uno sci d'acqua, una scarpa, e poi un remo spezzato. L'intervento dei carabinieri dimostra come, in questa pazza estate da dimenticare, prevenzione e controlli siano qianto mai indispensabili. In mare come a terra. I militari a bordo della motovedetta, al comando del maresciallo Luca Sebastiano D'Aleo proseguono la caccia agli abusi, piccoli e grandi, minacce che sono sempre dietro l'angolo. Come tutti i sabati, le acque dell'isola azzurra sono particolarmente trafficate. In mare ci sono anche molti mezzi delle altre forze dell'ordine, Guardia di Finanza, Capitaneria di porto e polizia. La grande risorsa di Capri - il mare - è un tesoro da sorvegliare e custodire. E sempre il mare diventa un alleato formidabile per i tutori della legalità. Proprio grazie a un appostamento fatto in acqua i carabinieri della stazione di Capri (guidata dal maresciallo Michele Sansonne) sono riusciti a individuare il titolare del ristorante dei Bagni di Tiberio intento a fracassare bottiglie di vetro contro gli scogli, non lontano dallo stabilimento balneare. E ad arrestarlo. La traversata prosegue. Si punta verso i Faraglioni. All'ancora dello specchio di mare di Marina Piccola si contano decine e decine di imbarcazioni. Una accanto all'altra: fantasmagorici panfili che battono bandiera britannica, alcuni charter di lusso, ma anche molti gozzi e gommoni. È una giornata tutto sommato tranquilla, ma i rischi sono sempre dietro l'angolo. In agguato. Improvvisamente dall'arco del Faraglione si materializza una moto d'acqua. Sta commettendo due infrazioni gravi: sfreccia al di sotto della distanza di sicurezza dalla costa, in un tratto nel quale ci sono anche alcuni bagnanti; e naviga imbucando l'arco del Faraglione, dove nessuno potrebbe passare. Due le persone a bordo: un ragazzo e una ragazza. Vengono fermati e contravvenzionati. «Non sapevamo del divieto», provano a giustificarsi. Visti dal mare, i costoni dell'isola azzurra sono anche la prova più eloquente di quanto indifendibile siano Capri e Anacapri. Gole profonde e zone impervie dalle quali - almeno teoricamente - chiunque potrebbe continuare a perpetrare lo sfregio che la Procura di Napoli oggi contesta a due operai di una ditta di Castellammare di Stabia che il 16 agosto scorso - poco prima dell'alba - tentarono di disfarsi di un carico di liquami estratto da alcuni pozzi neri sversandolo nell'acqua del mare. Non lontano dalla Grotta Azzurra. È una lotta impari, quella che si combatte nel nome della legalità e del rispetto dell'ambiente. Ma è anche una lotta senza quartiere. I controlli si ripetono anche ad Anacapri, dove il maresciallo Perillo guida un manipolo di uomini ormai abituati a uscire anche a notte fonda per controllare e monitorare gli angoli di costa da proteggere. A caccia di chi svuota taniche in mare, di pescatori che agiscono in spregio delle più elementari norme di rispetto ambientale, di diportisti spericolati. Giuseppe Crimaldi Il Mattino