| «...Ero nervoso, irascibile. La curiosità di sperimentare un nuovo mezzo espressivo ha sconfitto il vizio. Certo, ancora oggi, quando ho dubbi su un quadro ed interrompo il lavoro avverto forte il desiderio di una sigaretta... Poi mi siedo su quella che chiamo la ”poltrona da meditazione”, sorseggio un bicchiere di acqua minerale e torno all'opera». L'artista Mario Carotenuto, fa 80 anni, salutista diventato per forza. È l'unico modo per sconfiggere l'età che avanza, anche se la gola si fa sentire. Così ha coniato una dieta fai-da-te che gli consente di mantenersi in forma senza per questo rinunciare al piacere del cibo: ogni giorno una ghiottoneria, ma solo quella. E preferisce confezionarsela da solo, perché, ammette con vanità, «sono un bravissimo cuoco». L'unica cosa a cui non sa resistere sono le zeppole di Dolores Mormile, buone come le ciliegie, una tira l'altra. L'altro eccesso che si regala è la pasta e fagioli, cucinata secondo il vecchio costume contadino di Tramonti dalla suocera del cartaro Ubaldo. Pochi amici, persone semplici quelle che Mario Carotenuto frequenta tra Minori, la natia Tramonti e Ravello. «Odio la mondanità - dice - Mi trovo bene solo tra persone schiette, autentiche. Di amici ne ho pochi, Franco Silvestri, Massimo Bignardi, Lelio Schiavone, Paolo Signorino, Gelsomino D'Ambrosio. Con loro sto bene, parliamo di tutto, dall'arte al pettegolezzo. Preferisco, però, la solitudine, anche questo mio compleanno lo festeggerò da solo. Da ragazzo ho studiato dai padri vocazionisti, volevo diventare missionario, ma mio padre non me lo ha concesso. Quegli anni di collegio, però, mi hanno formato al rigore e al silenzio». Rigore, già. Aggiunto ad ordine, pignoleria, precisione. Carotenuto rispecchia in pieno il segno della Vergine cui appartiene e di cui porta orgogliosamente al dito l'icona, ovvero lo zaffiro. «È vero - ammette - sono un perfezionista. Non riuscirei, però, a vivere nel caos. C'è chi dopo pranzo si sbraca, per me è impossibile, devo rimettere tutto a posto. Non mi pesa, il tempo di mettere su il caffè, e i piatti sono lavati, asciugati e impilati. La mia governante Anna mi rimprovera sempre, ”professo’, io ccà che ci sto a fare”, non capisce che mi vergogno di far trovare la casa in disordine perfino a lei». Della Vergine il pittore non ha solo i difetti, ha ereditato anche una buona dose di altruismo. L'ultima buona azione, l'assistenza paterna a Giacomo Palladino, suo vecchio discepolo emigrato a Sondrio e tornato a Minori per realizzare l'enorme pannello sui riti del Giovedì e Venerdì Santo che da venerdì scorso adorna il muro di cinta dell'Arciconfraternita del Santissimo Redentore. «È bravissimo - assicura - l'anno prossimo faremo una cosa a quattro mani, lui continuerà il racconto sulle congreghe e i battenti, io lo completerò con un Cristo risorto». Progetti su progetti, un vulcano di idee. La mostra Spiaggia, ancora in corso al Fes Show Room, sembra essere un ricordo lontano. «Bisogna sempre andare avanti - ammonisce - Così si mantiene giovani il corpo e la mente». E se La spiaggia è nata in un mattino d'inverno per esorcizzare il gelo con frammenti di ricordi felici avvolti nella nube dorata del sole e della sabbia, accarezzati dall'azzurro del cielo che si fa mare, ora si affaccia prepotente il desiderio di raccontare Ravello: non quella delle ville e della piazza, bensì una Ravello intima, altra, guardata da dietro l'angolo, capovolta. Taccuino e matita, lì sul lido di Ambrogio’s, il suo buen retiro da oltre trent'anni - stesso orario, dalle 9 alle 12, stesso ombrellone, stessa sdraio, abitudini inalterate - abbozza segni, tratti. Confuso appare un accenno di Positano. «L'ho riscoperta da poco - confessa - e mi sento attratto dall'eros soffuso che promana, dall'apparente disordine che si fa armonia, dalle luci, dal profumo e dai colori dei fiori, dalla notte sensuale e misteriosa. Per ora è solo una fascinazione, però mai dire mai, potrebbe essere la mostra per i miei prossimi ottantacinque anni». Erminia Pellecchia |