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19/03/2009

RAVELLO SCURATI PRESENTA IL SUO ULTIMO LIBRO A MILANO

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Lo scrittore Antonio Scurati presenta oggi alla Feltrinelli di Piazza Piemonte a Milano,  “Il bambino che sognava la fine del mondo”, il libro “disturbante” scritto in parte in Costiera amalfitana a Ravello, nella frazione di Torello, che staglia sui mari di Amafi e Atrani, di fronte al Golfo di Salerno, dove vive buona parte dell'anno lo scrittore sentito questa estate da Positanonews . “Il bambino che sognava la fine del mondo” (Bompiani, 295 pagine, € 18 euro) non infastidisce Antonio Scurati, anzi lo considera un complimento: «Quando la letteratura raggiunge l’apice deve disturbare il lettore, non in modo gratuito, ovviamente: nel senso che mette a nudo le ferite di cui tutti sanguiniamo, e facendole riconoscere offre una sorta di cauterizzazione. Non è un effetto consolatorio, che mi propongo, ma piuttosto di consapevolezza, facendo sporgere i lettori sull’abisso delle più intime paure». Il romanzo segue passo passo uno di quei fatti di cronaca che scatenano la psicosi collettiva, fagocitando lo spazio nei mass media, fino ad alterare la visione della realtà. Uno scrittore sui quaranta, docente universitario e opinionista, al quale manca solo l’indicazione del nome per essere identificabile con lo stesso Scurati, viene richiesto di un commento giornalistico su casi di pedofilia segnalati prima in seminario e poi in una scuola elementare di Bergamo, città dove lui insegna. Il suo articolo inizia così: “Questo nostro tempo verrà forse ricordato come l’inizio di una regressione” e Scurati ha spiegato : «Questa ossessione del male che ci perseguita, la spettacolarizzazione dell’orrore che invade i mass media è, a mio parere, una sorta di regressione collettiva alle paure dell’infanzia. Questa specie di epidemia che si sta diffondendo nel mondo occidentale e colpisce soprattutto la mia generazione si manifesta, come negli incubi dei bambini, con la difficoltà a distinguere tra ciò che è reale e ciò che non lo è». Quindi oggi è difficile dire “bene al bene e male al male”? «Esatto, questo è il tema principale del mio libro, non è un romanzo sulla pedofilia, ma sulle paure represse che coviamo fin dall’infanzia». Per rappresentare il “pavor nocturnus”, il terrore senza nome che può suggestionare i sonni infantili, Scurati racconta, parallelamente alle vicende del professore via via più invischiato nelle torbide vicende bergamasche, la storia di un bambino che, pur vivendo in una famiglia unita e affettuosa e in un ambiente sereno, di notte diventa sonnambulo e fugge dal fuoco distruttore o da altri incresciosi scenari che minacciano di travolgere lui e la sua famiglia. «“Il bambino che sognava la fine del mondo”sono io » precisa lo scrittore «il ricordo infantile del terrore suscitato dall’ombra mostruosa di un male in agguato è letteralmente autobiografico, ma nello stesso tempo gli assegno un valore metaforico, perché questo morboso crogiolarsi nei fatti di cronaca nera che sta dilagando, questa malsana curiosità di appropriarsi dei dettagli più raccapriccianti, mi sembra l’espressione di un’irrazionalità primitiva, che si abbandona alla paura senza verificare quanto ci sia di reale in queste minacce incombenti. La paura è un fantasma che mangia l’anima e, soprattutto quando esplodono crimini odiosi come quelli sui bambini, l’opinione pubblica non risponde con coraggio, perde la testa». È proprio questo atteggiamento infantile, questa mancata elaborazione di paure primarie che induce il protagonista a respingere la paternità, anche a costo di troncare con la compagna, alla quale lo univa un rapporto passivo, privo di assunzioni di responsabilità. «Credo che la mia generazione, intendendo ovviamente quella inserita nella società privilegiata, sia una delle più infeconde della Storia, e non solo a causa dell’edonismo imperante, ma per un malessere diffuso, una sorta di impaurito distacco dalla realtà in cerca di evasioni nell’immaginario. Siamo un po’ i bambini di noi stessi, per questo respingiamo l’idea di avere figli». Una grande responsabilità, in questo smarrimento collettivo, è attribuita nel romanzo all’influenza mediatica, in particolare della TV. «Indubbiamente la televisione è un potentissimo strumento di cancellazione dei confini tra ciò che è reale e ciò che è fittizio» dice Scurati «a volte è difficile distinguere tra fiction e talk show, pensiamo a quelle ricostruzioni dettagliate, addirittura con plastici e modellini, dei fatti di cronaca più raccapriccianti. Se ci si rendesse conto fino in fondo che si tratta di un fatto vero, che coinvolge persone reali, verrebbe da distogliere lo sguardo per rispetto. Invece no, ci si intrufola con indiscrezione per sapere tutto e poi parlarne con gli amici. Si potrebbe obiettare che anche il mio romanzo ripropone l’ambiguità del modello, perché il fatto che racconto è una sorta di puzzle ottenuto con frammenti di diversi casi veri, ma la mia è una proposta in chiave polemica» Se la tv è strumento di confusione, la letteratura, invece, dovrebbe indurre una presa di coscienza, dunque si può parlare di un romanzo morale: «Non come presupposto, ma come approdo. La scrittura per me si pone come istanza non ideologica ma etica, nel senso che si contrappone alla corruzione del proprio tempo. Parlando nel romanzo di un’epidemia del Male non voglio dire che il nostro sia il tempo più malvagio, ma che è incapace di raccontare il Bene, e di conseguenza ripiega sul Male. Prendiamo, ad esempio, tante figure pubbliche di cui vengono a galla indegne mancanze che dovrebbero suscitare reazioni di rigetto e invece continuano a circolare impunemente, perché non esiste più un’idea condivisa di ciò che è male. Non esiste davveo più».



Inserito da:
Michele Cinque - direttore@positanonews.it

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