
Settanni a Positano
Il 22 agosto inizierà il Positano Myth Festival con una mostra, la prima in costiera amalfitana, di Pino Settanni. Settanni, che ha avuto un profondo rapporto con la lezione caravaggesca, caratterizzando le sue foto con uno straordinario equlibrio degli scuri, ha fotografato grandi personaggi della cultura e dello spettacolo da Moravia a Fellini, ma ha seguito un lungo percorso artistico e una importante collaborazione con Guttuso.
Ora sarà in mostra dal 22 agosto al 12 settembre nella perla della Costa d' Amalfi nel Museo del Viaggio, sulla spiaggia grande, che per l'occasione si inaugura come primo centro museale di Positano.
Pino Settanni aveva 16 anni quando cominciò a scattare le prime foto. Quelle che fanno tutti gli esordienti: amici, parenti, tramonti. All'epoca lavorava come operaio all'Italsider di Taranto. La sua prima macchina fotografica era russa, una Zenit E, che allora si vendeva a 60.000 lire, uno stipendio del '66. Usava la stanza da letto come camera oscura e si chiudeva nell'armadio per caricare le pellicole nella tank di sviluppo. All'Italsider faceva l'operaio studente e, dopo la maturità, venne assunto come impiegato.
Frequentava e cresceva in compagnia di quegli artisti di Taranto che non avevano avuto il coraggio di andare via: Michele Perfetti, poeta visivo, Walter Scotti, pittore dei paesaggi del porto, e gli intellettuali della zona.
Sin da ragazzino cercava un modo per esprimere la sua creatività, scriveva copioni e poesie, dipingeva. Ma presto capì che la macchina fotografica era il mezzo per il quale era più portato. Aprì un piccolo studio fotografico a Piazza Italia, uno scantinato usato come sala di posa, e cominciò a ricevere le prime committenze. Intendendo la fotografia unicamente come espressione artistica, rifiutò la possibilità di guadagnare facendo servizi fotografici per cerimonie. Rivelò una forte predisposizione per il ritratto e per le persone e fotografò le prime manifestazioni operaie a Taranto, documentando la nascita dei sindacati in quell'area di nuova industrializzazione. La fotografia di reportage lo interessava come tutto ciò in cui fosse presente l'uomo. Il coinvolgimento di altri esseri umani nelle sue fantasie è divenuta una costante.
Il suo periodo bohémien
Quando uno dei suoi primi ritratti, "antico sentimento", un barbone con una bambina sul petto, comincia a girare per concorsi e a vincere premi, Settanni capì definitivamente che quella era la sua strada. A incoraggiarlo fu Peppino Alario, fotografo, scrittore e allora dirigente della Kodak, che gli suggerì di andare via da Taranto.
Nel '73, con una voglia pazza di conoscere il mondo, abbandonò la città, i genitori, la sicurezza del posto fisso, e partì per Torino. Ma non era l'ambiente adatto a lui. Collaborava con la UTET, che gli acquistava qualche foto per una enciclopedia, ma il suo desiderio di contatti umani era castrato. Decise allora di trasferirsi a Roma dove, tramite alcuni amici, entrò in contatto con Novella Parigini che gli commissionò un servizio fotografico per la figlia. Guadagnò così le prime 40.000 lire. Erano gli anni in cui le sue due macchine fotografiche Mamiya C330 bifocali, ora l'una ora l'altra, facevano immancabilmente andata e ritorno dal Monte della Pietà. Abitava nella pensione Manfredi di via Margutta, andava in giro tutto il giorno alla cerca di lavoro portando con sé il proprio book fotografico, composto da una quindicina di ritratti e da qualche reportage di manifestazioni operaie. Cominciano così le sue prime collaborazioni con i giornali. Antonio Ghirelli, allora direttore del Mondo, capisce che Settanni "doveva campare" e per ben tre volte, fingendo di non averlo mai visto, gli compra lo stesso reportage sui bassi della Duchesca di Napoli. A quel tempo, i fotografi rappresentavano la parte povera del giornalismo, non erano così conosciuti come oggi, ma se si entrava nelle simpatie di un direttore si riusciva a lavorare.
Gli incontri fondamentali
Nel '75 conosce Monique Gregori, sua futura moglie, che possedeva una galleria d'arte in Via del Babbuino.Grazie a lei, Settanni viene inserito nel mondo dell'arte. Nello stesso anno pubblica il suo primo libro, "Voligrammi", una ricerca dell'ordine nel disordine: fotografie di uccelli in volo sulle quali Settanni interveniva cercando geometria in un disordine apparente. Il 1977 è l'anno della sua prima grande mostra fotografica a Roma, nata dal progetto "Dialoghi sui minimi sistemi", basato sul recupero del difetto fotografico: "Quando si stampa una foto in camera oscura - dice Settanni - generalmente si producono dei difetti, provocati magari da un puntino di polvere che forma una macchia sulla carta fotografica. Io partivo dalla foto di un gabbiano, la stampavo, si produceva un difetto, quel difetto lo fotografavo, lo ingrandivo e così procedevo fin quando uno di quei difetti non assomigliava all'immagine di partenza".
Nel '78 conosce Renato Guttuso e gli propone di reinterpretare fotograficamente in bianco e nero la Sicilia alla quale lui si era ispirato per i suoi quadri. Il pittore accetta e rilancia: invita Settanni a diventare suo assistente e fotografo personale. Gli piaceva l'idea di avere accanto un giovane artista che non solo facesse cose diverse dalle sue ma che, in molti casi, fosse perfino contrario al suo modo di fare e concepire l'arte. Si instaurò tra i due un rapporto di amore-odio: "Guttuso mi attaccava dicendo che il mio lavoro era impregnato di avanguardismo ed io lo condannavo perché per me era impregnato di realismo socialista e ritenevo che, per il potere che aveva, era assurdo continuare un genere di pittura al quale avrebbe potuto dare una svolta più sperimentale". Questo connubio, non privo di conflitti, durò cinque anni.
Nell'83 Settanni ricomincia a fare il fotografo a tempo pieno, ma per lui il rapporto pittura-fotografia rimarrà sempre inscindibile: "Non è concepibile un buon fotografo che non conosca la pittura, che non abbia l'umiltà di ammettere che la luce l'abbiamo imparata dai pittori. Non c'è foto che io faccia o veda senza paragonarla a qualche opera del passato. Questa è un'operazione didattica che impongo a me stesso. Se non avessi studiato Caravaggio e il Cinquecento tedesco non avrei mai fatto le fotografie che faccio".
Fotografo ritrattista cannibale
Nell'86 partecipa al Mouà della Foto a Parigi, dove resta per un anno. Rientrando a Roma, affitta e trasforma una portineria di Via Ripetta in sala di posa. Nel frattempo matura il desiderio di farsi conoscere al grande pubblico come ritrattista. Nasce l'idea di "Ritratti in nero con oggetto": Settanni invita i personaggi più famosi della cultura e dello spettacolo a presentarsi nel suo studio vestiti di nero e portando con sé un oggetto-feticcio al quale fossero particolarmente legati. Inoltre, chiede loro di descrivere con un testo autografo il motivo della scelta. Moravia, Fellini, Mastroianni, Baj, Wertmuller, Benigni, Troisi, Morricone, Leone, Manzù, Bolognini,Cucchi, sono solo alcuni dei 77 personaggi che accettarono di farsi fotografare. Questa strepitosa raccolta di ritratti venne esposta alla galleria Rondanini e pubblicata nell'89.
Ma cosa cerca di esprimere Pino Settanni attraverso il ritratto? Lavorare con persone molto famose può diventare un limite nella misura in cui il fotografo deve celebrare la loro immagine. Settanni ama estrarre dai "suoi" personaggi un'identità inedita; gli piace trasformarli e renderli perfino irriconoscibili, gli piace teatralizzarli, mascherarli, nasconderli, magari evidenziando un solo particolare. Nei pochi metri quadrati del suo studio è lui il padrone: per questo è stimato e temuto.
Il suo è un cannibalismo retinale. Lo sguardo è un elemento fondamentale per il ritrattista, sia nel percepirlo che nel trasmetterlo, deve saper sedurre e lasciarsi sedurre. Attraverso gli occhi egli cerca quel genere di complicità utile alla buona riuscita dei ritratti. Non a caso i meglio riusciti sono quelli in cui questa complicità è dominante. Settanni trova così modi nuovi per guardare soggetti già noti. Sebbene i suoi personaggi siano abituati ad essere fotografati, ogni incontro ha prodotto immagini uniche. "Quando ho ricevuto nel mio studio Pupi Avati, la prima cosa che mi ha detto è stata - Settanni io non faccio facce - , che significa 'io sto qua, fai tu, io non mi muovo'. Alberto Moravia per trenta scatti è stato immobile. Lo stesso Federico Fellini mostrava una certa timidezza nei confronti della macchina fotografica; con personaggi come lui era necessario instaurare un rapporto di gioco, ho procurato a Fellini carta e matite colorate, ho capito che desiderava essere fotografato mentre disegnava, ma era difficile scattare perché mi nascondeva il volto, così ho deciso di fargli lanciare le matite in aria per fargli sollevare il viso".
A volte si pensa che fare una bella fotografia significhi fotografare qualcosa di bello. Per Settanni bello è ciò che lui considera tale, anche quando ritrae un personaggio nel suo momento peggiore. Per scegliere una posa piuttosto che un'altra, i fotografi impongono sempre ai loro soggetti determinati criteri. Le fotografie sono un'interpretazione del mondo esattamente quanto i quadri e i disegni. Del ritratto, ciò che conta, è rendere infinita una frazione di secondo attraverso cui raccontare la vita e l'anima di una persona: il segreto di un'immagine importante consiste appunto nel riuscire a catturare quel momento. C'è tanto fascino in un film di due ore quanto in un centoventicinquesimo di secondo.
Il mercato della fotografia
I fondi neri dei ritratti di Pino Settanni hanno certamente fatto scuola. All'inizio i giornali non li accettavano, tanto mento i pubblicitari perché ritenevano che non funzionassero commercialmente. Oggi si vedono ovunque. Con Ritratti in nero Settanni entra a pieno titolo nel novero dei grandi fotografi italiani. Ma la fama nel campo della fotografia, come lui stesso afferma, non viaggia quasi mai in parallelo con il riconoscimento economico: "Ti ritrovi a essere considerato un grande fotografo ma che nessuno magari chiama proprio per questo: perché pensano che costi troppo".
Il mondo della fotografia in Italia è particolarmente complesso: l'editoria fotografica non funziona perché ne manca la cultura e un mercato. In molti paesi stranieri, dopo una mostra, si compra una fotografia così come si compra una qualsiasi opera d'arte. In Italia i giornali, anche quelli importanti, per risparmiare preferiscono documentare la notizia con immagini acquistate da fotografi giovani; gli editori raramente accettano di pubblicare libri di fotografia perché molto costosi e poco richiesti (una tiratura eccezionale per un libro di foto è di tremila copie). I libri si vendono, se sei famoso, soprattutto in occasione di workshop, convegni e mostre, oppure attraverso il sito personale. "In Italia - testimonia Settanni - quando proponi a una casa editrice la pubblicazione di un libro di fotografie, nessuno ti chiede quanto vuoi, ma quanto sei disposto a pagare". In effetti, lui ha sempre dovuto trovare degli sponsor per la pubblicazione dei suoi libri e, di conseguenza, ha dovuto raccogliere un certo numero di ordinazioni prima che il libro fosse pubblicato, altrimenti gli sponsor non erano interessati a pagare. Il grande sponsor di Settanni è la Mamiya Trading.
L'unico caso in cui un editore gli ha chiesto che compenso volesse è stato per il libro Tarocchi, pubblicato in Svizzera nel '95. L'editore gli staccò un assegno di 27 milioni quando ancora possedeva soltanto i provini delle fotografie.
Sul piano tecnologico, molti progressi sono certamente avvenuti: Internet si è rivelata una risorsa straordinaria per tutti i fotografi. Settanni, a distanza di otto mesi dalla costituzione del proprio sito, ha ricevuto circa 300.000 visite; mentre prima si metteva in viaggio per mostrare il proprio book ai musei, oggi invia soltanto il link al proprio sito per mostrare il suo ricco archivio di immagini e magari anche l'ultima mostra on-line.